di Roberto Alicandri
Viviamo in un’epoca di profili curati, brand personali e immagini digitali, ma sotto tutte queste maschere, chi siamo davvero? Cent’anni fa, Luigi Pirandello aveva già previsto il dramma dell’identità moderna. Partendo da un naso leggermente storto, il protagonista di Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Moscarda, inizia un viaggio distruttivo che smonta ogni certezza.
Se pensate che sia solo letteratura classica, preparatevi a cambiare idea: è la storia della nostra vita quotidiana. Questo romanzo appartiene a quella categoria di opere capaci di far saltare alcune certezze.
Tutto nasce da un dettaglio quasi insignificante. Una mattina, la moglie di Moscarda gli fa notare che il suo naso pende leggermente da un lato. Una sciocchezza, ma non per lui, perché in quell’istante capisce una cosa semplice e devastante: lui non è come ha sempre creduto di essere. Da qui parte tutto.
Moscarda scopre che ogni persona che lo incontra ha di lui un’immagine diversa. Per qualcuno è un uomo rispettabile, per altri un usuraio (erede dell’attività bancaria del padre) per altri ancora un ingenuo. E allora si pone una domanda che lo manda in crisi: chi è davvero?
La risposta è brutale. Non esiste un “vero” Moscarda. Esistono tanti Moscarda quanti sono gli occhi che lo guardano. Pirandello qui non sta facendo filosofia astratta. Sta dicendo una cosa molto concreta: noi crediamo di essere uno, ma in realtà siamo tanti. Cambiamo a seconda delle situazioni, delle persone, dei contesti e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno.
Ma Moscarda non si limita a capirlo. Decide di verificare fino in fondo questa verità, e qui il romanzo prende una piega radicale.
Per prima cosa prova a distruggere l’immagine di usuraio che gli altri hanno di lui. Compie un gesto clamoroso, sfratta un pover’uomo, Marco Di Dio, per poi donargli una casa nuova, spiazzando tutti. Non è carità, ma un esperimento. Vuole rompere la forma che gli altri gli hanno cucito addosso, ma il risultato è opposto: invece di liberarlo, quel gesto genera nuove interpretazioni, nuovi “Moscarda”.
Anche nel rapporto con la moglie, Dida, e con l’amico Quantorzo, tutto si incrina. Moscarda comincia a vedere il proprio matrimonio come una costruzione artificiale, un ruolo recitato più che vissuto. Si allontana, osserva se stesso dall’esterno, come fosse un estraneo. È una frattura irreversibile.
A un certo punto arriva a un gesto ancora più estremo: decide di smantellare la banca ereditata dal padre, rinunciando al potere economico e sociale che lo definiva. È il tentativo definitivo di sottrarsi a ogni identità imposta, ma più si libera, più perde consistenza. Non resta un “vero io”, resta solo un continuo scivolare tra immagini che si dissolvono.
Moscarda allora capisce che il problema non sono solo gli altri. Il problema è l’idea stessa di avere una forma stabile e sceglie di uscire dal gioco.
Finisce in un ospizio, ai margini della società, senza più nome, senza più ruolo. Ma non è una sconfitta, almeno non del tutto. È una rinuncia consapevole. Smette di essere “qualcuno” e accetta di vivere nel flusso della realtà, senza fissarsi in un’identità. Non si riconosce più nello specchio, ma nel continuo mutare delle cose. Vive giorno per giorno, come se rinascesse ogni volta. Ed è qui che il romanzo smette di essere solo letteratura e diventa, con le dovute misure, il ritratto perfetto del presente.
Oggi non sono più soltanto le persone che ci guardano a moltiplicare la nostra identità. Sono gli schermi. Su Instagram costruiamo versioni estetiche di noi stessi, su TikTok mettiamo in scena frammenti di vita trasformati in spettacolo, su Facebook archiviamo ricordi selezionati, come se la memoria fosse qualcosa da esporre.
In sé, non c’è nulla di male. Creare uno spazio proprio, raccontarsi e condividere, è profondamente umano.
Il problema nasce quando quello spazio smette di essere una rappresentazione e diventa una sostituzione. Quando iniziamo a credere che quel profilo sia la nostra vita reale e che tutto dipenda da uno smartphone e una connessione dati. È lì che Pirandello torna con una forza impressionante, perché ciò che Moscarda scopre nello specchio, noi oggi lo viviamo nei social. Non siamo più ciò che siamo, ma ciò che appare. E più curiamo quell’apparenza, più rischiamo di allontanarci da una verità che non sappiamo più nemmeno nominare.
Il paradosso è sottile ma devastante. Pensiamo di costruire la nostra identità, ma in realtà la consegniamo ai like, ai commenti, agli sguardi invisibili. Diventiamo personaggi che devono essere coerenti, riconoscibili, ma soprattutto perfetti e performanti, ed è in questo sforzo continuo che finiamo per abitare una forma che non ci contiene più.
Moscarda, alla fine, non trova se stesso, ma sceglie di perdersi. Scopre che la vera libertà non è essere “qualcuno”, ma sottrarsi alla necessità di esserlo.
Forse Pirandello non voleva darci una risposta, ma costringerci a non accontentarci delle maschere. E oggi più che mai, in un mondo che ci chiede continuamente di esistere per essere visti, questa è la sua verità più attuale: non siamo uno, non siamo centomila. Siamo ciò che resta quando smettiamo di confondere la vita con la sua rappresentazione.
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Commenti
Bellissima riflessione. È impressionante come le intuizioni di Pirandello trovino oggi la loro massima espressione nelle nostre vite digitali. L’articolo descrive perfettamente quel paradosso moderno: l'illusione di essere protagonisti della nostra immagine, mentre ne diventiamo prigionieri. Un invito prezioso a ritrovare ciò che siamo oltre lo schermo.