“Cose di Cosa Nostra”. Le pagine contro il silenzio. Giovanni Falcone, Palermo e la strage di Capaci

Pubblicato il 23 maggio 2026 alle ore 08:25

di Roberto Alicandri 

Ci sono libri che nascono per essere letti. E poi ce ne sono altri che finiscono col diventare memoria civile, coscienza collettiva, traccia dolorosa di un Paese che prova ancora a interrogarsi sui propri fantasmi. Cose di Cosa Nostra appartiene a questa seconda categoria. Non è soltanto un libro sulla mafia. È il tentativo di restituire voce, lucidità e profondità umana a un uomo che per anni venne raccontato quasi esclusivamente attraverso il simbolo, il ruolo, il bersaglio.

Dentro quelle pagine, Giovanni Falcone appare lontano dalla retorica eroica con cui spesso è stato consegnato alla memoria pubblica. Non c’è compiacimento, non c’è tono da martire annunciato. C’è invece la precisione di un magistrato che aveva compreso fino in fondo la natura moderna della mafia siciliana, il suo linguaggio economico, i suoi rapporti con il potere, la sua capacità di infiltrarsi nei vuoti dello Stato e nelle ambiguità della società civile.

Falcone parlava di Cosa Nostra come di un organismo reale, concreto, quasi razionale nella sua ferocia. Aveva intuito prima di molti altri che la mafia non poteva più essere interpretata soltanto come folklore criminale o residuo arcaico della Sicilia contadina. Era ormai un sistema economico, politico e culturale. Per questo il suo lavoro risultava così pericoloso. Non stava semplicemente arrestando dei criminali ma scardinando equilibri consolidati, incrinando silenzi, mostrando connessioni che troppi preferivano lasciare nell’ombra.

Eppure, rileggendo oggi quelle pagine, colpisce soprattutto il tono umano. Falcone non appare mai trascinato dall’odio. Persino quando parla della violenza mafiosa mantiene una lucidità quasi disarmante. Aveva capito che il primo grande alleato della mafia non fosse soltanto la paura, ma l’assuefazione. L’idea che nulla potesse davvero cambiare. Per questo una delle sue frasi più celebri continua ancora oggi a conservare una forza enorme: la mafia è un fenomeno umano e, come tutti i fenomeni umani, è destinata ad avere una fine.

 

Poi arrivò il 23 maggio 1992. Alle 17:58, lungo l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, nei pressi di Capaci, il boato spezzò il pomeriggio siciliano. Cinquecento chili di tritolo fecero saltare l’asfalto, le auto blindate, il tempo stesso di un’intera generazione. 

Morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo — anche lei magistrato — e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Quei nomi, pronunciati ogni anno durante le commemorazioni, rischiano talvolta di diventare formule rituali. E invece bisognerebbe fermarsi a pensarli uno per uno, come vite vere, famiglie vere, destini interrotti mentre accompagnavano un uomo che sapeva di vivere ogni giorno sotto sentenza di morte.

 

Palermo, quel giorno, cambiò volto. La città che per anni aveva convissuto con il peso ambiguo della mafia si ritrovò improvvisamente davanti all’evidenza del disastro. I balconi di via Notarbartolo si riempirono di lenzuoli bianchi. Comparvero messaggi scritti a mano, fiori, biglietti, lacrime. Non era soltanto dolore. Era anche vergogna, rabbia, bisogno di reagire. Per molti italiani fu il momento in cui la mafia smise definitivamente di essere percepita come una questione distante o regionale. Entrò nelle case, nelle televisioni, nella coscienza nazionale.

Eppure sarebbe riduttivo ricordare Falcone soltanto attraverso la morte. La vera eredità lasciata dal magistrato vive ancora oggi nella cultura della legalità, nella scuola, nella formazione delle coscienze. Vive nei ragazzi che continuano a leggere le sue parole. Vive nei docenti che spiegano cosa sia stato il maxiprocesso. Vive in chi comprende che la mafia non prospera soltanto attraverso la violenza, ma anche grazie all’indifferenza, ai favori, ai compromessi quotidiani, alla rassegnazione.

Per questo Cose di Cosa Nostra resta un libro necessario. Perché dentro quelle pagine non c’è soltanto la cronaca di una stagione italiana attraversata dal sangue. C’è il tentativo ostinato di restituire dignità alla verità. E forse, a distanza di tanti anni, il lascito più profondo di Falcone sta proprio nell’aver dimostrato che anche contro il potere più oscuro la parola, lo studio e la giustizia possono ancora opporre resistenza.

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Commenti

Domenico
3 giorni fa

Bellissimo articolo su un grande uomo. Rip.