Un nuovo lavoro narrativo pubblicato da Partiture Letterarie che conferma la profonda sensibilità umana, sociale e letteraria di Gabriella Marfé. Attraverso la storia di Amina, l’autrice costruisce un racconto intenso e doloroso, capace di interrogare il lettore sui grandi temi del nostro tempo — migrazioni, disuguaglianze, sfruttamento, speranza e riscatto — senza mai rinunciare alla dimensione più autentica della narrazione: quella dell’incontro tra esseri umani e della possibilità, sempre, di ricominciare.
Buona lettura.
(Roberto Alicandri)
di Gabriella Marfé
Amina sognava il mare molto prima di vederlo. Nel suo villaggio, nel nord del Ghana, il mare era una leggenda. Nessuno lo aveva mai visto, ma tutti ne parlavano come di una promessa. I vecchi dicevano che l’acqua salata era più grande di qualsiasi lago, che il suo colore cambiava col cielo, che sulla sua superficie si riflettevano le stelle più luminose. Ma per i giovani, il mare non era poesia. Era una via di fuga. Amina lo immaginava come una linea blu che separava la fame dall’abbondanza, la polvere dal cemento, la disperazione dalla speranza. Nel suo villaggio, dove le strade erano rosse di laterite e le case di fango si sgretolavano con le piogge, tutti parlavano del mare come di una porta. Nessuno parlava di ciò che si lasciava dietro. Non si parlava dei campi che non davano più raccolto, delle scuole senza libri, del dispensario senza medicine. Non si parlava dei ragazzi che partivano e non tornavano mai, delle madri che invecchiavano in silenzio, delle storie che si perdevano nella polvere.
Amina aveva diciotto anni quando decise che anche lei sarebbe passata attraverso quella porta. Non era una scelta coraggiosa. Era l’unica scelta di vita per poter fuggire da quell’inferno. Eppure il Ghana è un paese ricco di risorse. Oro, cacao, petrolio. Eppure, Amina era circondata solo da povertà. La sua vita era stata difficile sin dall’infanzia: aveva perso suo padre di malaria perché in una specie di ospedale vicino al suo villaggio era finito il chinino da tre mesi e nessuno provvedeva a ricomprarlo. Sua madre vendeva manioca al mercato per pochi soldi al giorno e suo fratello maggiore era partito per la Libia e non aveva mai mandato notizie.
Amina aveva imparato presto che l’istruzione era un lusso. Nel suo villaggio, andare a scuola non era un diritto, ma un privilegio che pochi potevano permettersi. Le aule erano fatte di fango e lamiera, i banchi erano tavole di legno appoggiate su mattoni, e i libri di testo dovevano essere condivisi tra cinque o sei studenti. Ma Amina non si era mai lamentata. Sapeva che l’istruzione era la sua unica possibilità di cambiare il destino che le era stato cucito addosso. A sette anni, aveva percorso ogni mattina cinque chilometri a piedi per raggiungere la scuola elementare del villaggio vicino. Camminava a piedi nudi sulla terra rossa, con il quaderno stretto al petto e la fame che le mordeva lo stomaco. Ma non si fermava mai. Non si fermava quando pioveva, quando il sole bruciava, quando la stanchezza le piegava le gambe. Si fermava solo per bere a un ruscello o per raccogliere un frutto caduto da un albero.
A tredici anni, aveva superato l’esame di fine ciclo con il massimo dei voti. Ma sua madre non aveva i soldi per mandarla alla scuola secondaria. Il villaggio era povero, e i soldi erano pochi. Amina aveva pianto per una notte intera. Poi aveva deciso che non si sarebbe arresa. “Voglio studiare,” aveva detto a se stessa. “Troverò un modo.” E lo aveva trovato. Aveva cominciato a lavorare nei campi di cacao, raccogliendo i baccelli per pochi spiccioli al giorno. Aveva fatto il bucato per le famiglie più abbienti, aveva portato l’acqua dal pozzo, aveva venduto frutta al mercato. Ogni moneta che guadagnava la metteva da parte, in una scatola di latta nascosta sotto il materasso. Alla fine, dopo aver lavorato tanto durante l’estate, aveva accumulato abbastanza soldi per pagarsi la retta della scuola secondaria.
La scuola secondaria era a quaranta chilometri dal suo villaggio, e Amina, grazie ai sacrifici fatti, aveva messo da parte abbastanza soldi per vivere in un convitto, dove dormiva in un dormitorio con altre trenta ragazze. I materassi erano sottili, il cibo era scarso, e l’acqua calda era un lusso che nessuno conosceva. Ma Amina non si lamentava. Per lei, la scuola era un miracolo. Per la prima volta, aveva libri veri. Per la prima volta, aveva insegnanti che la incoraggiavano a pensare, a domandare, a sognare. Le sue materie preferite erano biologia e matematica. Amava l’anatomia, la biologia, e sognava di diventare medico. Sapeva che era una strada lunga e difficile, ma era il suo sogno sin da piccola: aiutare chi soffriva. Ma sapeva che il sogno era lontano.
“Studia, Amina,” le ripetevano le sue insegnanti. “Sei la migliore della classe. Puoi arrivare ovunque.” Amina studiava fino a tardi, alla luce fioca di una candela, mentre le altre ragazze dormivano. Leggeva e rileggeva i suoi appunti, era affascinata dal miracolo del corpo umano e dai suoi meccanismi così perfetti. La sua determinazione era incrollabile.
