di Roberto Alicandri
La proposta di spostare lo studio de I Promessi Sposi dal biennio al quarto anno del liceo ha riaperto un dibattito che va ben oltre la semplice organizzazione dei programmi scolastici. L’ipotesi, contenuta nella bozza dei nuovi programmi elaborata dalla Commissione presieduta dal prof. Claudio Giunta, ha riportato al centro una questione decisiva: quale spazio debbano occupare i classici nella formazione degli studenti.
Alla base della proposta vi è l’idea di riorganizzare il percorso didattico distinguendo in modo più netto le fasi dell’apprendimento: nel biennio si privilegerebbero testi ritenuti più accessibili, con l’obiettivo di avvicinare gradualmente gli studenti alla lettura, mentre opere più complesse come quelle di Alessandro Manzoni verrebbero affrontate al quarto anno, in un contesto di maggiore maturità, così da poter essere studiate anche nella loro dimensione storico-letteraria in modo più consapevole. Tuttavia, questa impostazione ha incontrato anche una presa di distanza significativa sul piano istituzionale.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, in un'intervista a Huffpost, ha infatti espresso perplessità nette, sintetizzate in un emblematico “non scherziamo”, che suona come un richiamo a non indebolire il valore di una tradizione didattica profondamente radicata. Al di là delle diverse posizioni, la questione tocca un punto decisivo: che cosa significa davvero insegnare un classico oggi? Spostare I Promessi Sposi può apparire come una semplice scelta organizzativa, ma in realtà riflette un’idea precisa di scuola. Se si parte dal presupposto che gli studenti debbano affrontare solo ciò che è immediatamente comprensibile, si finisce per costruire un percorso in cui ogni difficoltà viene rimandata. Il rischio è quello di una formazione progressivamente semplificata, in cui la complessità non viene affrontata, ma continuamente posticipata, perdendo così il suo valore educativo.
Eppure, proprio il biennio rappresenta il momento in cui si costruisce il primo incontro con la letteratura come esperienza. Studiare Manzoni in questa fase non significa pretendere una comprensione totale, ma offrire un contatto iniziale con un testo che contiene già tutto: la riflessione sul potere, sulla giustizia, sul male storico, sulla responsabilità individuale. Rimandarlo al quarto anno, a mio avviso, rischia invece di collocarlo in una fase più “tecnica”, quando lo studio tende a diventare più analitico e meno formativo. C’è poi un elemento che non può essere trascurato: I Promessi Sposi non è solo un romanzo, ma un passaggio fondamentale nella costruzione della lingua italiana. Posticiparne lo studio significa anche ritardare l’incontro con una delle radici più profonde della nostra identità culturale. Il punto, allora, non è stabilire se gli studenti siano pronti o meno per Manzoni, ma se la scuola sia ancora disposta a svolgere il suo compito più autentico: accompagnare alla complessità. Perché educare non significa semplificare tutto, ma rendere accessibile ciò che è difficile senza impoverirlo.
Il dibattito su I Promessi Sposi rivela una tensione più ampia tra due idee di scuola, una che si adatta al presente e una che prova a formarlo. Forse la risposta non sta nello spostare i testi, ma nel cambiare il modo in cui li si propone, perché un classico non è mai fuori tempo piuttosto è lo sguardo con cui lo leggiamo a renderlo vivo o distante. E se perdiamo questo, il problema non sarà Manzoni, ma la scuola stessa.
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