Partiture Letterarie desidera ringraziare Massimo Gramellini per averci concesso le sue riflessioni e per l’amicizia e l’attenzione riservate al nostro piccolo spazio culturale. Per un blog nato da poco, è un grande onore ricevere considerazione da una voce così autorevole del panorama culturale italiano.
Un grazie sincero anche a Bruno Marfé, per la collaborazione preziosa e determinante nella realizzazione di questo articolo.
Roberto Alicandri
Il Re, la bussola e il confine (ovvero: dell’ironia come spartito)
di Bruno Marfé con le riflessioni di Massimo Gramellini, pubblicate su sua gentile concessione
C’è una strana telepatia che corre tra le scrivanie e le macchine del caffè: a volte due pensieri nascono nello stesso istante, senza essersi mai parlati. Oggi su Substack ho pubblicato una riflessione su Carlo III e la sua bussola ironica. Poco dopo, apro il Corriere della Sera e in prima pagina c’è il “Caffè” di Massimo Gramellini: stesso tema, stessa intuizione sui “due Re”. Gli chiedo conto di questa coincidenza. Lui, con la leggerezza di chi conosce il mestiere, mi risponde che non esistono archivi segreti: si scrive solo con quello che si ha. “Fanne pure uso tu”, aggiunge. E in questa leggerezza — che è poi una forma rara di generosità intellettuale — c’è un grazie che gli devo, per il tempo e l’attenzione che Massimo Gramellini ha saputo concedere anche dentro il ritmo fitto dei suoi giorni. Mi prendo questa licenza poetica e offro il mio pezzo, sentendomi per un attimo non un Re, ma almeno una voce nello stesso spartito.
C’è un punto in cui la mia bussola e il suo Caffè segnano lo stesso nord: il riconoscimento di Carlo come un leader inaspettatamente moderno. Gramellini lo racconta mentre estrae dal fodero della dialettica un’arma sconosciuta al pragmatismo muscolare di Donald Trump: l’ironia. È quella battuta sul francese e sul tedesco che, più di qualsiasi dichiarazione ufficiale, riesce a disarmare — o almeno a sospendere — il linguaggio dell’eccesso. Anche nella mia lettura, Carlo non è solo una corona, ma un uomo che usa la cultura come una bussola: non per indicare una direzione certa, ma per non perdersi mentre tutto intorno sembra aver smarrito l’orientamento.
Dove le nostre partiture si separano è nel modo di guardare al confine. Gramellini resta sulla scena, quasi teatrale, della “faccia ingrugnita” di Trump di fronte a un umorismo che non riesce a decodificare. Il suo è un controcampo perfetto: il senso della democrazia spiegato, paradossalmente, da un monarca.
Io provo a spostare lo sguardo un passo oltre. Non sulla reazione, ma sulla postura. Perché Carlo, più che vincere uno scambio, sembra abitare un limite: quello tra rappresentazione e potere, tra forma e sostanza, tra parola e silenzio.
E qui affiora, quasi come una coincidenza ironica, un’eco che parla anche napoletano. Perché questo Carlo — così distante eppure così leggibile — porta lo stesso nome di un altro sovrano che a Napoli ha lasciato un segno concreto, urbanistico, quasi fisico: Carlo III di Borbone. Due epoche, due regni, due linguaggi. Ma forse una stessa intuizione: che il potere, per durare, deve sapersi tradurre in forma. E che ogni forma, per essere credibile, deve trovare il suo equilibrio sul confine.
È qui che la sua ironia smette di essere solo una qualità personale e diventa una scrittura. Una partitura, appunto.
E come ogni partitura, vive di pause, di accenti, di sottrazioni. Anche di quelle stonature — quello snobismo collerico che Massimo intravede — che però, nel tempo lungo della rappresentazione, vengono riassorbite in un disegno più ampio.
Se per Gramellini Carlo è il leader che vorrebbe, perché “pieno di ironia, visione e cultura”, per me è qualcosa di leggermente diverso: è il simbolo di chi sa stare sul confine senza trasformarlo in un muro.
In fondo, scrivere somiglia più al regnare di quanto si voglia ammettere. Significa tracciare linee, ma anche sapere quando lasciarle sfumare. Dare forma, senza irrigidire.
Oggi il Caffè ci ha ricordato che l’ironia è un atto di libertà. Io ho provato a seguirne la direzione, bussola alla mano, per capire dove questa libertà ci stia conducendo. Due Re, due scritture, un unico spartito possibile. In un mondo di bocche storte, un sorriso colto non è solo eleganza — è una forma di potere.
Nota editoriale
Questo articolo nasce dall’idea che ogni testo sia una partitura: un equilibrio di ritmo, pause e variazioni sul tema. A volte accade che due scritture, indipendenti, si sfiorino fino a sovrapporsi. Non è imitazione, ma risonanza. Ed è in quella risonanza — e nelle sue inattese coincidenze — che la parola trova, forse, la sua forma più autentica.
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