A diciotto anni, Amina sostenne l’esame di maturità. I suoi voti furono tra i più alti della regione. Il diploma che ricevette era un pezzo di carta, ma per lei valeva più dell’oro. “Complimenti, Amina,” le disse il preside della scuola. “Hai ottenuto il massimo dei voti. Sei un esempio per tutti.” Amina sorrise, ma dentro di sé sentiva un peso. Sapeva che un diploma, per quanto brillante, non era una garanzia di successo. Nel suo paese, i giovani con titoli di studio spesso finivano a fare lavori che non richiedevano alcuna qualifica. La disoccupazione era altissima, e i posti di lavoro qualificati erano pochi e riservati a chi aveva raccomandazioni o soldi.
Ma Amina non voleva arrendersi. Capì che sarebbe stata costretta a lasciare il suo paese per frequentare una facoltà di medicina. Sapeva che la strada sarebbe stata lunga e piena di difficoltà, ma non voleva rinunciare al suo sogno. Non era la povertà a farla soffrire. Era l’inutilità. Era il senso di essere un ingranaggio rotto in un sistema che non aveva bisogno di lei.
La sera in cui decise di lasciare il Ghana, Amina guardò la collana di perle rosse, regalo di sua nonna, e la strinse tra le mani. Quella notte, Amina capì che l’istruzione non era sufficiente. Non bastava studiare, non bastava essere brava. Bisognava essere altrove. L’Europa era il suo nuovo sogno, ma capì che non era il sogno di studiare: era una lotta per la sopravvivenza.
Il mattino dopo, Amina salì sul pullman. Non aveva molti bagagli: una borsa di tela con qualche vestito, una foto di sua madre, la collana di perle rosse intorno al collo. Intorno a lei, altri sconosciuti con la stessa meta. Il pullman era pieno di corpi che si toccavano, di sguardi che evitavano di incrociarsi. L’aria era calda e densa, come se il villaggio intero stesse trattenendo il respiro.
“Parti anche tu?” le chiese un ragazzo seduto accanto a lei. Era giovane, forse vent’anni, con occhi stanchi ma un sorriso ancora intatto.
“Parto,” disse lei.
“Anche io,” disse lui. “Vado in Libia. Poi in Europa. E tu?”
“La stessa cosa.”
“Perché parti?”
Amina esitò. Poteva dirgli della fabbrica tessile, del lavoro che non bastava, della fame che si accumulava come polvere. Ma non erano quelle le vere ragioni. La ragione era che non voleva più guardare il cielo del suo villaggio senza vederci il futuro. “Perché ho paura di restare,” disse alla fine.
Il ragazzo annuì. “Anche io.”
Il pullman si mise in moto. La polvere rossa si sollevò intorno alle ruote, avvolgendo il villaggio come un velo. Amina guardò fuori dal finestrino. Vide sua madre, in lontananza, che non salutava. Stava semplicemente in piedi, immobile, come una statua. Poi il villaggio scomparve. Amina non pianse. Aveva già pianto abbastanza nella sua vita. Ora era il momento di andare avanti.
Il viaggio verso il Niger fu lungo e faticoso. Il pullman attraversò savane aride, villaggi dimenticati, strade dissestate che sembravano non portare da nessuna parte. Ad ogni fermata, Amina vedeva scene che si ripetevano: bambini che chiedevano soldi, donne che vendevano frutta secca, vecchi che sedevano all’ombra e guardavano il nulla con occhi antichi.
“Tutti qui vogliono andare via,” disse a un certo punto il ragazzo accanto a lei.
“Ma dove vanno?” chiese lei.
“Non lo sanno. Ma sanno di non voler restare.”
Poi arrivò il Niger. La terra divenne polvere, l’aria divenne fuoco. Il deserto si apriva davanti a loro come un mare senza fine. Ma era un mare di sabbia, non di acqua. Un mare che non portava da nessuna parte.
Un uomo con occhi duri e pelle consumata dal sole si avvicinò al pullman. “Da qui in poi si viaggia con me,” disse. “Chi non ha soldi, scenda.”
Amina tirò fuori il denaro che aveva nascosto nella cintura. Era poco. Ma sarebbe bastato per il deserto. Non per il mare. “Ho soldi,” disse.
L’uomo la guardò. “Salta sul pick-up. E non guardare indietro.”
Amina salì. Il pick-up era sovraccarico di corpi, come il pullman. Ma qui non c’era spazio per parlare. C’era solo silenzio e caldo.
Durante il viaggio nel deserto, una donna seduta accanto ad Amina si ammalò. Prima fu la nausea. Poi la febbre. Poi il delirio. Gli altri passeggeri si allontanarono. Nessuno la toccò. Nessuno le parlò.
“Come si chiama?” chiese Amina a un uomo vicino.
“Non importa,” rispose lui. “Tanto morirà.”
Amina non accettò. Si avvicinò alla donna, le mise una mano sulla fronte. “Come ti chiami?” chiese.
“Aminata,” sussurrò la donna.
“Ti devo dare dell’acqua. Sei disidratata.”
“Non c’è acqua,” disse qualcuno.
Amina ignorò la voce. Tirò fuori la sua borraccia e diede da bere ad Aminata. Non era molto. Ma era qualcosa. La donna la guardò con occhi grati. “Sei una brava persona,” disse.
“Non lo so,” rispose Amina. “So solo che non posso lasciarti morire.”
Aminata sorrise. Poi chiuse gli occhi. Morì due ore dopo. Il trafficante la prese e la lasciò in un fosso, come si lascia un oggetto inutile. Amina pensò a sua madre. Pensò alla collana di perle rosse. Pensò a tutto ciò che aveva lasciato e a tutto ciò che stava perdendo. Ma non pianse. Non poteva. Aveva un viaggio da finire.
