di Roberto Alicandri
Ci sono dei punti, nella vicenda cristiana, in cui la parola smette di essere suono e diventa destino. Punti in cui il Vangelo, da annuncio, si fa storia vissuta. In uno di quei punti si colloca la figura di Don Peppe Diana, un prete che ha preso sul serio il peso e la vertigine dell’Incarnazione. Don Peppe non porta una parola nuova, ma una parola antica: il Vangelo. E tuttavia, proprio perché antica, quella parola è sovversiva. Per chi è abituato a fare del male, ad umiliare e a sentirsi superiore non c’è nulla di più pericoloso di un cristiano che prende sul serio Cristo.
Don Peppe non costruisce una pastorale dell’evasione, non spettacolarizza la fede. Egli attraversa la sua comunità come una domanda aperta, come una ferita che non si rimargina. Il suo sacerdozio non si esaurisce nel rito, ma si prolunga nell’esistenza concreta degli uomini e delle donne che gli sono affidati. In lui, l’altare non è mai separato dalla strada. E qui si consuma la frattura tra un cristianesimo che si accontenta di sopravvivere e un cristianesimo che decide di incidere. Il suo scritto, Per amore del mio popolo, è una confessione. Non è un testo politico, ma una pagina evangelica. In esso vibra una verità semplice in cui si comprende chiaramente che la fede, se è autentica, non può convivere con l’ingiustizia, non può tacere davanti alla violenza organizzata. Non può benedire ciò che distrugge l’uomo.
Il 19 marzo 1994, nella nudità di una sagrestia, don Peppe muore perché ha tolto al male la sua maschera di inevitabilità. Muore perché ha restituito alla sua gente la possibilità di scegliere. C’è una tentazione sottile che attraversa ogni epoca, quella di addomesticare il cristianesimo, di ridurlo a gesto privato, a devozione senza storia, a parola innocua. Don Peppe Diana spezza questa illusione con la radicalità della sua vita. Egli ricorda, con una chiarezza quasi scandalosa, che seguire Cristo significa entrare nel conflitto del mondo per trasformalo in pace. In Don Peppe, l’impegno sociale è una necessità teologica. È la conseguenza inevitabile di un Dio che si è fatto uomo. Se Dio ha preso carne, allora ogni carne ferita diventa luogo teologico; ogni ingiustizia diventa una bestemmia; ogni silenzio complice e negazione del Vangelo. Ecco perché la sua figura non può essere rinchiusa soltanto nella memoria, né consegnata a una retorica commemorativa. Don Peppe Diana non appartiene al passato, appartiene ad ogni presente in cui il cristiano è chiamato a scegliere.
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