di Roberto Alicandri
In Italia si legge poco. I dati parlano chiaro: circa il 35% della popolazione legge almeno un libro all’anno. Non è solo una questione statistica, è una fotografia culturale. E a rendere il quadro ancora più evidente c’è un altro dato: l’Italia è stabilmente tra i fanalini di coda in Europa per numero di lettori. Eppure, nello stesso Paese in cui i libri restano spesso chiusi, si è diffusa un’abitudine sempre più evidente: quella di esprimersi su tutto, continuamente, senza misura.
Tutti parlano di tutto. Sia chiaro: il diritto di esprimere un pensiero è sacrosanto, ma intervenire su qualsiasi tema, spesso senza strumenti, senza studio e senza il tempo necessario per comprendere davvero, rischia di risultare superficiale, dannoso e fuori tempo.
È diventato quasi uno sport nazionale, una reazione immediata: dire la propria su tutto, sempre e comunque.
Non è un attacco alle persone. È un dato di fatto.
Leggere non significa accumulare nozioni, ma allenare il dubbio, imparare la complessità, accettare che le risposte semplici, molto spesso, sono sbagliate. La lettura abitua alla lentezza, mentre il nostro tempo spinge verso la velocità. E nella velocità, tutto si appiattisce.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Dibattiti ridotti a slogan, competenze messe sullo stesso piano delle impressioni, professioni intere giudicate da chi non ne conosce nemmeno le basi. Il medico viene corretto su internet, l’insegnante messo in discussione da chi non ha mai messo piede in una classe, il giornalista liquidato con un commento, lo storico contraddetto con un post.
A tutto questo si aggiunge un altro elemento preoccupante: la crescente mancanza di rispetto per l’opinione altrui.
Non si discute più per capire, ma per imporsi. Non si ascolta per confrontarsi, ma per rispondere. È il segno di una chiusura mentale sempre più diffusa. Eppure, proprio la lettura è uno degli strumenti più semplici e potenti per aprire la mente. Leggere significa entrare nei pensieri degli altri, misurarsi con idee diverse, mettere in discussione le proprie certezze.
Non si tratta di creare élite o di dire che solo chi legge può parlare. Si tratta di ristabilire un equilibrio. Di riconoscere che esistono competenze, percorsi, studio. Che non tutto si improvvisa. Che informarsi richiede tempo, e che il tempo è una forma di rispetto.
In questo scenario, il problema non è solo leggere poco, ma non avvertire più il bisogno di farlo per capire e documentarsi davvero. Dottor Google e “professor ChatGPT” possono essere strumenti utili per rifinire un’informazione, non per costruirla da zero.
La partita più importante non si gioca nel numero dei libri venduti, ma nel valore che diamo alla conoscenza, perché una società che smette di leggere diventa più fragile, più esposta e più facile da convincere. E allora la domanda non è più solo culturale, ma civile, perché non basta avere un’opinione per avere ragione. Non basta parlare per dire qualcosa di utile.
Va detto, per onestà, che esistono anche situazioni opposte, per fortuna minoritarie. Ci sono contesti in cui non è l’assenza di studio a generare chiusura, ma un uso distorto dello stesso.
Persone che hanno studiato, anche molto, e che proprio per questo finiscono per irrigidirsi, per trasformare il sapere in uno strumento di superiorità, pretendendo di avere sempre ragione e rifiutando qualsiasi punto di vista diverso dal proprio. È un’altra forma di limite, quasi di disagio psicologico, meno evidente ma altrettanto problematico. Non è però il tema di questa riflessione, che riguarda piuttosto una tendenza diffusa e quotidiana.
In questo frangente nasce spontanea una domanda semplice ma scomoda: quante persone sono davvero disposte a documentarsi prima di parlare di tutto?
E, ancora più onestamente: quante sentono davvero il bisogno di farlo?
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Commenti
Roberto è quello che dico sempre ai nostri studenti, "leggete perché leggere apre la mente vi sviluppa il senso critico e vi rende meno manipolabile" ma lo sai che sono parole cadute nel vuoto, però nonostante che ne sia consapevole non mi arrendo
Informarsi richiede tempo. Il tempo è un concetto che questa società vuole farci credere fuggevole, da rincorrere e da sorpassare, quando il tempo andrebbe misurato in profondità e non il lunghezza. Meglio una parola vuota subito che un discorso informato tra un anno. Tendenze su tendenze che ci accorciano la vita e la rendono piatta. La lettura potrebbe salvare il mondo? Non lo so, ma che senso ha porsi questa domanda quando concorriamo a distruggerlo?