La Libia era un incubo sveglio. Amina fu rinchiusa in un capannone con centinaia di altre persone. Uomini armati controllavano le entrate. Le donne venivano portate via di notte. Nessuno diceva dove.
Un giorno, un uomo alto con occhi duri le si avvicinò. Parlava la sua lingua. Le disse che era nigeriano, che capiva la sua sofferenza. Le disse che l’avrebbe aiutata. “Sei una donna intelligente,” le disse. “Se vuoi andare in Europa, devi pagare. Lo sai, vero?”
“Non ho più soldi.”
“Lo so,” disse lui. “Ma puoi guadagnarli. Lavorando per me. Poi sarai libera.”
Amina accettò. Non sapeva che il lavoro era il suo corpo. Non sapeva che non sarebbe mai stata libera. Visse in Libia per sei mesi. Sei mesi di paura, di violenza, di dolore. Ogni giorno pensava a sua madre. Ogni notte sognava il mare.
Una notte, mentre le guardie dormivano, Amina e un gruppo di altre donne riuscirono a scappare. Corsero per ore nel buio. Senza scarpe, senza acqua, senza meta. “Stiamo andando verso il mare,” disse una di loro. Camminarono per tre giorni. Tre giorni senza cibo, senza acqua, senza speranza. Ma poi videro una luce. Era un campo di accoglienza. C’erano tende, c’erano volontari, c’era un medico. Amina non sapeva come, ma era viva.
“Voglio partire,” disse a un volontario. “Voglio arrivare in Europa.”
Il volontario la guardò con occhi stanchi. “Lo sanno tutti, qui. Ma il mare è pericoloso.”
“Lo so,” disse Amina. “Ma non mi sembra di avere scelta.”
Il gommone era piccolo e vecchio. Stava per affondare. Il trafficante disse: “Se volete arrivare, dovete salire. Se no, tornate indietro.” Amina salì. L’acqua era fredda. Il cielo era scuro. Tutto intorno urlavano e pregavano. Lei non pregò. Non credeva più in niente. Poi vide le luci. “L’Italia!” gridarono. Amina non sorrise. Era troppo stanca. Ma dentro di sé pensò: finalmente, ce l’ho fatta. Non sapeva che un altro inferno l’aspettava.
La Sicilia era bella, ma Amina non riusciva a vederla. Era stanca, sporca, spaventata. La portarono in un centro di accoglienza. Letti di ferro. File per il cibo. Niente di più. Un’assistente sociale le chiese come si chiamava. Lei disse: “Amina.” “Di dove sei?” “Ghana.” “Quanti anni hai?” “Diciotto.”
Rimase lì nel campo di accoglienza per mesi, in Sicilia, e capì che la situazione non era diversa dalla Libia. Dopo un po’ di tempo fece amicizia con una donna nigeriana che la mise in guardia e le disse: “Attenzione. Ci sono uomini che cercano ragazze come te. Ti promettono tutto. Ti portano al nord. E poi ti mettono per strada.”
“Che vuol dire?”
“Ti sequestrano il passaporto e devi vendere il tuo corpo agli uomini, sono sia africani che italiani.”
Un pomeriggio, un uomo si avvicinò a lei. Era alto, vestito elegante, parlava con accento italiano ma conosceva alcune parole della sua lingua. “Sei nuova,” disse. “Hai bisogno di aiuto.”
Amina lo guardò. Aveva occhi gentili, ma c’era qualcosa di duro dietro. “Chi sei?” chiese.
“Un amico. Posso trovarti un lavoro. Al nord. In una città chiamata Castel Volturno. Lavoro vero, soldi veri. Puoi aiutare la tua famiglia.”
“Quanto devo pagare?”
“Niente. Ma poi lavorerai per me. Un po’ alla volta.”
Amina capì che era una trappola, ma decise di accettare lo stesso: poi avrebbe cercato di fuggire. “Va bene,” disse.
Il viaggio in macchina durò molte ore. Amina guardava il paesaggio cambiare, ma non provava nulla. Era come se il suo corpo si fosse staccato dalla sua anima. “Abbiamo un accordo,” disse l’uomo. “Tu lavori, io ti proteggo.”
“Che tipo di lavoro?”
“Ti spiegherò quando arriveremo.”
Arrivarono a Castel Volturno di notte. La città era brutta, piena di palazzi abbandonati, strade sporche. L’uomo la portò in una casa. Dentro c’erano altre donne. Nigeriane, ghanesi come lei. Alcune piangevano. Altre non guardavano. “Questo è il tuo nuovo lavoro,” disse l’uomo. Le diede un vestito corto e la spinse fuori sulla strada.
Amina aveva capito subito, ma avrebbe cercato una scappatoia. Ogni notte era uguale. Strada, auto, uomini, soldi. Il protettore aspettava alla fine della strada, contava i guadagni, la minacciava se non portava abbastanza. “Non voglio fare questo,” disse Amina una sera a se stessa.
Ma una notte, Amina incominciò a camminare, allontanandosi silenziosamente. Si fermò in mezzo alla strada e guardò il cielo. Piuttosto che vivere così, preferisco morire. Ma non morì. Vide una donna ferma accanto a una macchina. Non era italiana, aveva i capelli lunghi e un’aria stanca ma decisa. Stava parlando al telefono. “Rosana,” sentì dire.
Amina non sapeva chi fosse. Ma qualcosa in quella donna le diceva: fermati. “Per favore,” disse Amina in italiano stentato. “Mi puoi aiutare.”
