Memorie di fango. Quando l'Italia s'illustrava di scandali.

Pubblicato il 29 aprile 2026 alle ore 20:08

di Bruno Marfé

Riordinando la libreria, ogni tanto, non si trovano libri: si riaprono fascicoli. Mi è capitato tra le mani un volumetto che ha il peso specifico di un reperto della Prima Repubblica: la raccolta delle “Storie d’Italia”, gli inserti di Panorama (all’epoca guidato da Carlo Rognoni) che provavano a raccontare il Paese attraverso la matita dei suoi migliori satirici.

Un’Antologia del “Così fan tutti”

Sfogliarlo oggi provoca una strana forma di nostalgia biliare. Da un lato, l’ammirazione per un vero dream team del fumetto civile: Altan, Bovarini, Calligaro, Chiappori, Coco, Marcenaro, Mattotti, Novelli, Scòzzari, Staino. Dall’altro, la conferma di quanto fosse lucida l’intuizione di Oreste del Buono: in Italia “c’è poco da ridere”, eppure ridere resta spesso l’unico modo per non scivolare nell’apatia.

Il sommario è un bollettino di una guerra interna combattuta a colpi di mazzette e silenzi: dai misteri della Montedison alle parabole oscure di Michele Sindona, fino all’immancabile scandalo Lockheed. Non episodi isolati, ma un sistema che si autoassolve mentre si perpetua. Il vero collante nazionale non era l’indignazione, ma la sua rapida evaporazione.

Il “Caso Fiumicino”: Peccato Originale o Visione Futura?

Vale la pena soffermarsi sul capitolo che apre le danze: l’affare Fiumicino, illustrato da un magistrale Alfredo Chiappori. Qui la satira affonda i denti in quello che Del Buono definiva il “primo tradimento”, la matrice di molte sciagure successive. Esploso nel 1961, in pieno boom economico, lo scandalo rappresentò un modello destinato a replicarsi: l’urgenza dello sviluppo come alibi per una gestione disinvolta della cosa pubblica.

Eppure, rileggendo oggi quelle tavole, affiora un pensiero più scomodo. Ciò che nacque nel fango è diventato, decenni dopo, uno degli scali più trafficati del Mediterraneo: oltre 40 milioni di passeggeri l’anno, riconoscimenti internazionali, snodo irrinunciabile per il turismo e l’economia del Lazio. Non è un argomento a discarico — non assolve nessuno — ma obbliga a guardare in faccia il paradosso: l’opera era necessaria, la visione strategica era giusta, e tuttavia si scelse di realizzarla attraverso la melma.

La domanda scomoda non è se valesse la pena costruirla: è se fosse davvero impossibile costruirla altrimenti.

Fiumicino incarna così l’anima bifronte del Paese: un’infrastruttura capace di cambiare il volto di una regione, nata però dentro un sistema di complicanze che non ha mai smesso di riprodursi. Abbiamo costruito il futuro, sì — ma legittimando un metodo, inaugurando un rituale: insabbiamenti, processi infiniti, responsabilità diluite. L’efficienza, in Italia, raramente è gratuita: paga sempre un dazio.

La Giustizia come tela di Penelope

Del Buono parlava di un “trancio di storia patria stomachevolmente impressionante”. La formula, riletta oggi, suona meno come uno sfogo e più come una diagnosi clinica: una classe dirigente “irredimibile” non perché corrotta in modo eccezionale, ma perché strutturalmente al riparo dalle conseguenze. Il sistema giudiziario non era il contrappeso di questo meccanismo: ne era parte integrante. I processi esistevano, certo — ma sembravano concepiti più per rinviarsi che per concludersi, accumulando rinvii su rinvii fino a trasformare la prescrizione in una forma implicita di amnistia.

Una vera Penelope a Palazzo di Giustizia, che tesse verità di giorno e le disfa di notte, lasciando intatto il disegno dell’impunità.

Ciò che colpisce, riaprendolo nel 2026, è che quella diagnosi non ha invecchiato: si è solo affinata. I nomi cambiano, le fattispecie si moltiplicano, i codici si riformano — ma la geometria del potere che si sottrae al giudizio rimane riconoscibile. Come se il sistema avesse imparato, nel tempo, a metabolizzare le proprie crisi senza mai davvero cambiarsi.

Satira o Profezia?

Quelle tavole non erano semplici caricature, ma tentativi ostinati di ricostruire una verità sommersa, di dare forma alle lordure nazionali che oggi potremmo liquidare come “vintage”, ma che hanno invece sedimentato il presente.

Il fumetto civile di quella stagione non chiedeva di essere preso sul serio come saggistica: si imponeva da solo, con la precisione del bisturi travestito da matita. Tra una vignetta e l’altra si stava scrivendo uno dei resoconti più lucidi e spietati sul Paese. Un libricino prezioso, non per nostalgia, ma per orientamento. Perché se il panorama politico di oggi appare desolante, è anche perché poggia su fondamenta che qualcuno aveva già disegnato — con feroce precisione — quando quel fango era ancora fresco.

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