di Roberto Alicandri
Le lingue non nascono mai all’improvviso. Non hanno una data precisa, né un atto ufficiale che le inauguri. Nascono piuttosto per affioramenti, incrinature, scarti minimi in cui il sistema precedente non regge più del tutto e qualcosa di nuovo comincia a prendere forma. L’italiano, tra l’VIII e l’XI secolo, si manifesta proprio come un’emergenza lenta e necessaria.
Uno dei segni più affascinanti di questa fase iniziale è il cosiddetto Indovinello veronese, databile tra la fine dell’VIII e i primi decenni del IX secolo, conservato in un manoscritto di area veronese. Il testo — “Se pareba boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba, negro semen seminaba” — è formalmente latino, ma nella sostanza già altro. È un enigma, una metafora. Descrive il gesto dello scrivere attraverso l’immagine del contadino che ara il campo. E tuttavia, dietro questa costruzione simbolica, si intravede una lingua che sta cambiando. La sintassi si allenta, il lessico si avvicina all’uso, la struttura stessa del periodo si discosta dalla rigidità classica. Non è ancora italiano, ma non è più nemmeno latino classico: è una zona intermedia, una lingua in trasformazione.
Se l’Indovinello è un esercizio colto che lascia filtrare il parlato, il graffito della catacomba di Commodilla, a Roma, rappresenta un passaggio più diretto e concreto. L’iscrizione, collocabile tra il VI–VII secolo (data dell’ambiente pittorico) e la metà del IX secolo (prima dell’abbandono della cappella), è incisa nella cripta dei santi Felice e Adautto e recita: “Non dicere ille secrita a bboce”. Qui la distanza dal latino normativo si fa evidente: il raddoppiamento fonosintattico (a bboce), il betacismo (bboce), l’uso di ille con valore articolare indicano una lingua già profondamente mutata. Non si tratta di un testo letterario, ma di un ammonimento liturgico rivolto al celebrante: non pronunciare ad alta voce le preghiere della Messa tradizionalmente dette secrete, i cosiddetti mysteria secondo l’uso greco-latino, formule che la liturgia prescrive siano recitate a bassa voce perché rivolte esclusivamente a Dio e non all’assemblea dei fedeli.
Eppure, proprio nella sua funzione pratica, questa iscrizione si rivela decisiva. È la lingua viva che affiora nella scrittura senza mediazioni. È significativo che ciò accada in un contesto religioso. La liturgia, luogo per eccellenza della conservazione, diventa anche spazio di trasformazione linguistica. Il latino resta la lingua ufficiale, ma il parlato lo attraversa, lo modifica, lo incrina. L’italiano nasce anche qui, nel cuore del sacro, come esigenza di comprensione.
Il passaggio decisivo avviene però con i Placiti capuani, a partire dal 960, in ambito campano e nel contesto delle controversie territoriali legate al monastero di Montecassino. Nel celebre documento di Capua, la formula — “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene…” — viene pronunciata dai testimoni e trascritta nel verbale davanti al giudice Arechisi. Qui il volgare entra nella scrittura in modo consapevole.
Il documento è redatto in latino, ma la testimonianza è riportata nella lingua effettivamente parlata. È un fatto di straordinaria importanza. Il volgare non compare più come infiltrazione spontanea, ma come scelta funzionale. Diventa lingua della verità giuridica, strumento necessario per garantire l’autenticità della deposizione.
Nei successivi Placiti campani del 963, relativi a Sessa Aurunca e Teano, la formula si ripete con minime variazioni, segno di una prima stabilizzazione. La lingua, attraverso l’uso, comincia a costruire se stessa.
Tra l’Indovinello veronese, il graffito di Commodilla e i Placiti capuani si delinea così un percorso coerente. Prima l’enigma colto che lascia intravedere il cambiamento, poi l’iscrizione concreta che registra il parlato, infine il documento ufficiale che lo legittima.
Tre momenti diversi — culturale, religioso, giuridico — ma un’unica direzione: la nascita di una lingua.
Non si tratta di una rottura improvvisa, ma di una lenta metamorfosi. Il latino non scompare, ma si trasforma, si piega, si adatta; e il volgare, da semplice uso orale, diventa progressivamente lingua scritta, lingua riconosciuta, lingua destinata a durare.
L’italiano non nasce nei trattati, ma nei punti in cui la vita chiede di essere detta. In un indovinello che prova a spiegare la scrittura, in un graffito che custodisce il silenzio della preghiera, in una formula pronunciata davanti a un giudice per dire il vero. Nasce lì, dove parlare diventa necessario. Per questo non è una lingua costruita a tavolino, ma una lingua trovata, venuta alla luce poco alla volta accanto al latino, che rimane lingua alta e fondativa, come sua naturale continuazione nella voce viva degli uomini.
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Commenti
Eccezionale l’esposizione. Tale scritto merita citazione nei futuri testi.
Esattamente! Le Lingue sono organismi viventi che si adattano e mutano di continuo.La Nostra prende forma dal Latino parlato ( il cosiddetto volgare che a sua volta si origina modificandosi dal Latino scritto destino a Documenti, Leggi,etc), dal Greco delle colonie greche nel nostro Meridione, dal contatto con le Lingue delle popolazioni autoctone della nostra penisola, da quelle dei successivi conquistatori e alleati ( Bizantini, Germanici, Arabi,Francesi, Spagnoli, Americani....).L'Italiano rappresenta una mescolanza straordinaria di culture differenti in continua evoluzione.