Rosana si voltò. La guardò. Vide i suoi occhi rossi, il suo corpo rigido, il modo in cui teneva le braccia strette al petto. Vide la paura. “Vieni con me,” disse Rosana. “Siamo vicini alla macchina.”
Rosana non esitò. La portò in macchina, la fece sedere, le diede dell’acqua. Poi chiamò Bruno. “Ho incontrato una ragazza africana che ha bisogno di aiuto,” disse al telefono. Lui la raggiunse subito e, senza esitare, decisero di andare dai carabinieri.
Arrivarono in commissariato e Amina cominciò a raccontare la sua storia. La denuncia fu lunga. Amina raccontò tutto: il viaggio, i protettori. Un carabiniere scrisse ogni parola.
“Non hai paura?” chiese Rosana.
“Sono cresciuta con la paura da sempre,” rispose Amina. “Ma per la prima volta ho anche speranza. Dopo aver incontrato voi.”
Rosana le strinse la mano. E Bruno esclamò: “Non ti lasceremo sola.”
Dopo la denuncia, Amina fu portata al Centro Fernandes a Castel Volturno, e Rosana e Bruno non la lasciarono sola. La andavano a trovare ogni giorno e Rosana, per rassicurarla, le diceva: “Non devi avere paura, qui sei al sicuro.” Ma Amina continuava ad avere paura e a ripetere: “E se i protettori mi trovano?” E Bruno le rispondeva: “Non ti troveranno. Hai fatto la cosa giusta.”
Amina non capiva perché due sconosciuti volessero aiutarla. “Perché lo fate?” chiese un giorno. “Non mi conoscete.”
Rosana si sedette accanto e le prese la mano. “Noi abbiamo imparato a conoscere la paura delle persone costrette a fuggire dai loro paesi per problemi di guerra, povertà, fame, e non potevamo lasciarti in balìa di questi criminali.”
Bruno annuì. “E io ho visto troppe persone perdersi per strada. Non voglio che tu sia una di quelle.”
Nei giorni successivi, Amina cominciò a raccontare la sua storia e l’amicizia che stava nascendo tra le due donne diventava sempre più profonda. Anche Rosana raccontò la sua storia:
“Il mio viaggio in Italia iniziò con un sogno professionale. Arrivai dal Brasile per approfondire i miei studi in implantologia, approdando all’Università di Tor Vergata, dove una professoressa che conoscevo mi accolse e mi permise di seguire un master di tre mesi. Ma fu il destino, non il lavoro, a cambiare la mia vita. Conobbi Marcella, una ricercatrice napoletana che lavorava tra Roma e Napoli. Diventammo subito amiche, e un giorno le confessai il desiderio di visitare Napoli e, soprattutto, la Costiera Amalfitana. Lei mi invitò a casa sua per un fine settimana, approfittando dell’assenza del marito, partito per un convegno. Marcella partì qualche giorno prima in treno, e io la raggiunsi a Napoli un venerdì di metà ottobre. Alla stazione di Mergellina, però, non c’era lei: ad attendermi c’era Bruno, suo fratello. Scattò subito qualcosa tra noi, un’intesa immediata, come se ci conoscessimo da sempre. Bruno portava sulle spalle un lungo matrimonio fallito e quattro figli da gestire, un uomo libero ma segnato da ferite familiari profonde. Io, dal canto mio, ero divorziata e in Brasile avevo lasciato mia figlia, ormai diciottenne. Le nostre storie erano diverse, lo dissi ad Amina, ma accomunate da una grande sofferenza. Quando tornai in Brasile, raccontai a mia figlia tutto: l’incontro con Bruno, la voglia di stare con lui, il senso di essere tornata una ragazzina indifesa. Lei, con una maturità che mi sorprese, mi guardò e disse: ‘Io posso vivere con mio padre. Se pensi che ne valga la pena, segui il tuo cuore.’ Fu una scelta difficile, ma in quel momento avevo bisogno di sentirmi libera di scegliere la mia nuova vita. Ed eccomi qua. Ho dovuto rimettermi in discussione, studiare di nuovo per continuare a fare il mio lavoro in Italia. Pensavo che tutto sarebbe stato più facile. Invece ho incontrato difficoltà, pregiudizi, ostacoli che non avevo previsto. Ma ho trovato anche persone che mi hanno accolto, che mi hanno teso la mano, che mi hanno fatto sentire che, nonostante tutto, valesse la pena ricominciare.”
Amina ascoltava. Era la prima volta che qualcuno le parlava come a una persona, non come a una vittima. “Anche io ho studiato,” disse piano. “In Ghana. Ho un diploma. Volevo diventare medico. Ma non c’era lavoro. Non c’era futuro. E allora ho deciso di partire.”
Rosana la guardò con occhi pieni di comprensione. “Non è colpa tua se hai sognato. È colpa di chi ti ha tradito.”
Dopo alcune settimane, Rosana propose ad Amina di andare a vivere con lei e Bruno. “Abbiamo una stanza libera. È piccola, ma è tua. Puoi stare finché non trovi un lavoro.” Amina accettò. Non aveva niente, ma per la prima volta aveva una casa.
Durante la cena, il momento della giornata in cui si incontravano, perché Bruno e Rosana erano fuori tutto il giorno, si raccontavano storie. Poi Rosana insegnava ad Amina a cucinare piatti italiani, mentre Amina insegnava loro alcune parole in twi, la sua lingua madre. “Medaase,” diceva Amina. “Grazie.” “Medaase,” ripetevano insieme Rosana e Bruno. E ridevano.
