29 Aprile: Il Cerchio Perfetto di Costantino Kavafis

Pubblicato il 29 aprile 2026 alle ore 16:19

di Roberto Alicandri

Il 29 aprile 1933, ad Alessandria d’Egitto, nello stesso giorno in cui era nato settant’anni prima, si spegneva Costantino Kavafis.
Due date che coincidono e si chiudono l’una nell’altra, come accade spesso nei suoi versi, dove il tempo non scorre semplicemente in avanti, ma ritorna, si ripiega, si riconosce.

Alessandria, per Kavafis, è una condizione esistenziale. Città di margine e di passaggio, di lingue che si intrecciano, di civiltà che convivono e si consumano, fondata da Alessandro Magno tra il 332 e il 331 a.C., alla foce del Nilo. È da questo spazio ibrido che nasce una delle voci più lucide e necessarie del Novecento. Una voce che non cerca il centro, e proprio per questo riesce a parlarci dal cuore delle cose. La sua poesia si muove tra storia e interiorità, ma senza mai separarle. I suoi personaggi (sovrani minori, generali sconfitti, figure marginali dell’età ellenistica) non sono evocati per ricostruire il passato. Sono presenze vive, attraverso cui Kavafis interroga il presente. In loro si riflette una verità costante: ogni potere è fragile, ogni gloria è provvisoria, ogni fine è già inscritta in ciò che sembra durare.

In Il dio abbandona Antonio, la caduta non è spettacolare. È silenziosa, quasi inevitabile. Antonio non viene tradito all’improvviso: il tradimento è già nell’aria, nei segnali che solo chi è disposto a vedere può riconoscere. In questa lucidità c’è una forma di dignità nuova, lontana dall’eroismo classico, ma profondamente umana.

Poi c’è Itaca. Una poesia diventata simbolo, ma che conserva una profondità spesso sottovalutata. Non è un elogio semplice del viaggio. È una riflessione più esigente. Itaca è necessaria perché dà senso alla partenza, ma non contiene il senso dell’arrivo.

Il valore è nel percorso, nelle soste, negli incontri, perfino nelle illusioni che si infrangono ma che, proprio per questo, ci hanno fatto avanzare. E ancora Aspettando i barbari. Una città attende un evento che dovrebbe cambiare tutto. I barbari stanno arrivando, ma non arrivano e allora resta il vuoto. Una comunità che aveva bisogno di un nemico per giustificare se stessa si ritrova improvvisamente senza alibi. È una poesia di inquietante attualità, capace di attraversare epoche diverse senza perdere forza. Accanto alla dimensione storica, nei versi di Kavafis emerge con intensità il tema del corpo e della memoria. In testi come Torna o Ricorda, il passato non è mai definitivamente chiuso. È una presenza che ritorna, che insiste, che continua a vivere dentro chi ricorda. Non c’è nostalgia consolatoria, ma una consapevolezza più sottile: ciò che è stato non scompare, si trasforma in esperienza, in traccia, in coscienza. La sua lingua è sorprendentemente semplice. Piana, quasi prosastica. Nessuna ricerca di effetti, nessuna volontà di stupire. Eppure, proprio in questa apparente semplicità, ogni parola pesa. Ogni verso sembra arrivare dopo una lunga attesa come se fosse stato scritto solo quando non poteva più essere evitato.

Kavafis non ha lasciato un’opera vasta in senso quantitativo, ma di una compattezza rigorosa. Il suo corpus comprende 154 poesie canoniche, quelle da lui stesso riconosciute come definitive. A queste si affiancano le poesie cosiddette “nascoste” o rifiutate e un gruppo di testi incompiuti, pubblicati dopo la sua morte. Un lavoro di selezione attento, quasi severo, che rivela una precisa idea di poesia: non accumulare, ma scegliere; non scrivere molto, ma scrivere solo ciò che è necessario. Coerente con questa visione è anche il suo modo di pubblicare. Kavafis non costruì mai un vero libro durante la sua vita. Preferiva far circolare le sue poesie in forma privata, stampandole in fogli sciolti e distribuendole personalmente a un numero ristretto di lettori. Era una scelta precisa, non un limite. La poesia non come esposizione pubblica, ma come incontro discreto, quasi confidenziale.

Non sorprende che la sua fortuna sia cresciuta soprattutto dopo la morte, anche grazie alla pubblicazione delle cosiddette poesie ritrovate, che mostrano un autore sempre in dialogo con se stesso, mai completamente concluso. La sua scrittura non chiude, ma resta aperta, come una domanda che continua a interrogare.

Non è un caso che la sua sensibilità venga spesso accostata a quella di Marcel Proust. Non per un’influenza diretta, ma per una profonda consonanza. Entrambi hanno compreso che il tempo non è lineare, che il passato non è mai definitivamente perduto, e che la memoria è uno spazio vivo in cui l’esperienza continua a trasformarsi.

Costantino Kavafis era di religione cristiana ortodossa, nato e cresciuto all'interno della comunità ellenica di Alessandria d'Egitto. Tuttavia, la sua sensibilità poetica era profondamente intrisa di ellenismo antico e paganesimo, creando un sincretismo personale tra la fede cristiana e lo spirito greco classico.

Oggi, a distanza di decenni, la sua lingua piana e priva di orpelli continua a risuonare. Kavafis non è stato un poeta della visibilità, ma ha scelto una via appartata, fedele a una scrittura nata da una necessità interiore. La sua grandezza risiede proprio in questo: una poesia che non passa, ma resta. Come una domanda che continua a interrogarci.

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