"Perché piangi?" (Gv. 20,13)

Pubblicato il 8 aprile 2026 alle ore 18:29

di Rocco Viccione, Dottore di ricerca in Storia Antica

Il Vangelo di Giovanni riferisce del pianto sconsolato di Maria di Magdala dinnanzi al sepolcro vuoto, alla pietra tombale rotolata via, alla sparizione del corpo che vi era stato deposto in gran fretta nella Parasceve della Pasqua. Maria appare profondamente afflitta, perché frustrata nelle sue speranze: il suo Signore è morto sulla croce e il suo corpo – non ancora onorato del profumo degli aromi e degli oli – è scomparso. Lo scoramento della Maddalena è emblematico del sentimento di smarrimento che serpeggia nella comunità che si era formata intorno a Gesù: i discepoli si domandano  se davvero può essere fallito tanto miseramente quel sogno che aveva fatto ardere il cuore di molti, senza neppure la possibilità di un luogo dove piangere e venerare un così grande maestro.

Gesù apparso a Maria la interroga: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». E Maria, non avendolo riconosciuto, ma credendolo il custode del giardino che ospitava la sepoltura, lo implora di indicargli il luogo dove è stato tradotto il cadavere: «Dimmi dove lo hai posto, io andrò a prenderlo». Ma quello soggiunge, turbandola: «Maria!». Si rivolge per nome alla donna, come il Signore chiama per nome Israele, suo sposo: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!» (Is. 45,4). Solo quando Maria si scopre conosciuta, riconosce nell’uomo che le parla il proprio maestro:  quel Signore che da sempre chiama a sé la sua creatura, fino alla donazione totale di Cristo, che si spoglia della propria gloria per assumere la condizione di servo (Fil. 2,7), così da attirare a sé l’umanità. Colma di stupore, Maria si volta verso di lui e gli si rivolge: «Rabbunì, Maestro!». La ricerca di quella donna proveniente da Magdala, sulla riva destra del lago di Tiberiade, sembra aver trovato appagamento: Dio guarda a noi fin dal nostro concepimento nel grembo materno, ma solo colui che rivolge in alto la propria vista può incrociare il sorriso di Dio. E Gesù replica a Maria, che evidentemente si protraeva verso di lui: «Non mi toccare!». Il Signore, spiega Sant’Agostino, vuole così significarle: «Non credere in me secondo l'idea che ancora hai di me». La ricerca della Maddalena non è ancora giunta al compimento: la sete di Dio si configura come un incessante desiderio di conoscenza attraverso l’esistenza dell’uomo, la rivelazione si manifesta come  un continuo disvelamento della verità nel tempo.  Infine, a Maria è affidato il compito dell’annuncio: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».  È questo il senso autentico della Risurrezione: l’ingresso pieno, corpo e anima, nel tempo di Dio, Padre del Cristo, che da Lui è stato generato, e Padre nostro secondo l’insegnamento del Figlio (Mt. 6,9).   Gesù risorge dai morti: Egli sale alla vera vita, la vita gloriosa, inafferrabile, invincibile, eterna del Signore.

Ai discepoli, che - trovato il sepolcro vuoto e le fasce che avvolgevano il corpo gettate a terra – non avevano ancora compreso la Scrittura, secondo la quale il Cristo doveva risuscitare dai morti (Gv. 20,9), Gesù manifesta quanto è accaduto: quello che compare ai discepoli dopo la resurrezione, nell’attesa dell’ascesa al Padre, non è un fantasma, né un uomo tornato nella vecchia vita alla maniera di Lazzaro. Dio si è mantenuto fedele alle promesse rivolte al Figlio, esaudendone le  richieste: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo perché il Figlio tuo glorifichi te»  (Gv. 17,1). Nella Risurrezione, Gesù è glorificato, ricondotto, cioè, alla pienezza della vita divina. La parola ebraica “kavod” -gloria – denota il sussistere di una presenza pesante: Gesù è colmato e riempito della totalità di Dio.

Come Dio si è svuotato di sé stesso per assumere la forma dell’uomo, così l’uomo – posto dinnanzi alla grandezza della risurrezione – è chiamato a denudarsi delle proprie certezze: agli apostoli è richiesto di spogliarsi finanche di quelle evidenze sensibili per cui la morte costituisce la fine di ogni vicenda umana. L’incredulità di Tommaso è la metafora dell’incapacità a credere dei seguaci di Gesù: le mani dell’apostolo nel costato del Signore ricercano la prova empirica di un fatto prima di allora sconosciuto all’esperienza umana. Di fronte agli eventi vacillano le sicurezze degli uomini e – solo grazie allo caduta delle proprie certezze – gli apostoli giungono alla Pentecoste, intesa come comprensione piena di quanto accaduto: nella disperazione della morte del Maestro e nell’assenza di consolazione, sorge l’autentico Consolatore. La notte oscura degli apostoli – in cui la realtà si rivela un’illusione di certezza – è il momento della nascita della comunità cristiana, già salvata dal Figlio, ma ancora in attesa di essere colmata di quella gloria di cui Cristo è primizia . Davvero per gli apostoli  la fede sorta all’indomani della risurrezione di Cristo si configura come «certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono» (Eb. 11,1): la speranza di un’umanità rinnovata è resa certezza dalla presenza perpetua del Redentore, con noi fino alla fine dei tempi;  la realtà della vita oltre la morte, non percepibile dai sensi, è dimostrata dalla risurrezione del Signore.

«Perché piangi?», dal fondo della storia il nostro Signore torna ad interrogarci con queste parole. Egli ci domanda: «Ancora non hai compreso che il mio sacrificio ti ha salvato per sempre? Come puoi non  capire che la mia vittoria sulle tenebre della morte è anche la tua vittoria?». San Paolo che ebbe la grazia di essere chiamato dal Signore e la volontà di credere fermamente in Lui, penetrò completamente il mistero della risurrezione: «Se a causa di un uomo venne la morte», si legge nella prima lettera ai Corinzi, «a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti» (1Cor. 15,21). Come l’uomo vecchio, Gesù è morto sospeso alla croce,  ma proprio nella morte ha risollevato l’uomo della sua stanca vecchiezza.  «E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo» (Mc 15,38): con il sacrificio della croce Gesù «apre le porte del cielo, apre il cielo: la tenda del Santissimo, che finora l’uomo ha chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e obbedienza» (Benedetto XVI). Come ci era stato promesso, noi che eravamo afflitti siamo stati consolati, le lacrime versate sono state asciugate dal tocco leggiadro della mano potente del Padre. La vera morte – l’allontanamento dell’uomo dal suo creatore – è stata vinta nella battaglia di Cristo per l’umanità, quella battaglia condotta nelle viscere della terra dove ancora non era giunta la luce Dio: nella liturgia mozarabica si legge che «discese agli inferi per estrarre vittorioso l'uomo decaduto per l'antica colpa e fatto schiavo del regno del peccato, e per spezzare […] le serrature delle porte e aprire a quanti l'avrebbero seguito la gloria della risurrezione».

«La risurrezione di Gesù Cristo è il paradigma dei nostri destini. La risurrezione. Non la distruzione. Non la catastrofe. Non l’olocausto planetario. Non la fine. Non il precipitare nel nulla» (Don Tonino Bello).  Essere cristiano significa, quindi, vivere – anche nelle brutture del mondo e della quotidianità -  la speranza costante della Pasqua del Signore. La Pasqua della nostra esistenza, la Pasqua dell’umanità.

Beato Angelico, Noli me tangere. 

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