Ma non tutto era facile. A volte Amina aveva incubi. Si svegliava urlando e sudando. Rosana la rassicurava: “Non sei più lì,” le diceva. “Sei qui. Sei al sicuro.” E Amina, piano piano, ricominciava a respirare.
Con l’aiuto di Bruno, Amina trovò un lavoro in una cooperativa sociale che produceva oggetti di artigianato con materiali riciclati. La paga era piccola, ma il lavoro era onesto. “Mi piace,” disse Amina una sera. “Aiutare gli altri. Dare un senso a tutto quello che ho passato.”
“Allora non fermarti,” rispose Rosana. “Hai una storia che può aiutare molte persone.”
Bruno aggiunse: “Potresti anche studiare. Ci sono corsi per sostenere il test di medicina.”
Amina cominciò a cercare su internet corsi di preparazione adatti per il test di medicina. “Bruno, ho visto i prezzi,” disse a bassa voce. “Sono troppo costosi. Io non posso permettermeli. Non ho i soldi per pagare un corso di preparazione. E poi il test… è difficile, lo so. Ma forse posso studiare da sola.”
Bruno la guardò. “Da sola?”
“Sì,” rispose Amina con decisione. “Posso comprare un libro, cercare materiale online, studiare la sera dopo il lavoro. Ci proverò. Anche se non sarà facile. Non lo è mai stato, per me.”
Rosana le prese la mano. “Se vuoi, ti aiutiamo a trovare i libri. E puoi studiare qui a casa. La sera, quando torni, puoi sederti al tavolo. Noi ti lasceremo in pace.”
Amina annuì. Sentiva una fiammella accendersi dentro di lei. Era piccola, ma era viva.
Cominciò a studiare la sera, dopo il lavoro. Arrivava a casa stanca, ma si sedeva al tavolo e apriva i libri. Biologia, chimica, fisica, matematica. Parole difficili, concetti complessi. Ma lei non si arrendeva. A volte si addormentava sul libro. Rosana la copriva con una coperta e spegneva la luce. Al mattino, Amina si svegliava all’alba e ricominciava prima di andare al lavoro. “Sei pazza,” le diceva Bruno scherzando. “Ma hai ragione. Alla fine ce la farai.” E Amina ci credeva. Per la prima volta, sentiva di avere un futuro. Un futuro che non dipendeva da nessuno. Solo da lei.
I mesi passarono. Amina studiava ogni sera, fino a tardi. A volte Rosana trovava il suo libro aperto sul tavolo, accanto a una tazza di tè ormai freddo. A volte Bruno la chiamava per cena e lei non sentiva, così immersa nei suoi pensieri.
Il giorno del test, Amina si svegliò presto. Indossò il suo vestito migliore, si guardò allo specchio e fece un respiro profondo. “Ce la farai,” le disse Rosana, abbracciandola. “Sei forte, Amina. Più forte di quanto pensi.” Bruno la accompagnò all’Università della Campania Vanvitelli, dove sperava di entrare, perché il Pineta Grande Hospital di Castel Volturno era diventato una sede distaccata dell’università. Non parlò molto, ma Bruno le strinse la mano prima che lei entrasse. “Vai,” disse. “È il tuo momento.”
Amina entrò nell’aula. C’erano centinaia di studenti. Tutti sembravano sicuri di sé, pronti, preparati. Lei si sentiva piccola, fuori posto. Ma poi chiuse gli occhi e pensò a tutto il cammino che aveva fatto. E capì che non era fuori posto. Era esattamente dove doveva essere.
Il test fu lungo e difficile. Domande su domande. Alcune le sembravano impossibili. Ma Amina non si arrese. Rispose a tutte, con calma, con determinazione. Quando uscì, Bruno la aspettava in macchina. “Com’è andata?” chiese.
“Non lo so,” rispose Amina. “Ho fatto del mio meglio.” E per la prima volta, le bastava.
Passarono pochi giorni e Amina controllò i punteggi sul sito dell’università, con il cuore in gola. Lesse il punteggio del test: aveva ottenuto il massimo. Amina rimase immobile. Lesse altre due volte, tre, quattro. Poi cominciò a piangere. Non era un pianto di tristezza. Era un pianto di gioia, di sollievo, di orgoglio. “Ce l’ho fatta,” sussurrò.
Rosana e Bruno arrivarono di corsa. “Che succede?” chiese Rosana, preoccupata.
Amina alzò lo sguardo, con le lacrime agli occhi. “Sono stata ammessa a medicina.”
Rosana la abbracciò forte. Bruno sorrise e le diede una pacca sulla spalla. “Te l’avevo detto,” disse. “Sei forte.”
Il sogno si era avverato, ma la realtà era più complicata di quanto Amina avesse immaginato. Dovette fare un calcolo. Il lavoro alla cooperativa le dava un piccolo stipendio, appena sufficiente per vivere. Se avesse voluto iscriversi, avrebbe dovuto continuare a lavorare. Ma i corsi di medicina erano impegnativi: lezioni al mattino, laboratori al pomeriggio, tirocini in ospedale. Come avrebbe fatto a conciliare tutto?
“Io ti aiuto,” disse Bruno. “La cooperativa ha bisogno di qualcuno che lavori il turno serale. Potresti seguire i corsi la mattina e lavorare il pomeriggio e la sera.”
“Ma non mi basterà per pagare tutto,” rispose Amina.
“Allora cerchiamo qualcosa di più flessibile,” disse Rosana. “Lavoretti, ripetizioni. Possiamo farcela.”
