L'artista della materia dimenticata: Gustavo Delugan e la seconda vita delle cose

Pubblicato il 10 settembre 2026 alle ore 16:04

di Bruno Marfé 

Dai banchi di Ingegneria al mercato dell'auto, fino ad approdare alla sua vera, viscerale passione: l'arte del recupero e della memoria. 
Seguendo la "seconda vita" artistica dell’amico Gustavo fin dagli esordi.
In occasione della sua ultima performance all'Abbazia di San Pietro ad Montes nell'ambito di Casolla Experience III, ho voluto dedicargli un racconto speciale sulle "corde" di Partiture Letterarie. 
Una chiacchierata intima tra legni restituiti dal mare, strumenti dimenticati e la dimostrazione che i sogni autentici non scadono mai.

Ci sono traiettorie esistenziali che sembrano seguire, almeno all'inizio, una geometria precisa. Una linea tracciata con cura, destinata a condurre verso un punto già immaginato. Poi, però, interviene la vita. E basta una deviazione, una persona incontrata, una circostanza apparentemente casuale per cambiare completamente la direzione. 

La storia di Gustavo Delugan è una di queste.

Gustavo lo conosco dai tempi dell'università. Eravamo quattro amici, quattro studenti di Ingegneria che, oltre a condividere lezioni e aule, condividevano anche la fatica e le strategie per arrivare preparati agli esami. Per uno di noi quella strada sarebbe diventata anche una carriera accademica. Per Gustavo, invece, il destino aveva in serbo qualcosa di molto diverso.

Perché Gustavo, in realtà, avrebbe voluto studiare altro. La sua inclinazione verso l'arte non era un'ipotesi astratta: a quindici anni aveva già tenuto la sua prima mostra, e a diciotto aveva vinto la medaglia d'oro tra tutti gli studenti napoletani al Provveditorato agli Studi alla Sanità. C'era stato, in quegli anni, anche un maestro — il professor Cosenza — che gli aveva lasciato un segno destinato a non cancellarsi più. Avrebbe voluto frequentare l'Accademia di Belle Arti, avrebbe voluto iscriversi ad Architettura. Ma il progetto che aveva immaginato per sé non trovò il consenso paterno, e la strada dell'Ingegneria finì per diventare quella da percorrere — una strada che Gustavo portò a termine, laureandosi, ma che non avrebbe rappresentato il suo approdo definitivo.

Per vivere, però, scelse un'altra strada. Si ritrovò a lavorare nel mondo dell'automobile: prima come venditore, poi come imprenditore in proprio.

È una di quelle ironie che la vita costruisce senza preoccuparsi troppo della coerenza dei nostri progetti. Da una parte l'arte, l'architettura, il desiderio di lavorare con le forme e con la materia. Dall'altra automobili, numeri, trattative, clienti, organizzazione, impresa. Due mondi apparentemente lontanissimi. Eppure oggi, guardando quello che Gustavo è diventato, mi viene da pensare che quella distanza fosse soltanto apparente. Perché un ingegnere, anche quando smette di progettare strutture, continua a cercare equilibri, proporzioni, incastri, relazioni tra le parti. E chi ha trascorso una vita nel commercio impara a osservare, ascoltare, comprendere ciò che ha davanti. Gustavo, semplicemente, a un certo punto ha portato tutto questo dentro un altro linguaggio: quello dell'arte.

Quando quella stagione nel mondo dell'automobile si è chiusa, però, non è nato un artista dal nulla. Il fuoco, mi ha detto lui stesso, non si era mai davvero spento: anche negli anni della concessionaria e dell'impresa aveva continuato, in silenzio, a dipingere. Sono stati anche gli anni della Napoli dei Settanta e Ottanta, il fermento dell'arte contemporanea che la città viveva in quel periodo — un contesto che, mi dice, gli ha fatto esplodere la creatività, fino a fargli trovare un percorso personale, riconoscibile, tutto suo. "Grazie Napoli", mi ripete ancora oggi. Quello che è arrivato in quella fase successiva non è stata dunque una scoperta, ma un ritorno — e insieme un cambio di materia: dalla pittura al legno, alle sue origini trentine, a un materiale che per lui è sempre stato portatore della memoria dell'uomo. Ho seguito Gustavo quasi dall'inizio di questa sua seconda vita, e ho avuto anche il piacere di coinvolgerlo in alcuni degli eventi che ho organizzato. Ho visto crescere il suo lavoro, ma soprattutto ho visto diventare sempre più chiaro il rapporto particolare che ha instaurato con la materia.

Gustavo non parte da una materia preziosa. Parte da ciò che gli altri hanno dimenticato: legni raccolti sulle spiagge, consumati dal mare e dal tempo; vecchi utensili che hanno smesso di svolgere la funzione per la quale erano stati costruiti; frammenti, ferri, oggetti ormai inutilizzabili. Cose che hanno perso il loro posto nel mondo e che, proprio per questo, possono forse trovarne un altro. Perché Gustavo non butta via ciò che ha terminato la propria prima vita. Lo guarda, lo raccoglie, lo ascolta, e prova a capire che cosa possa ancora diventare.

Gli ho chiesto se, in fondo, il suo passato da ingegnere sia davvero così lontano dall'artista che è oggi.

