di Roberto Alicandri
Nel tessuto umano e spirituale del Mezzogiorno, alcune figure emergono non tanto per il clamore della storia ufficiale, quanto per la qualità silenziosa della loro testimonianza. Don Agostino Alicandri (1813 - 1874) appartiene a questa schiera discreta ma decisiva di uomini nei quali ministero, cultura e carità non si sono mai separati.
Nato nella prima metà dell’Ottocento, a Santa Maria dei Fiori (oggi Santa Maria La Fossa), in un contesto familiare profondamente radicato nella tradizione cristiana, Alicandri si formò in un’epoca attraversata da grandi trasformazioni storiche e politiche, come gli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie e il successivo processo di unificazione italiana. In questo scenario, la figura del sacerdote non era soltanto guida spirituale, ma anche punto di riferimento culturale e sociale per intere comunità.
Fu sacerdote stimato, ma anche un famoso letterato, uomo di parola e di pensiero, capace di abitare la cultura non come esercizio sterile, ma come via per elevare l’animo umano. Ad appena 32 anni fu inoltre nominato parroco proprio del suo paese dal Cardinale Francesco Serra di Cassano, dove esercitò il suo ministero con dedizione e spirito profondamente evangelico fino al 12 maggio 1874, giorno della sua morte.
Ciò che più colpisce della sua figura, tuttavia, non è soltanto il profilo culturale, ma la concretezza della sua carità. Si racconta che don Agostino fosse solito girare per il paese, tra le strade e le case della sua comunità, con la talare macchiata d’olio. Non era trascuratezza, ma segno di una vita donata. Nelle sue tasche custodiva pane, olio e piccole merende da distribuire ai più poveri, soprattutto ai bambini e a chi viveva nel bisogno. Quella macchia, apparentemente marginale, diventa allora una chiave interpretativa della sua spiritualità. Non era semplice beneficenza, ma condivisione. Non rappresentava solo assistenza, ma prossimità vissuta, quotidiana, concreta.
In quel segno semplice (il pane, l’olio, le piccole merende) si condensa una teologia incarnata. La carità non come idea, ma come gesto silenzioso, lontano da ogni forma di esibizione. La talare, simbolo dell'appartenenza a Cristo, non veniva custodita nella sua forma esteriore, ma “consumata” nell’amore verso gli ultimi. A questa radicalità evangelica apparteneva anche uno stile di vita segnato dalla sobrietà. Alicandri dormiva con una semplice coperta, utilizzando un cuscino di materiale duro, quasi di pietra, come forma di penitenza. Questo particolare non era un'esibizione ascetica ma vera e propria disciplina interiore, un modo per educare se stesso alla misura, per non cedere alla comodità e per restare vicino, anche nel riposo, alla condizione dei più poveri.
La sua vita terrena si concluse in modo altrettanto significativo. Si tramanda infatti che morì proprio sull'altare, mentre celebrava, quasi a suggellare un’esistenza interamente donata tra altare e popolo, tra liturgia e vita vissuta.
Nel ricordo che ne fu fatto, don Agostino Cantiello, parroco di Grazzanise, sottolineò come la figura del confratello fosse segnata da stima, rispetto e profonda comunione ecclesiale. Parole che non erano semplice elogio formale, ma riconoscimento di uno stile sacerdotale fondato sull’unità e sulla carità reciproca. Ed è forse proprio questo il punto che più interpella il presente.
In alcuni contesti e comunità dei nostri tempi, quella comunione sembra essersi affievolita, lasciando spazio talvolta a dinamiche di protagonismo, a una sorta di competizione sotterranea, alimentata non di rado da insicurezze interiori e da un bisogno latente di riconoscimento e gratificazione, dove il rischio è quello di “giocare” a chi è più bravo e più capace di imporsi anche attraverso i social, quasi come se testimoniare la fede e annunciare la Parola di Dio fosse una competizione vissuta in pieno stile adolescenziale.
La figura di don Agostino Alicandri, invece, restituisce un’immagine di Chiesa e di ministero non costruita sull’apparenza, ma sulla sostanza; non sulla ricerca di consenso, ma sulla fedeltà al Vangelo vissuto.
Tra una talare macchiata per amore dei poveri e una presenza segnata dalla ricerca di riconoscimento, passa tutta la distanza tra il Vangelo incarnato e quello soltanto proclamato. E alla fine, tra una talare perfetta e una macchia d’olio per amore, il Vangelo (quello vero) abita sempre nella seconda.
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