Amina annuì, ma dentro di sé sentiva il peso della paura.
Il primo mese di università fu un incubo. Amina si alzava alle sei del mattino per studiare un’ora prima di andare a lezione. Frequentava i corsi fino alle due del pomeriggio. Poi correva alla cooperativa, dove lavorava fino alle otto di sera. Tornava a casa stremata, ma doveva ancora studiare. A volte si addormentava sui libri. Rosana la trovava la mattina, con la testa appoggiata sul tavolo, il libro ancora aperto. “Devi riposare,” le diceva. “Non puoi andare avanti così.”
“E cosa devo fare?” rispondeva Amina. “Se smetto di lavorare, non posso pagare l’università.”
“E se trovassi un altro lavoro? Qualcosa che ti permetta di seguire i corsi senza esaurirti?”
Amina ci pensò. Ma non sapeva cosa fare. Un giorno, mentre parlava con una compagna di corso, Amina scoprì che l’università offriva borse di studio per studenti con difficoltà economiche. Ma i requisiti erano severi: bisognava dimostrare di avere un reddito basso e mantenere una media alta. “E come faccio a mantenere una media alta se non ho tempo per studiare?” si chiese.
Poi, un’altra compagna le raccontò che il Comune aveva un programma di tirocini retribuiti per studenti. Si poteva lavorare in biblioteca, negli uffici comunali, nelle scuole. Orari flessibili, paga modesta ma sufficiente per vivere. Amina fece domanda. E fu accettata.
Il nuovo lavoro era in una biblioteca comunale. Amina lavorava il sabato e la domenica, e qualche pomeriggio in settimana. L’orario era flessibile: poteva studiare, seguire i corsi, e lavorare nei momenti liberi. “Finalmente posso respirare,” disse a Rosana.
“E ora puoi concentrarti sullo studio,” rispose Rosana.
Amina cominciò a studiare con più calma. Aveva più tempo per preparare gli esami, per frequentare i laboratori, per conoscere i professori. Arrivarono i primi appelli e Amina passò il primo esame con ottimi voti. Poi il secondo, il terzo. Gli esami diventavano sempre più difficili e le materie più complesse. A volte Amina sentiva la nostalgia, il peso della sua storia, la paura di non essere all’altezza. Ma ogni volta, trovava la forza di andare avanti. “Penso a mia madre,” diceva. “Penso a tutte le donne che non hanno avuto la mia chance. E allora continuo.”
Un giorno, durante un tirocinio in ospedale, Amina incontrò una donna africana che piangeva in un corridoio. Aveva paura. Non capiva la lingua. Era sola. “Posso aiutarla?” chiese Amina in lingua twi. La donna la guardò, sorpresa. E pianse di sollievo. Da quel momento, Amina capì che la sua storia era la sua forza. Non un peso. Ma un dono.
Una sera, mentre cenavano, Amina disse: “Tutti in Europa parlano di blocco navale,” disse a bassa voce. “Di fermare i migranti. Ma nessuno parla del perché scappiamo. Nessuno parla di cosa ha fatto l’Occidente nei nostri paesi.” Amina prese un sorso d’acqua. E con voce ferma continuò: “Gli occidentali hanno saccheggiato l’Africa per secoli. Oro, petrolio, diamanti, uranio. Hanno scavato le nostre viscere e portato via tutto. Hanno lasciato solo buchi nella terra e povertà nei villaggi. Ma non basta. Quando non c’era più niente da prendere, hanno cominciato a lasciare i loro rifiuti.”
“Avete mai sentito parlare della Probo Koala?” continuò Amina. “Nel 2006, una nave europea scaricò rifiuti tossici in Costa d’Avorio. Morirono diciassette persone. Decine di migliaia si ammalarono. E sai cosa successe? Niente. I trafficanti pagarono una multa irrisoria e tutto tornò come prima.”
Rosana e Bruno annuirono lentamente. Avevano letto qualcosa, ma non ricordavano perfettamente.
“Non è solo la Probo Koala,” riprese Amina. “Ogni anno, navi cariche di rifiuti elettronici partono dall’Europa e dall’America e arrivano in Ghana, in Nigeria, in Kenya, in Senegal. Dovreste vedere l’Agbogbloshie in Ghana, dove bambini di quattro anni camminano a piedi nudi sulle scorie, respirano il fumo dei cavi bruciati. Hanno il piombo nel sangue. E noi, quando arriviamo qui, ci chiamano clandestini. Ed ora è giunto il momento che l’Occidente paghi per quello che ha fatto ai nostri paesi.”
Rosana rimase in silenzio per un lungo momento, lasciando che le parole di Amina penetrassero nella sua coscienza. Poi, con una voce che mescolava curiosità e dolore, chiese: “Ma che politiche ci sono oggi nei vari paesi dell’Africa? Perché io continuo a vedere povertà. Continuo a sentire che c’è lo sfruttamento dell’Occidente. Bambini che lavorano nelle miniere. E i vostri politici… cosa fanno? Come fanno a permettere tutto questo?”
Amina emise un sospiro amaro. Si voltò verso la finestra, come se cercasse nel mare lontano le risposte che Rosana cercava. “È una domanda giusta,” disse. “E la risposta è complessa. Ma te la riassumo in una parola: dipendenza.” Si girò e fissò Rosana negli occhi. “Dopo le indipendenze, negli anni Sessanta, molti paesi africani erano pieni di speranza. Pensavamo che finalmente avremmo potuto costruire il nostro futuro. Ma l’Occidente non ci ha mai lasciato andare. Ha cambiato solo le sue strategie.”
