Quello che gli occhi non vedono. Le lezioni del prof. Battisti.

Pubblicato il 30 agosto 2026 alle ore 19:13

di Roberto Alicandri 

Il professor Lorenzo Battisti ricordava bene il suo primo ingresso nell’istituto penale minorile. Il cancello si richiuse alle sue spalle con un rumore metallico, poi vennero i controlli, le chiavi, i corridoi e altre porte da aspettare. Era arrivato con una cartella piena di libri e l’esperienza maturata nelle scuole di fuori. Pensava che avrebbe dovuto adattare il suo modo di insegnare a un ambiente diverso. Non immaginava ancora che sarebbe stato quell’ambiente a cambiare lui.

L’aula, in fondo, aveva quasi tutto ciò che conosceva: banchi, quaderni, una lavagna, ragazzi che ascoltavano e altri che si distraevano. Si scherzava perfino. A ricordargli dove si trovasse bastava la fine dell’ora, quando nessuno raccoglieva lo zaino per tornare a casa.

Battisti aveva scelto fin dall’inizio di non chiedere perché fossero lì. Non voleva conoscere un ragazzo attraverso il suo reato. Se qualcosa fosse emerso, sarebbe accaduto nelle parole, nei silenzi, nella confidenza costruita lentamente. E così avvenne.

Salvatore aveva diciassette anni e un’idea molto precisa del futuro.

«Professò, quando esco faccio la vita vera.»

«E quale sarebbe?»

Il ragazzo si appoggiò allo schienale.

«Quella dove la gente ti rispetta.»

Per lui il rispetto coincideva con la paura. Parlava di soldi, macchine, uomini pronti a eseguire ordini. Il modello che aveva davanti non era un medico, un imprenditore o un insegnante. Era il boss del quartiere, quello al quale nessuno diceva di no.

Battisti non tentò di smontare quel mondo con una predica.

«Se tutti ti obbediscono perché hanno paura di te, quando resti solo che cosa rimane?»

Salvatore fece spallucce.

«I soldi.»

«Può darsi.»

La lezione riprese. Nessuna illuminazione, nessun cambiamento improvviso. Il giorno dopo Salvatore la pensava esattamente come prima. Battisti imparò anche questo: certe parole si consegnano senza sapere dove cadranno.

Karim, invece, contava i giorni che mancavano all’uscita. Nell’ultima pagina del quaderno aveva scritto quello che voleva fare: prendere la patente, trovare un lavoro, tornare a giocare a calcio e portare sua madre a mangiare una pizza.

Battisti lesse quell’elenco e non disse nulla.

«Prof, io qua non ci torno.»

«Spero di no.»

«No, proprio non ci torno.»

«Allora ricordati questa frase quando sarai fuori. Qui è facile dirla.»

Karim chiuse il quaderno.

«Fuori sarà più difficile?»

«Fuori sarai tu a dover scegliere.»

Quella risposta sembrò non piacergli, ma la copiò nell’ultima pagina, sotto la lista.

Andrea aveva sedici anni e parlava pochissimo. Un giorno, durante una lezione sulla responsabilità, alzò gli occhi.

«Prof, ma uno può rovinarsi la vita solo perché si fida di qualcuno?»

Battisti posò il libro.

«Può succedere.»

«A me è successo.»

Un amico più grande, qualche favore accettato senza fare troppe domande, il desiderio di sentirsi importante agli occhi di qualcuno. Poi le conseguenze, molto più grandi di lui. Andrea non cercava assoluzioni e Battisti non poteva offrirgliene. Il tribunale aveva il compito di giudicare i fatti; lui aveva davanti un ragazzo che doveva ancora capire che cosa farsene di ciò che era accaduto.

«Mia madre me lo diceva che quello non mi piaceva.»

«Le madri hanno questo brutto vizio.»

Andrea sorrise.

«Io pensavo che non capisse niente.»

«Anche i sedicenni hanno il loro.»

Risero entrambi e la lezione continuò.

Gli anni trascorsi lì non produssero grandi scene da ricordare. La maggior parte delle giornate era fatta di cose piccole: una pagina letta con fatica, un esercizio lasciato a metà, una discussione, una battuta, un ragazzo che un giorno aveva voglia di parlare e quello dopo non voleva rivolgere la parola a nessuno.