"Non ho mai smesso di essere un costruttore, ho solo cambiato le regole del cantiere. La precisione dell'ingegneria mi ha insegnato a capire le strutture, gli equilibri, il rapporto tra le parti. Anche il mio lavoro commerciale mi ha insegnato molto: osservare, conoscere le persone, capire le cose. Quando trovo un pezzo di legno levigato dal mare o un vecchio utensile di ferro arrugginito, non vedo uno scarto. Vedo una struttura che può ancora raccontare qualcosa. L'arte non è stata una fuga dal mio passato. È arrivata, piuttosto, come una sua nuova possibilità."

È una risposta che fa pensare a quanto spesso siamo portati a considerare le nostre vite come una successione di capitoli separati, come se l'artista fosse arrivato per ultimo — dopo lo studente, l'ingegnere, il venditore, l'imprenditore. Ma per Gustavo non è andata così: l'artista c'era già, prima di tutto il resto, e non ha mai smesso di esserci. Forse è questo che vale in generale: ogni esperienza lascia qualcosa nella successiva, anche quelle che sembrano portarci nella direzione opposta rispetto a quella che avevamo immaginato.

Gli chiedo allora dei materiali che raccoglie. Perché proprio quelli? Perché andare sulle spiagge a cercare pezzi di legno, osservare vecchi utensili, recuperare ciò che è stato abbandonato?

"Cerco la memoria che la materia ha custodito. Il mare e il tempo lavorano il legno meglio di qualsiasi scalpello. Lo consumano, lo trasformano, gli danno una forma che nessuno potrebbe progettare nello stesso modo. Quando raccolgo un frammento, non raccolgo semplicemente un pezzo di legno. Raccolgo qualcosa che ha attraversato il tempo. Lo stesso vale per un vecchio utensile: prima di diventare un oggetto da recuperare, è stato uno strumento nelle mani di qualcuno. Ha avuto una funzione, una storia, una vita. Raccoglierlo significa impedire che quella storia scompaia del tutto."

È probabilmente questa la parte più affascinante del lavoro di Gustavo. Il recupero, nelle sue opere, non è soltanto una pratica artistica: è un modo di guardare. Dove altri vedono un rifiuto, lui cerca una possibilità. Dove altri vedono qualcosa che ha esaurito la propria funzione, lui cerca una funzione nuova. 

E allora diventa quasi inevitabile pensare che, senza averlo programmato, Gustavo abbia finito per fare con la materia qualcosa di molto simile a ciò che la vita ha fatto con lui. Anche lui ha conosciuto una prima destinazione che non era esattamente quella che avrebbe scelto, ha attraversato una lunga stagione professionale apparentemente lontana dalla sua vocazione più profonda. E quando quella stagione si è conclusa, non ha semplicemente smesso: ha ricominciato. Non da zero, ma con tutto quello che aveva accumulato prima. Forse è proprio questo il senso più profondo del riuso: non ricominciare cancellando ciò che è stato, ma dare un nuovo significato a ciò che resta.

Questa ricerca trova ora una tappa dentro Casolla Experience III, il festival in programma dal 10 al 13 settembre nel Borgo medioevale di Piedimonte di Casolla, tra musica, teatro, arte e percorsi culturali. La mostra di Gustavo si inaugura giovedì 10, all'Abbazia di San Pietro ad Montes, al termine del convegno dedicato al restauro e alla tutela del patrimonio; resta poi visitabile nei giorni successivi, inserita nelle visite guidate che il festival dedica alla storia del borgo. Mi piace pensare che le sue opere, in quel contesto, non siano soltanto oggetti da osservare, ma un'altra voce di una partitura più ampia — quella che il festival stesso mette in scena tra pietre, racconti e memoria collettiva. 

La musica ha bisogno del silenzio per essere ascoltata, la poesia delle parole. L'arte di Gustavo sembra avere bisogno, invece, di ciò che abbiamo smesso di guardare. Materia che ha perso la sua prima identità e che ne trova una nuova. Forse è questo che Gustavo ha imparato a fare, prima ancora con le cose e poi con se stesso: non considerare definitiva la fine di una funzione. Perché una cosa può smettere di essere ciò per cui era stata costruita e continuare, comunque, ad avere qualcosa da dire.

Mi ha riassunto tutto così, in poche parole: "Alla fine tutto è la risultante di una vita stimolante: dall'ingegneria come progetto, al contatto umano."

E forse anche le persone sono così. Ci sono sogni che sembrano finire quando imbocchiamo una strada diversa da quella che avevamo immaginato, stagioni che pensiamo concludano una storia. Poi arriva un momento in cui scopriamo che nulla è davvero perduto, che alcune passioni hanno soltanto aspettato, che persino una vita può conoscere una seconda destinazione.

Gustavo Delugan — artista e creativo prima ancora che ingegnere, e poi venditore di automobili, imprenditore — forse non ha seguito la strada che aveva immaginato quando era giovane. Ma ha trovato, molti anni dopo, un modo tutto suo per arrivare esattamente dove avrebbe voluto essere. E oggi, mentre raccoglie sulla spiaggia ciò che il mare ha lasciato indietro, non sta soltanto dando una seconda vita alle cose. Sta dimostrando che, qualche volta, la seconda vita è quella nella quale finalmente riusciamo a diventare ciò che avevamo sempre avuto dentro.

 

 

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