“Prendi gli accordi commerciali,” cominciò Amina, alzando un dito. “L’Europa e gli Stati Uniti hanno firmato trattati con i nostri paesi che sembrano generosi, ma che in realtà sono trappole.”
“Cioè?” chiese Rosana, incuriosita.
“L’Unione Europea, per esempio, ha firmato gli Accordi di Partenariato Economico con molti paesi africani,” spiegò Amina. “Sembra una buona cosa: liberalizzazione del commercio, dazi ridotti. Ma in pratica, questi accordi hanno distrutto le nostre economie locali.”
“Come?”
“Immagina,” disse Amina, “che in Niger ci sono contadini che coltivano grano, riso, mais. Poi l’Europa manda i suoi prodotti agricoli in Niger con dazi ridotti o nulli. Il grano europeo, sovvenzionato dai sussidi dell’UE, costa meno di quello africano. I nostri contadini non riescono a competere. Abbandonano i campi. Vanno in città o emigrano. E l’Europa, intanto, si riempie la bocca parlando di ‘commercio equo’.”
Rosana annuì, cominciando a capire. “E non è solo l’agricoltura,” continuò Amina. “È tutto. L’Africa produce il 70% del cacao mondiale, ma riceve solo il 2% del valore del cioccolato. L’Africa produce il 60% del caffè mondiale, ma i profitti vanno tutti alle multinazionali in Europa e America. Noi produciamo la materia prima, loro fanno i soldi. È il colonialismo economico, ma con la cravatta.”
“E il debito?” chiese Bruno. “Ho sentito che l’Africa ha un debito enorme con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.”
Amina annuì con un’espressione dolorosa. “Anche questa è una trappola,” disse. “Negli anni Ottanta, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno concesso prestiti ai paesi africani. Ma c’erano condizioni: i famosi ‘Programmi di Aggiustamento Strutturale’.”
“E cosa prevedevano?”
“Tagli alla spesa pubblica,” elencò Amina con amarezza. “Privatizzazioni. Apertura dei mercati. Il FMI diceva: ‘Se volete i soldi, dovete aprire le vostre economie, tagliare la sanità, tagliare l’istruzione, privatizzare tutto’.” Scosse la testa. “I risultati? I servizi pubblici sono crollati. Gli ospedali hanno chiuso. Le scuole sono diventate a pagamento. L’acqua e l’elettricità sono state privatizzate. E il debito, invece di diminuire, è aumentato. Perché i soldi che avrebbero dovuto servire per lo sviluppo sono stati usati per pagare gli interessi sul debito.”
Rosana rispose: “Ma è un circolo vizioso.”
“Esatto,” confermò Amina. “L’Africa paga ogni anno più di 50 miliardi di dollari per il servizio del debito. Sono soldi che potrebbero costruire scuole, ospedali, strade. Invece, vanno a banche e governi occidentali. È una forma di schiavitù moderna.”
“E le risorse? I bambini che lavorano nelle miniere?”
Amina chiuse gli occhi per un momento, come se quella domanda le aprisse una ferita. “Tu parli di bambini nelle miniere,” disse. “Ma sai cosa c’è dietro? Nel Congo ci sono miniere di coltan. Il coltan è un minerale che serve per fare i telefoni cellulari, i computer, tutti i dispositivi elettronici che usi ogni giorno.”
Rosana guardò il suo telefono sulla tavola e sentì un nodo allo stomaco.
“Le multinazionali occidentali vanno in Congo,” continuò Amina, “e dicono ai governi locali: ‘Vogliamo estrarre il coltan. Vi pagheremo, ma a un prezzo bassissimo’. E i governi, indebitati, dipendenti dagli aiuti, accettano. Perché hanno bisogno di soldi.”
“Ma non è giusto.”
“Non è giusto,” concordò Amina. “Ma è peggio. Perché le miniere di coltan, in Congo, sono spesso controllate da signori della guerra. I profitti finanziano conflitti, guerre civili, violenze. I bambini, che lavorano nelle miniere, sono sfruttati perché le multinazionali occidentali vogliono telefoni più economici. E noi, in Africa, ne paghiamo il prezzo.” Si fermò e aggiunse a bassa voce: “In Congo, migliaia di bambini scendono nelle miniere ogni giorno. Non vanno a scuola. Respirano polvere tossica. Hanno problemi di salute per tutta la vita. E tu, in Europa, compri il telefono e non sai che è stato estratto dalle mani di un bambino.”
“Ma i leader africani?” chiese Rosana con frustrazione. “Perché non fanno niente? Perché permettono tutto questo?”
Amina sospirò. Era una domanda che l’aveva perseguitata per anni. “Alcuni leader africani sono corrotti,” ammise. “Lo sappiamo. Prendono soldi dalle multinazionali, tengono per sé i profitti, e lasciano il popolo nella povertà. Ma non è tutta la storia.”
“Spiegami,” disse Rosana.
“Molti leader africani sono prigionieri del sistema,” spiegò Amina. “Se un leader africano decide di nazionalizzare le risorse, di dire alle multinazionali ‘basta’, cosa succede? L’Occidente lo definisce ‘dittatore’. Vengono imposte sanzioni e la Banca Mondiale blocca gli aiuti, il paese sprofonda nel caos.” Si sporse in avanti. “È successo in Mali. È successo in Zimbabwe. I leader che cercano di liberarsi dal controllo occidentale vengono isolati. E poi l’Occidente parla di ‘democrazia’ e ‘diritti umani’. Ma la democrazia che vogliono è quella che serve ai loro interessi.”