Battisti smise presto di cercare spiegazioni semplici. Vide ragazzi provenienti da famiglie difficili e altri cresciuti in case nelle quali apparentemente non mancava nulla. Conobbe chi aveva commesso fatti gravissimi e chi sembrava essere arrivato fin lì attraverso una successione disordinata di scelte sbagliate. Capì soprattutto che comprendere una storia non significa giustificarla. Le responsabilità rimanevano, insieme al dolore provocato agli altri. Ma una persona non poteva essere ridotta al momento peggiore della propria vita, tanto meno quando quella vita era appena cominciata.

Di molti studenti perse le tracce. Qualcuno riuscì a ricominciare, qualcuno tornò a sbagliare. Per altri non seppe più nulla. Non c’era un finale da costruire artificialmente e Battisti non ne aveva bisogno. Il suo mestiere non consisteva nel salvare persone, ma nell’incontrarle in un tempo preciso della loro esistenza e provare a rendere utile quel tempo.

Quando tornò a insegnare in una scuola ordinaria, si accorse del cambiamento durante una scena banalissima.

Era terminata l’ultima ora. La campanella suonò e i ragazzi si precipitarono verso la porta. Nel giro di pochi minuti il corridoio si riempì di voci, zaini, telefonini riaccesi in fretta e programmi per il pomeriggio.

«Ci vediamo domani, prof!»

«A domani.»

Battisti rimase vicino alla finestra e li vide attraversare il cancello. Alcuni salirono sulle automobili dei genitori, altri andarono via a piedi, due si fermarono a discutere sul marciapiede.

Era una scena che aveva visto centinaia di volte prima del carcere.

Eppure adesso gli sembrava diversa.

Negli anni precedenti avrebbe forse pensato soltanto alla lezione riuscita male, al compito non consegnato, alla risposta insolente di qualcuno. Ora gli veniva spontaneo chiedersi che cosa ci fosse oltre ciò che appariva in aula. Aveva imparato quanto possa essere sottile, nell’adolescenza, il confine tra il bisogno di appartenere e l’affidarsi alle persone sbagliate, tra il desiderio di essere rispettati e la fascinazione per il potere, tra un errore dal quale si torna indietro e uno che presenta un conto molto più alto.

Non diventò per questo un professore indulgente. Continuava a mettere insufficienze, a pretendere impegno, a richiamare chi mancava di rispetto. Semplicemente, aveva smesso di credere che un voto o un comportamento bastassero a raccontare chi aveva davanti.

Del carcere parlava raramente. Non voleva trasformare quei ragazzi in aneddoti da utilizzare nelle altre classi. Ciò che gli avevano raccontato apparteneva a loro.

Eppure qualcosa di loro entrava con lui ogni mattina a scuola.

C’era Salvatore quando incontrava un adolescente convinto che la forza consistesse nel farsi temere. C’era Karim quando qualcuno gli parlava timidamente del proprio futuro. C’era Andrea quando vedeva un ragazzo seguire il gruppo soltanto per non sentirsi escluso.

Non erano ricordi malinconici. Erano diventati parte del suo modo di insegnare.

Un pomeriggio, mentre usciva da scuola, Battisti si fermò davanti al cancello. Gli studenti erano già quasi tutti andati via. Pensò alle tante volte in cui, anni prima, aveva attraversato un altro cancello aspettando che un agente lo aprisse e lo richiudesse alle sue spalle.

Solo allora comprese davvero che cosa gli avessero lasciato quegli anni.

Prima del carcere guardava una classe e vedeva soprattutto il presente dei suoi studenti. Dopo, aveva imparato a intravedere anche ciò che poteva cominciare fuori da quell’aula.

Per questo insegnava con una consapevolezza diversa: una lezione può essere dimenticata, una data può svanire dalla memoria, un libro può restare chiuso, ma nel tempo fragile in cui una persona sta ancora cercando di capire chi diventare, incontrare un adulto capace di ascoltarla senza giudicarla in anticipo, ma anche senza sottrarla alle proprie responsabilità, può lasciare una traccia. Non sempre abbastanza profonda da cambiare una vita, ma talvolta sufficiente a mostrare che esiste anche un’altra strada.

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