Il giardino dei Finzi-Contini. Memoria e dramma tra letteratura e cinema.

Pubblicato il 8 aprile 2026 alle ore 20:26

di Roberto Alicandri

Nel suo romanzo più celebre, Giorgio Bassani costruisce una narrazione che è insieme racconto di formazione, storia d’amore e tragedia storica. Il protagonista — un giovane ebreo borghese di Ferrara — viene escluso, insieme ad altri, dal circolo del tennis a causa delle leggi razziali. È proprio questa esclusione a condurlo dentro il giardino dei Finzi-Contini, dove la famiglia aristocratica ebrea apre i propri campi da tennis a pochi eletti.

Lì incontra Micòl, figura centrale e sfuggente, figlia di Ermanno e Olga Finzi-Contini, donna colta, bellissima e profondamente complessa che incarna l'essenza stessa della sua famiglia aristocratica, distaccata e tragicamente consapevole. Oggetto di un amore mai compiuto, intorno a lei si muove un piccolo mondo sospeso: il fratello Alberto, fragile e segnato dalla malattia, e un gruppo di giovani che sembrano vivere in una dimensione separata, come se la storia non potesse raggiungerli, ma il cuore del romanzo è proprio questo scarto. Mentre nel giardino si consuma un tempo quasi irreale, fuori cresce la persecuzione.

L’amore del protagonista per Micòl resta incompiuto, non per un evento drammatico, ma per una scelta sottile quasi esistenziale. Micòl rifiuta, si sottrae, come se intuisse l’impossibilità stessa di ogni futuro. Il finale non è narrato in forma diretta, ma emerge con una forza ancora maggiore proprio per la sua distanza.

Il protagonista, ormai adulto e sopravvissuto alla guerra, ricorda e sa ciò che allora non poteva comprendere: i Finzi-Contini verranno deportati, travolti dalla macchina della persecuzione nazista.

Alberto morirà, la famiglia scomparirà, e quel giardino — che sembrava eterno — si rivelerà un fragile rifugio incapace di opporsi alla storia. Anche l’amore per Micòl resta come un’eco, un’assenza che diventa memoria.

Bassani non descrive la tragedia nei suoi dettagli, la lascia emergere come una verità inevitabile, quasi già scritta nelle pieghe del racconto. Ed è proprio questa scelta a rendere il finale così potente: ciò che è perduto vive soltanto nel ricordo.

 

Con il film del 1970, Vittorio De Sica realizza una delle sue opere più elegiache e mature, vincendo l’Oscar al miglior film straniero nel 1972

De Sica opera una scelta precisa e rende visibile ciò che Bassani lascia in controluce. La deportazione, appena suggerita nel romanzo, nel film diventa immagine concreta. Il finale mostra la cattura e la partenza dei protagonisti, trasformando la memoria in visione diretta e dolorosa. Fondamentale è anche la dimensione estetica: il giardino, fotografato con luce morbida e quasi irreale, diventa uno spazio lirico, in cui i giovani — tra partite di tennis, conversazioni e attese — sembrano vivere fuori dal tempo, ma proprio questa bellezza amplifica la tragedia, perché ogni scena è già segnata da una malinconia profonda, come se il film stesso sapesse ciò che i personaggi ignorano.

La Micòl interpretata da Dominique Sanda acquista nel film una presenza più enigmatica e distante, quasi simbolica: non solo oggetto d’amore, ma figura di un mondo che sfugge, che non può essere trattenuto. Tra Bassani e De Sica si crea un dialogo fecondo. Il primo affida alla parola il compito di custodire la memoria, il secondo alla visione quello di renderla immediata.

E proprio in questa differenza si coglie il senso profondo dell’opera: la tragedia può essere raccontata o mostrata, ma in ogni caso resta irriducibile.

Il giardino, alla fine, è solo un'illusione e ciò che resta, sia nel romanzo che nel film, è una domanda che attraversa il tempo: quanto siamo davvero consapevoli della storia mentre la stiamo vivendo?

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