di Roberto Alicandri
Il mercoledì pomeriggio Battisti lasciava a casa il registro, i programmi e tutto ciò che normalmente accompagnava le sue giornate a scuola. Da qualche tempo aveva scelto di dedicare alcune ore alla settimana al volontariato, insegnando italiano a rifugiati e richiedenti asilo in una piccola associazione della città. L’aula era poco più di una stanza: qualche tavolo, sedie tutte diverse, una lavagna e un vecchio armadio pieno di quaderni e fotocopie. Sulla porta un foglio annunciava semplicemente: Corso di italiano.
Lì aveva scoperto presto che insegnare una lingua poteva significare qualcosa di molto diverso dal correggere un congiuntivo o spiegare un complemento. Quelle persone avevano bisogno delle parole per orientarsi in una città sconosciuta, leggere un documento, parlare con un medico, sostenere un colloquio, prendere un autobus, chiedere aiuto. Parole semplici, spesso elementari, che improvvisamente acquistavano un peso enorme. Battisti entrava in quella stanza convinto di insegnare italiano e quasi ogni volta ne usciva con la sensazione di aver imparato qualcosa lui.
Tra gli studenti c’era Amir. Battisti non conosceva molto della sua storia e non aveva mai insistito per conoscerla. Sapeva soltanto che era arrivato in Italia da poco e che ogni mercoledì si presentava qualche minuto prima dell’inizio della lezione. Si sedeva sempre allo stesso posto, tirava fuori dallo zaino un quaderno blu e aspettava. Parlava poco, ma ascoltava con un’attenzione quasi ostinata. Copiava tutto ciò che compariva sulla lavagna e, quando non comprendeva una parola, la sottolineava più volte finché non trovava il coraggio di chiedere.
Battisti aveva imparato anche questo durante quei pomeriggi: non tutte le storie devono essere domandate. A volte la curiosità di chi ascolta può diventare un peso per chi dovrebbe raccontare. Non gli interessava sapere quale strada avesse percorso Amir per arrivare fin lì, quanto mare avesse attraversato o quali immagini portasse ancora dentro di sé. Se un giorno avesse voluto parlarne, Battisti lo avrebbe ascoltato. Fino ad allora gli bastava vederlo entrare, sedersi e aprire quel quaderno.
Un pomeriggio la lezione era dedicata ai verbi. Battisti scrisse alla lavagna tre brevi frasi:
Io sono. Io ero. Io sarò.
Spiegò il presente poi il passato e infine il futuro. Gli studenti copiarono gli esempi e provarono a costruire qualche frase. Amir scrisse senza difficoltà le prime due, ma arrivato alla terza si fermò. Teneva la penna sospesa sul foglio e continuava a guardare la lavagna.
«Amir, hai capito?»
Lui annuì.
«Allora prova a scrivere: io sarò.»
Amir abbassò gli occhi verso il quaderno e rimase in silenzio per qualche secondo.
«Professore, io non so futuro.»
Battisti fece per avvicinarsi alla lavagna. Pensò che non avesse compreso la spiegazione e stava per ripetere la regola, ma qualcosa nel modo in cui Amir aveva pronunciato quelle parole lo fermò.
Non stava parlando di grammatica. Per qualche istante Battisti non seppe cosa rispondere. Davanti a lui non c’era uno studente che non riusciva a coniugare un verbo, ma un uomo che forse non riusciva ancora a immaginare ciò che sarebbe venuto dopo. Si sedette accanto a lui e indicò quelle due parole rimaste sole sul foglio.
«Non devi sapere oggi che cosa sarai.»
Amir alzò lo sguardo. «Perché?»
Battisti sorrise appena. «Perché il futuro è un tempo che si impara un poco alla volta.»
Amir rimase pensieroso, poi riprese la penna. Scrisse lentamente: Io sarò. Si fermò ancora e sotto aggiunse una frase tutta sua:
Io sarò lavoro.
Battisti la lesse. L’abitudine del professore gli fece subito individuare l’errore. Avrebbe dovuto scrivere io avrò un lavoro, oppure io lavorerò. Prese la penna rossa e per qualche secondo la tenne tra le dita.
«Va bene?» chiese Amir.
Battisti guardò quella frase. Era sbagliata, certamente. Eppure gli sembrò che contenesse qualcosa che nessuna grammatica avrebbe saputo correggere.
Posò la penna.
«Per oggi va benissimo.»
Amir sorrise e continuò gli esercizi. Alla fine della lezione gli altri andarono via quasi tutti insieme. Amir rimase qualche minuto in più, come faceva spesso, per ricopiare una parola e sistemare le pagine del suo quaderno. Poi lo chiuse, lo infilò nello zaino e raggiunse la porta.
«Professore.»
Battisti si voltò. «Dimmi.»
«Mercoledì prossimo io…»
Si fermò. Cercava una parola. Battisti avrebbe potuto suggerirgliela, ma aspettò.
Amir guardò per un istante la lavagna.
«Io tornerò.»
Questa volta non c’era niente da correggere.
«Bravo, Amir.»
L’uomo sorrise, salutò e uscì. Battisti rimase solo nella piccola aula. Cancellò la lavagna lentamente, fino a quando di quelle tre frasi non rimase che una leggera traccia bianca. Aveva trascorso anni a spiegare che esistono un passato, un presente e un futuro e che ciascuno possiede regole precise, desinenze ed eccezioni da imparare.
Quella sera gli sembrò tutto molto più complicato. Pensò ad Amir, al suo quaderno blu e a quel «io non so futuro» pronunciato quasi sottovoce. Forse ci sono uomini ai quali il passato è stato strappato, altri che faticano persino ad abitare il presente. E allora il futuro non è semplicemente un tempo verbale: è il coraggio di immaginarsi ancora da qualche parte.
Battisti spense la luce e raggiunse la porta. Prima di uscire si voltò verso la lavagna ormai vuota.
Amir aveva sbagliato quasi tutti gli esercizi di quella lezione, ma prima di andare via aveva detto: «Mercoledì prossimo io tornerò».
Battisti sorrise. Per quella sera poteva bastare perché ci sono parole che si imparano sui libri e altre che bisogna trovare la forza di pronunciare.
E “tornerò”, per un uomo che aveva dovuto lasciare tutto, non era soltanto un verbo al futuro, ma la prima parola di una vita che ricominciava a guardare avanti.
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