"Mangiafuoco" di Edoardo Bennato. La maschera del potere che non smette di parlare al presente

Pubblicato il 16 aprile 2026 alle ore 08:37

di Roberto Alicandri

Quando nel 1977 Edoardo Bennato pubblica l’album Burattino senza fili, non realizza soltanto un’opera musicale di grande successo, ma costruisce una vera e propria allegoria del potere e delle dinamiche umane. Tra i brani più significativi emerge Mangiafuoco, figura che, ripresa dall’universo collodiano, diventa il simbolo del burattinaio per eccellenza, colui che muove i fili, che dirige e che controlla. Bennato, però, compie un’operazione più profonda. Il suo Mangiafuoco supera il personaggio fiabesco e diventa un archetipo del potere in tutte le sue forme: politico, mediatico, economico. È un’autorità che spesso si presenta come necessaria, persino rassicurante, ma che in realtà si alimenta del controllo sugli altri.

Nel brano, Mangiafuoco non è soltanto un despota, ma anche un regista. Organizza uno spettacolo in cui gli altri (i burattini) recitano una parte già scritta. Qui emerge un’intuizione sorprendentemente attuale: il potere non si limita a comandare, ma costruisce una rappresentazione di sé, una narrazione che gli altri finiscono per accettare.

Questa dinamica è ancora evidente oggi. Nell’epoca dei social network e della comunicazione digitale, il potere continua a funzionare attraverso immagini, messaggi semplificati ed emozioni orientate. Cambiano gli strumenti, ma non la logica. Oggi si continua a costruire consenso attraverso la rappresentazione. Sarebbe però riduttivo pensare che tutto questo riguardi solo i grandi scenari politici o mediatici. Le stesse dinamiche si ritrovano anche nel quotidiano, nelle realtà locali e nelle piccole comunità. Anche qui si costruiscono narrazioni, si alimentano forme di consenso e si gestisce il dissenso, spesso in modo meno visibile ma non meno efficace.

Il punto centrale del brano, tuttavia, non è solo Mangiafuoco, ma i burattini. Essi credono di agire liberamente, senza rendersi conto di essere guidati. Bennato suggerisce così una verità scomoda: il potere esiste anche perché qualcuno accetta, consapevolmente o meno, di lasciarsi guidare.

Da qui nasce una riflessione sulla responsabilità individuale. Non basta denunciare il potere, ma bisogna interrogarsi sulla propria tendenza a conformarsi, a delegare, a evitare la fatica della libertà.  A distanza di quasi cinquant’anni, Mangiafuoco conserva una forza sorprendente. In un tempo in cui il consenso si misura spesso in visibilità e approvazione immediata, l’immagine del burattinaio resta estremamente attuale.

Oggi Mangiafuoco non è più solo una figura riconoscibile. È un sistema diffuso, fatto di influenze, meccanismi invisibili e dinamiche collettive. I fili sono stati sostituiti da algoritmi, modelli comunicativi e abitudini sociali sempre più spettacolarizzate.

La provocazione di Bennato resta quindi aperta. Diventare “senza fili”. Capacità concreta di pensare, scegliere e, quando necessario, andare controcorrente.

In fondo, Mangiafuoco non offre risposte definitive, ma pone una domanda che rimane attuale: siamo davvero liberi, o stiamo semplicemente interpretando un ruolo già scritto?

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