Il tempo che non assolve. De Giovanni chiude la saga dell'orologiaio.

Pubblicato il 28 aprile 2026 alle ore 09:21

di Roberto Alicandri

C’è una data precisa da segnare: 12 maggio 2026. È il giorno in cui Maurizio de Giovanni chiude una delle sue storie più cupe e complesse con Il tempo dell’orologiaio, ultimo capitolo della saga iniziata con L’orologiaio di Brest. Non è solo l’uscita di un nuovo romanzo. È la conclusione di un percorso narrativo che ha attraversato la memoria più inquieta del nostro recente passato, portando alla luce una materia scomoda: quella della lotta armata, delle identità spezzate e delle verità rimaste sospese per decenni. De Giovanni torna su quei nodi irrisolti con una storia costruita come un conto alla rovescia, dove il tempo non è mai sfondo, ma forza attiva che stringe, accelera e, soprattutto, presenta il conto.

Al centro del romanzo c’è Carlo Malavasi, nome di battaglia “Sergio”, figura che incarna tutta l’ambiguità di una stagione storica mai davvero chiusa. Ex militante della lotta armata, latitante per oltre quarant’anni, è un uomo che ha costruito la propria esistenza nell’ombra, custode di segreti che non possono emergere senza conseguenze. A stanarlo sono Andrea Malchiodi e Vera Coen. Il primo è un professore universitario, cresciuto con il racconto di un padre morto che invece scopre essere vivo e assassino. La seconda è una giornalista ossessionata da una verità che riguarda il proprio passato familiare. Quando Vera scompare nel nulla, il romanzo cambia passo, il tempo accelera, la caccia comincia.

Con loro c’è Martina, figlia di Andrea, figura aspra e inquieta, che sembra portare dentro di sé le stesse fratture irrisolte della generazione precedente. Ne nasce un trio improbabile, costretto a muoversi tra indizi fragili e memorie deformate, in un’indagine che affonda sempre più nel passato. Il cuore del libro non è solo la trama, ma il tempo in cui affonda. Gli anni Ottanta, nel racconto di De Giovanni, non sono nostalgia né semplice ambientazione: sono una ferita ancora aperta.

“Non si esce vivi dagli anni Ottanta” diventa quasi una chiave di lettura. Non perché si resti prigionieri di un’epoca, ma perché certe scelte, certi ideali e soprattutto certi tradimenti continuano a produrre effetti nel presente.

Il romanzo si muove tra illusioni crollate e fedeltà ostinate, tra ciò che resta di un’idea e ciò che ne è stato tradito. E lo fa senza cercare consolazioni. Qui non c’è pacificazione, solo il peso delle conseguenze. Nel panorama italiano contemporaneo, Maurizio de Giovanni ha costruito una voce riconoscibile proprio per questa capacità: unire tensione narrativa e profondità emotiva.

Dai cicli del commissario Ricciardi ai Bastardi di Pizzofalcone, fino a questo universo più cupo e storico, la sua scrittura resta sempre ancorata a una domanda di fondo: cosa resta delle nostre scelte nel tempo? Ne "Il tempo dell’orologiaio" questa domanda diventa centrale. Il tempo non è mai neutro. Questo romanzo è una chiusura, ma non nel senso rassicurante del termine. È piuttosto una resa dei conti, narrativa e morale. Per trovare Vera, Carlo dovrà tornare indietro, cercare chi lo ha tradito, riaprire ferite che non si sono mai rimarginate. E farlo significa entrare in un sistema di potere che continua a proiettare la sua ombra, dimostrando che il passato non è mai davvero passato.

De Giovanni porta così a compimento un universo narrativo iniziato anni fa, ma soprattutto consegna al lettore una verità più scomoda: il tempo non cancella nulla. Registra. Conserva. E prima o poi, presenta il conto. Il tempo dell’orologiaio è esattamente il momento in cui quel conto arriva.

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