di Roberto Alicandri
Parlare di Elsa Morante significa entrare in una delle zone più profonde e meno accomodanti della letteratura del Novecento, dove la scrittura diventa necessità. Non c’è nulla, nelle sue opere, che possa essere ridotto a semplice narrazione; ogni pagina è attraversata da una tensione morale e poetica che rifiuta la superficie e costringe a guardare dentro, fino al punto in cui la parola diventa ferita.
Morante non scrive per rappresentare il mondo, ma per metterlo alla prova. Nei suoi romanzi la realtà è sempre qualcosa che si impone con una forza quasi tragica, capace di segnare i corpi e le coscienze. In Menzogna e sortilegio, opera d’esordio pubblicata nel 1948, la scrittura si avvolge su se stessa come un lungo incantesimo, costruendo un universo in cui verità e finzione si inseguono senza mai coincidere. È un romanzo di parole e di ossessioni, dove la lingua diventa materia viva, capace di creare e distruggere.
Ma è con L’isola di Arturo del 1957 che la sua voce raggiunge una limpidezza solo apparente. Dietro la luce del racconto si muove una solitudine radicale, quella di un’infanzia che non riesce a trovare appoggio nel mondo adulto. Arturo è una figura esistenziale, sospesa tra il bisogno di amore e l’impossibilità di riceverlo. Qui la scrittura di Morante si fa più trasparente e la semplicità diventa una forma altissima di precisione emotiva.
È in La storia, pubblicato nel 1974, che la scrittura di Elsa Morante raggiunge la sua forma più piena e necessaria. Non più i grandi eventi, non più i protagonisti ufficiali, ma le vite minime, invisibili, travolte dalla violenza del tempo.
La guerra, nelle sue pagine, è un meccanismo cieco che schiaccia i più fragili, lasciando dietro di sé una scia di innocenza perduta. La figura di Useppe resta una delle immagini più alte e dolorose della letteratura italiana, una presenza concreta, irriducibile, che rende impossibile qualsiasi consolazione.
Questa traiettoria culmina nel 1982 in Aracoeli, il suo ultimo romanzo, dove ogni residuo di mito o di speranza storica si dissolve. Il viaggio del protagonista alla ricerca della madre non è più un'avventura, ma una discesa agli inferi della memoria e del corpo. In queste pagine la scrittura della Morante si fa scabra, spietata, priva di quelle 'consolazioni' fantastiche che avevano nutrito le opere precedenti, consegnandoci la visione di un’umanità che approda al naufragio definitivo, ma che proprio nel rifiuto di ogni maschera trova la sua verità più estrema.
In Morante c’è sempre una fedeltà assoluta all’umano, anche quando l’umano appare spezzato, compromesso e irrimediabilmente ferito. Non cede mai alla tentazione di semplificare, di rendere il dolore più accettabile. Al contrario, lo espone nella sua verità più nuda, senza protezioni. La forza di Elsa Morante risiede in una scrittura che non cerca il consenso, ma la verità, anche quando è scomoda e ferisce. La sua lingua è nello stesso tempo alta e concreta, capace di tenere insieme la dimensione epica e quella quotidiana, il mito e la realtà. Non c’è mai distanza tra ciò che racconta e il modo in cui lo racconta. Ogni scelta stilistica è già una presa di posizione.
Scrivere, per Morante, è un atto totale che coinvolge la memoria, il corpo e la storia.
Rileggerla oggi significa misurarsi con una letteratura che non ha perso nulla della sua urgenza. Le sue opere restano come un luogo di resistenza, dove il linguaggio torna a essere necessario, carico, insostituibile.
Elsa Morante offre verità e nessuna stanza dove poterci rifugiare e proprio per questo che, a mio avviso, continua ad essere una delle voci più radicali e indispensabili della nostra letteratura.
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