“Priority”.

Pubblicato il 30 settembre 2026 alle ore 21:18

di Gabriella Marfé 

Il treno che mi riportava da Napoli a Roma tagliava la campagna arsa dal sole di inizio agosto. Fuori, un caldo asfissiante e immobile pareva squagliare l’asfalto delle stazioni di passaggio; dentro il vagone, invece, l’aria condizionata garantiva una temperatura mite, quasi ovattata. Dopo quattro giorni di lavoro intenso, con la stanchezza accumulata sulle spalle, mi stavo finalmente rilassando.

Poi arrivò la chiamata di mio marito, Arturo.

«Finalmente ce l’ho fatta! Ho comprato i biglietti per Faro», annunciò felice. «Per te ho preso anche la Priority, così puoi portare la valigia da dieci chili più lo zaino».

Sorrisi, ringraziandolo. L’idea di lasciarmi tutto alle spalle per le spiagge e l’oceano era l’unica cosa di cui avevo davvero bisogno.

Il 20 agosto ci ritrovammo a Fiumicino davanti al gate di Ryanair, una compagnia che non avevo mai amato particolarmente per quella sua logica da catena di montaggio. Quando aprirono le file per l’imbarco prioritario, salutai Arturo: «Ci vediamo a bordo». Salire per primi era indubbiamente comodo: permetteva di trovare subito spazio nelle cappelliere senza il consueto assalto al bagaglio. Eppure, mentre percorrevo il corridoio, un sottile senso di colpa mi sfiorava: Arturo aveva pagato tutto lui, eppure ero io a godere del privilegio di passare avanti. Una sensazione breve, svanita non appena lui mi ebbe raggiunto al mio posto, riassorbita dall’entusiasmo della partenza.

A Faro la vacanza fu meravigliosa. Giornate trascorse tra isole selvagge, spiagge infinite, bagni in un’acqua limpida e gelida che rinfrescava l’anima e scorci panoramici che toglievano il fiato. Il tempo parve fermarsi, restituendoci quella leggerezza che la routine quotidiana ci ruba.

Il ritorno, tuttavia, conobbe un’altra traiettoria. Prevedeva uno scalo all’aeroporto di Marsiglia, prima del volo finale per Roma. Arrivammo in terra francese verso le nove di sera, trovandoci di fronte a un ambiente cupo, rumoroso e decisamente inospitale. Persino mangiare qualcosa fu un’impresa: nei fast food ci cacciarono via con freddezza perché era ora di chiusura. A rendere l’atmosfera ancora più pesante si aggiunse un ritardo di oltre due ore sul volo per Roma.

Verso le ventitré e trenta, finalmente, iniziarono le procedure di imbarco. La solita routine: prima la fila Priority, poi l’altra. Passai per prima, tenendo d’occhio il varco per assicurarmi di conservare il posto ad Arturo non appena fosse arrivato. Ma quando lo vidi avvicinarsi, capii che non avrebbe potuto raggiungermi.

Un cordone di nastro teso ci separava nettamente. Non si trattava della solita divisione fluida a cui siamo abituati nei corridoi d’attesa: lì a Marsiglia avevano allestito una vera e propria segregazione fisica tra le due categorie di passeggeri. Una transenna rigida, una barriera insormontabile che divideva chi aveva pagato un supplemento da chi aveva acquistato la tariffa base.

Mentre guardavo Arturo dall’altra parte di quella corda, il disagio mi assalì con la violenza di uno schiaffo. Che dipendesse dalle direttive della compagnia aerea o dalle regole dell’aeroporto poco importava: quella corda non era solo un divisorio di plastica, era un’infinita, tristissima metafora della nostra condizione umana.

Ma a rendermi ancora più triste fu una riflessione improvvisa: perché proprio in Francia?

Ero a Marsiglia, nella terra che ha regalato al mondo le parole d’ordine della modernità, il paese che ha fatto la storia dell’umanità fondando la propria identità sui pilastri di Liberté, Égalité, Fraternité. Né a Roma né a Faro era successa una cosa del genere. Lì la procedura si era svolta in modo fluido, quasi invisibile. Invece qui, nella patria della Rivoluzione che aveva promesso di abbattere per sempre i privilegi di classe, la divisione veniva applicata con una rigidità quasi burocratica, sfacciata, quasi fiera di se stessa.

In quel momento mi resi conto dell’inganno in cui eravamo immersi e di quanto le rivoluzioni politiche non siano mai riuscite davvero a scalzare le barriere psicologiche dell’uomo.

L’architettura moderna dei consumi ha compiuto un capolavoro di manipolazione: ha preso il vecchio concetto feudale di privilegio e lo ha democratizzato a pochi euro. Ti fa credere di acquistare la comodità — un bagaglio in più, cinque minuti prima sul velivolo — ma ciò che realmente ti sta vendendo è l’illusione della superiorità. La “Priority” non è un semplice servizio, è un anestetico per l’empatia. È la promessa di non far parte della “massa”, la gratificazione istantanea di guardare gli altri da una corsia preferenziale, mentre si aspetta di entrare nello stesso identico tubo di metallo che volerà alla stessa identica velocità per tutti.

Il denaro è diventato l’unico metro di misura con cui giudicare gli uomini, l’unico parametro per stabilire chi ha diritto a un centimetro di spazio in più, a un sorriso di cortesia o a un passo anticipato. Se hai pagato di più, vali di più; se hai la tariffa base, puoi attendere dietro un nastro.

L’umanità ha compiuto passi da gigante sul piano tecnologico: prenotiamo voli in pochi secondi, attraversiamo cieli in poche ore, comunichiamo in tempo reale da una parte all’altra del pianeta. Ma dal punto di vista psicologico e sociale siamo rimasti prigionieri delle stesse dinamiche di sempre.

La divisione tra i feudatari e la servitù della gleba nel Medioevo, o la separazione rigida tra la nobiltà nei palchi e il popolo nel loggione nell’Ottocento, non sono mai state superate. Le grandi ghigliottine della storia hanno tagliato le teste dei re, ma non hanno eradicato la brama umana di creare gerarchie basate sul censo. I muri di pietra di un tempo sono diventati cordoni di nastro sintetico, flessibili e mobili, capaci di ridefinire il tuo valore sociale in base a una spunta su un’applicazione per smartphone.

Il vero dramma non è solo chi impone queste barriere, ma la facilità con cui le accettiamo. La tecnologia ci ha fornito ali velocissime per spostarci nel mondo, ma le nostre menti continuano a camminare lungo i soliti vecchi confini.

Guardai Arturo oltre quel cordone, oltre quella sottile linea che la burocrazia del profitto aveva tracciato tra di noi proprio nella terra dell’uguaglianza. La tecnologia ci porta ovunque vogliamo, ma finché continueremo a misurare il valore delle persone con il metro del denaro e con il colore di un biglietto d’imbarco, persino le rivoluzioni più grandiose rimarranno soltanto un’illusione incompiuta.

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Commenti

Elisa
2 minuti fa

Bella metafora delle diseguaglianze sempre più profonde e sempre basate sul denaro, che ci stanno progressivamente disumanizzando.