Chiamata universale a vivere in pienezza. Dalla Lumen Gentium alla vita quotidiana.

Pubblicato il 5 maggio 2026 alle ore 14:25

di Antonio Santoro, Teologo, Licenziato in Teologia Spirituale

Fino a non molti anni fa la parola “vocazione” veniva intesa quasi esclusivamente in riferimento alla chiamata personale al sacerdozio. Nel contempo si pensava che la “santità” fosse un privilegio riservato a pochi eletti. Nel quinto capitolo della Lumen Gentium, costituzione dogmatica promulgata dal Concilio Vaticano II, si parla invece di vocazione alla santità di tutti i battezzati, nessuno escluso, motivo per cui è possibile pensare a una chiamata universale a vivere in pienezza:

«Il Signore Gesù, maestro e modello di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità della vita, di cui Egli stesso è autore e perfezionatore: “Siate dunque perfetti come perfetto il vostro Padre Celeste” (Mt 5,48). Mandò infatti a tutti lo Spirito Santo, che li muova internamente ad amare Dio con tutta la mente, con tutte le forze (cfr. Mc 12,30), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13,34; 15,12). I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l'aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l'Apostolo che vivano “come si conviene a santi” (Ef 5,3), si rivestano “come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza” (Col 3,12) e portino i frutti dello Spirito per la loro santificazione (cfr. Gal 5,22; Rm 6,22). E poiché tutti commettiamo molti sbagli (cfr. Gc 3,2), abbiamo continuamente bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno pregare: “Rimetti a noi i nostri debiti” (Mt 6,12)» (Lumen Gentium, n. 40).

Maestro e modello di perfezione, dunque, Gesù esorta ciascuno dei suoi discepoli, e in definitiva ciascuno di noi, a “vivere la santità” qualunque sia il loro stato e la loro condizione. Egli ci invita alla perfezione nella carità, sostenuti dalla forza del suo Spirito. La perfezione di cui parla il Vangelo, non riguarda le cose ma gli uomini. Matteo infatti afferma che è “perfetto” (τέλειος) colui che compie la volontà di Dio (cfr. Mt 5,48). Al quesito del giovane ricco: «Tutto questo l’ho osservato sin dall'infanzia; che cosa mi manca ancora?» (Mt 19,20) Gesù risponde: «Se vuoi essere “perfetto”...» (Mt 19,21). Dunque, quel giovane dovrà seguire completamente Gesù senza alcuna riserva in questa sua adesione, dovrà cioè spogliarsi dei suoi desideri solo terreni fidandosi e affidandosi alla volontà di Dio per giungere a vivere in pienezza la sua umanità. Scrive sempre Matteo: «Voi dunque sarete perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto» (Mt 5,48). Proseguendo nella lettura e nell’analisi del quinto capitolo della Lumen Gentium ci viene offerto al riguardo un esempio dall’epistolario paolino. L’apostolo delle genti è chiaro, non ci dice di vivere virtuosamente per diventare santi, ma di vivere virtuosamente perché siamo santi: «Noi dobbiamo vivere come conviene a dei santi» (Ef 5,3), dare prova di misericordia e di pazienza, come eletti di Dio, suoi “santi” e prediletti (Col 3,12). Questo è uno dei frutti che lo Spirito produce in noi (Gal 5,22). Andando ancora avanti nell’analisi del quinto capitolo della costituzione dogmatica il messaggio diviene ancora più esplicito:

«Nei vari generi di vita e nei vari compiti una unica santità è coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adorando in spirito e verità Dio Padre, camminano al seguito del Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria. Ognuno secondo i propri doni e uffici deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità» (Lumen Gentium, n. 41).

Sembra quasi riecheggiare la Filotea di San Francesco di Sales, nella quale al cap. III è possibile leggere: «Nella creazione Dio comandò alle piante di portare frutto, ciascuna secondo il proprio genere: allo stesso modo, ai Cristiani, piante vive della Chiesa, ordina di portare frutti di devozione, ciascuno secondo la propria natura e la propria vocazione. La devozione deve essere vissuta in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla nubile, dalla sposa; ma non basta, l’esercizio della devozione deve essere proporzionato alle forze, alle occupazioni e ai doveri dei singoli. Ti sembrerebbe cosa fatta bene che un Vescovo pretendesse di vivere in solitudine come un Certosino? E che diresti di gente sposata che non volesse mettere da parte qualche soldo più dei Cappuccini? Di un artigiano che passasse le sue giornate in chiesa come un Religioso? E di un Religioso sempre alla rincorsa di servizi da rendere al prossimo, in gara con il Vescovo? Non ti pare che una tal sorta di devozione sarebbe ridicola, squilibrata e insopportabile?» (Francesco di Sales, Filotea, cap. III). Anche nell’etimologia della parola “devozione” è espresso il senso di fiducia e di affidamento a Colui che «svela pienamente l’uomo a se stesso» (cfr. Gaudium et Spes, n. 22) e che dunque gli si fa compagno di viaggio per consentirgli di vivere in pienezza la propria umanità nel proprio hic et nunc. Questa è la santità.

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