di Roberto Alicandri
Tra le voci più lucide e disincantate della cultura greco-romana del II secolo d.C., Luciano di Samosata occupa un posto singolare. Nato nella Siria romana e formatosi nel clima della cosiddetta Seconda Sofistica, egli sviluppa una scrittura che non si limita a intrattenere, ma smaschera, con raffinata ironia, le contraddizioni profonde dell’animo umano.
Nel trattato Non si deve credere ciecamente alla calunnia, Luciano affronta un tema di straordinaria attualità: la fragilità del giudizio umano e la tendenza, sempre presente, ad aderire senza verifica a ciò che viene detto.
È qui che si innesta quella riflessione più ampia, che attraversa tutta la sua opera, secondo cui l’ignoranza acceca gli uomini.
Come emerge con chiarezza dalla riflessione proposta, l’ignoranza in Luciano non è mai semplice mancanza di conoscenza. Essa è, piuttosto, una forma di cecità interiore, una disposizione dell’animo che porta l’uomo ad aderire inconsapevolmente alle illusioni.
Nei suoi testi, l’ignoranza si configura come una condizione ben più profonda: si manifesta come adesione inconsapevole alle illusioni, intrecciandosi con la presunzione, con la credenza infondata e con l’incapacità di distinguere tra verità e apparenza. È proprio questa dinamica che rende possibile la calunnia, che si nutre di menti incapaci di esercitare un autentico discernimento.
L’intera produzione di Luciano si muove in questa direzione critica. Nei Dialoghi dei morti, egli mette in scena un’umanità spogliata di ogni apparenza: nell’aldilà, privati del loro status, i personaggi rivelano la vacuità delle convinzioni che avevano sostenuto in vita.
Allo stesso modo, nella Storia vera, l’autore costruisce un racconto volutamente paradossale per denunciare la credulità degli uomini e la loro tendenza ad accettare narrazioni prive di fondamento. La finzione diventa così uno strumento di verità: attraverso l’assurdo, Luciano mostra quanto sia facile per l’uomo scambiare l’inverosimile per reale, quando manca una vigilanza critica.
La sua polemica non risparmia nemmeno i filosofi, spesso rappresentati come figure incoerenti, più attente all’apparenza che alla ricerca autentica della verità. In questo senso, Luciano si inserisce nella tradizione di Socrate, ma ne radicalizza l’approccio: non educa attraverso il dialogo, bensì attraverso la satira, rendendo l’ignoranza visibile nella sua forma più paradossale e, per certi aspetti, tragica.
Nel trattato Non si deve credere ciecamente alla calunnia, questa riflessione raggiunge una formulazione particolarmente incisiva. La calunnia diventa il frutto diretto di quella cecità interiore che impedisce all’uomo di verificare, di interrogarsi, di sospendere il giudizio.
Credere ciecamente alla calunnia significa rinunciare alla responsabilità del pensiero. È un atto di resa alla superficialità, che trasforma l’uomo da soggetto critico a semplice recettore di opinioni.
La forza del pensiero lucianeo risiede nella sua sorprendente attualità. In un universo dominato dalla sovrabbondanza di informazioni, la cosiddetta infodemia, l’ignoranza non coincide più con il vuoto, ma con la superficialità e con la mancanza di discernimento.
Oggi più che mai, il rischio non è non sapere, ma credere di sapere senza aver verificato. La calunnia, amplificata dai mezzi di comunicazione contemporanei, trova terreno fertile proprio in questa nuova forma di ignoranza.
Luciano di Samosata consegna una lezione che attraversa i secoli: l’ignoranza non è semplicemente assenza di conoscenza, ma incapacità di esercitare il pensiero critico.
È questa cecità che rende possibile la calunnia, che alimenta le illusioni e che imprigiona l’uomo nelle proprie convinzioni. La sua satira, lungi dall’essere mero esercizio letterario, si configura come un invito esigente a non smettere mai di interrogarsi, perché la vera cecità non è non vedere, ma credere di aver già visto tutto.
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