"Il contastorie di Vigàta". Raccontare Camilleri senza retorica

Pubblicato il 18 aprile 2026 alle ore 12:29

di Roberto Alicandri

Ci sono libri che nascono per celebrare e altri che, invece, riescono a raccontare davvero. Il contastorie di Vigàta. Andrea Camilleri in parole e immagini, scritto da Gaetano Savatteri, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Non è il solito omaggio costruito a distanza. Qui si avverte subito uno sguardo vicino, partecipe, quasi interno. Savatteri non si limita a ricostruire la figura di Andrea Camilleri, ma prova a restituirne la voce e perfino il modo di stare al mondo.

Il libro, nato anche grazie al lavoro del Fondo Camilleri, intreccia fotografie, ricordi e racconti inediti, ma ciò che colpisce davvero non è la forma, quanto l’idea che lo attraversa. Camilleri appartiene a una terra (la Sicilia) e a una tradizione che non ha mai rinnegato. Il riferimento a Luigi Pirandello all'interno del testo non è solo un omaggio, ma quasi un riconoscimento. 

Eppure, in queste pagine, Camilleri non appare mai come un monumento. Al contrario, emerge nella sua dimensione più umana il ragazzo di Porto Empedocle, l’uomo segnato dal fascismo, l’intellettuale che si avvicina al Partito Comunista, il regista che si forma a Roma, lo scrittore che incontra figure decisive come Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia.

E poi, naturalmente, c’è Vigàta. Quel luogo che non esiste e che, allo stesso tempo, esiste più di tanti altri. Non è solo un’invenzione narrativa, ma una sintesi viva della Sicilia, con le sue contraddizioni, la sua ironia e la sua umanità.
È lì che prende forma anche Montalbano, ma sarebbe riduttivo fermarsi al successo del personaggio, perché Camilleri non è stato solo l’autore di un commissario amato. Camilleri è stato, prima di tutto, un narratore, un "contastorie", appunto.

Ed è forse questa la parola giusta, perché raccontare, per lui, non era un esercizio letterario, ma un modo per tenere insieme la memoria e il presente, la lingua e la vita, la realtà e l’immaginazione. Anche quella lingua così particolare, a metà tra italiano e dialetto, nasce dal bisogno di dire le cose come sono, senza tradirle.

Il libro di Savatteri riesce a parlare di Camilleri senza alzare la voce, senza forzare interpretazioni, lasciando che sia la sua storia ad accompagnare il lettore.

In un tempo in cui tutto scorre veloce e si dimentica in fretta, un lavoro così ha un valore preciso, perché rimette insieme e ricorda, in fondo, un concetto semplice: raccontare non è mai un gesto neutro. È un modo per restare.

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