di Roberto Alicandri
A chiammano terra 'e nisciunoPure si sta chiena 'e ggenteVa fujenno chi tene fortunaLassanno tutte cose pe niente'Nfonno 'o specchio, se vede 'o futuro
T'he vestuto e dimane staje annudoAlluccamme e nun ce sente nisciunoSi arrivamme po' 'a chiammammo fortuna
Fortuna, fortuna, fortunaViene te porto 'o ssicuro
Comm'è doce 'stu sapore 'e saleN'atu surso mica fa male?Guarda a lloro simme tale e qualeÈ nu specchio ca se chiamma mare
Fortuna, fortuna, fortunaFortuna, fortuna, fortunaNun ce sta puorto sicuro
Nel rumore del mare e nelle voci che lo attraversano, ci sono storie che chiedono di essere riconosciute.
“Fortuna” di La Niña e Alfredo Maddaluno, tratta dall’EP “Eden”, è una poesia dai toni folk che nasce da una storia vera ma si apre subito a una dimensione più ampia, diventando metafora delle migrazioni di donne, di madri e di figlie che attraversano il Mediterraneo.
La Niña, nome d’arte di Carola Moccia, è una delle voci più originali della scena musicale contemporanea. Nata a Napoli, costruisce il suo percorso artistico recuperando suoni popolari, rielaborandoli con sensibilità moderna e con una scrittura che sceglie spesso il napoletano come lingua espressiva. Il dialetto diventa materia viva, capace di restituire autenticità, radice e profondità emotiva.
La sua musica si muove così tra memoria e presente, tra antico e nuovo, senza mai risultare artificiale.
Fortuna si inserisce pienamente in questo orizzonte. È un testo che evoca, suggerisce, lascia emergere una condizione umana fatta di partenze, perdite e speranze. Quelle donne che attraversano il mare non sono solo figure storiche o sociali, ma diventano simbolo universale di chi è costretto a lasciare, a ricominciare, a cercare un luogo dove poter esistere. Il brano, anche senza volerlo esplicitamente, lascia intravedere una visione che possiamo definire cristiana, ma lontana da ogni forma di chiusura o esibizione.
Il riferimento al cristianesimo diventa allora quasi provocatorio ma necessario, perché si intreccia con una delle immagini più antiche e spietate della cultura medievale europea, quella della Fortuna (Tyche) celebrata anche nei Carmina Burana, una forza cieca che innalza e travolge senza criterio e lascia l’uomo esposto a un destino che non controlla. In Fortuna questo elemento ritorna con forza, il mare non è approdo ma possibilità di perdita. Ed è proprio in questo punto che lo sguardo cristiano introduce uno scarto inatteso, perché non elimina la precarietà, ma chiama l’uomo a non essere indifferente. Se la sorte può essere cieca, il nostro sguardo non può esserlo.
Quello che riusciamo a leggere sullo sfondo di questo testo è un cristianesimo essenziale, quasi nascosto, che si gioca tutto nello sguardo sull’altro e che affonda le radici nel Comandamento dell'amore. In questo orizzonte si spezza anche il residuo paganesimo della Fortuna, perché ciò che appare cieco e arbitrario viene attraversato da una responsabilità che restituisce senso al gesto umano. Chiunque si preoccupa dell’altro, chiunque si lascia toccare dalla sua fragilità e si sottrae all’indifferenza, sta già parlando un linguaggio cristiano. È una fede che non ha bisogno di dichiararsi, perché si manifesta nella prossimità e nella capacità di riconoscere un volto nell’altro.
Questo mondo, che sempre più rischia di diventare terra di nessuno, ha bisogno di racconti come Fortuna, perché il punto non è semplicemente arrivare, ma incontrare qualcuno capace di fermarsi, guardare e riconoscere nell’altro un prossimo, fino ad amarlo come se stesso.
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