Rosana rimase in silenzio per un lungo momento. Poi, a bassa voce: “Ma almeno una parte della responsabilità è dei vostri leader, no?”
Amina sospirò. Non era una domanda facile. “Sì,” ammise. “In parte è colpa nostra. I nostri leader sono spesso corrotti e incompetenti. Prendono i soldi delle multinazionali, li depositano in banche svizzere, comprano case a Parigi e a Londra, come ti accennavo prima, e il popolo resta nella povertà.” Si fermò, raccogliendo le forze.
Ma Rosana continuò: “Chi ha creato questo sistema? Chi ha diviso l’Africa con frontiere artificiali, mettendo insieme tribù che non andavano d’accordo e separando popoli che erano uniti? Chi ha instillato nei leader africani l’idea che il potere sia un’opportunità per arricchirsi e non per servire?”
“È il colonialismo. Lo stesso succede in Brasile e nei paesi dell’America meridionale, come in Cile, Argentina, Venezuela.”
“Esattamente. Il colonialismo ha distrutto le nostre strutture sociali, ha insegnato ai nostri leader ad essere violenti, ha creato la cultura dell’élite che si sente superiore al popolo. I nostri leader corrotti sono il prodotto di un sistema che li ha educati a essere così. Sono il frutto avvelenato di un albero che è stato piantato dall’Occidente.”
Rosana sentiva il peso di quelle parole. “Allora non c’è speranza?”
Amina sorrise. Era un sorriso diverso: stanco, ma con una luce dentro. “C’è sempre speranza,” disse. “Negli ultimi anni, sta nascendo un movimento panafricano. Giovani, intellettuali, attivisti che stanno chiedendo un cambiamento. Che dicono: ‘Basta. Basta con il saccheggio. Basta con la corruzione. Vogliamo un’Africa libera, unita, prospera’.”
“E cosa vogliono fare?” chiese Bruno.
“Vogliono ripensare gli accordi commerciali,” disse Amina. “Vogliono nazionalizzare le risorse. Vogliono che i profitti restino in Africa. Vogliono un’unione africana forte, che possa negoziare con l’Europa e la Cina da pari a pari.” Si alzò e andò alla finestra. “Ci sono segnali positivi. L’African Continental Free Trade Area, un accordo commerciale tra i paesi africani, è stato firmato. È un passo avanti. Ma è solo all’inizio.” Si voltò verso Bruno e Rosana. “Noi africani dobbiamo prenderci il nostro destino nelle nostre mani.”
Amina poi precisò: “Non dimentichiamo gli accordi sulla migrazione. L’Europa paga i nostri governi per fermarci prima che arriviamo al mare. Non per aiutarci, ma per tenerci chiusi nei nostri paesi. E nessuno parla del fatto che la Libia è un paese in guerra, devastato, dove i migranti vengono venduti come schiavi. E l’Europa lo sa. Ma preferisce guardare dall’altra parte.”
Amina chiuse gli occhi per un momento. La sua voce si incrinò. “Ho un fratello che è partito due anni fa. Non ho più avuto notizie. È morto nel Mediterraneo, forse. Ogni giorno, quando guardo il mare, penso a lui. Penso a quanti come lui sono morti perché l’Europa ha deciso che le nostre vite non valgono nulla.”
Rosana si alzò e andò ad abbracciarla. “Amina, mi dispiace. Non sapevo.”
“Non lo sapevi,” ripeté Amina, con un filo di voce. “Nessuno lo sa. Perché in Europa nessuno racconta questa storia. Raccontano che noi veniamo qui per rubare il lavoro. Che siamo una minaccia. Ma non dicono che noi siamo qui perché l’Occidente ci ha rubato tutto.”
Rosana la strinse più forte. Sentiva il corpo di Amina tremare, ma anche la sua forza. “Allora cosa possiamo fare?” chiese Rosana.
Amina si staccò dall’abbraccio e la guardò. Il suo sguardo era ancora triste, ma ora c’era una luce diversa. “Possiamo raccontare la verità,” disse. “Possiamo cominciare a parlare di questi fili invisibili che legano il nostro presente al vostro passato.”
Bruno aveva ascoltato in silenzio tutto il discorso di Amina. Quando Amina concluse, lui si schiarì la gola e si sporse in avanti. “Voi parlate dell’Africa,” disse con voce grave. “Ma io vi dico che anche qui, in Europa, sta succedendo la stessa cosa. Solo che qui è più nascosta, più pulita, più rispettabile. Ma è la stessa malattia.”
Bruno si appoggiò allo schienale della sedia e cominciò a parlare, lentamente, come se stesse riordinando pensieri che aveva tenuto dentro per anni. “L’Italia, quando ero giovane, era un paese ricco,” disse. “Avevamo fabbriche ovunque. La Fiat a Torino, l’Alfa Romeo a Milano, l’Olivetti a Ivrea. C’era lavoro per tutti. La gente poteva comprare una casa, mandare i figli a scuola, andare in vacanza.” Si fermò e scosse la testa. “Poi, piano piano, tutto è cominciato a scomparire. Le fabbriche hanno chiuso. Le industrie sono state comprate da multinazionali. E i padroni hanno detto: ‘Perché pagare un operaio italiano duemila euro al mese quando possiamo pagare un operaio in Polonia o in Romania cinquecento?’. E così hanno spostato tutto.”
“La delocalizzazione,” mormorò Rosana.
“Esatto,” confermò Bruno. “E non solo in Europa dell’Est. Sono andati in Cina, in India, in Vietnam, in Bangladesh. Paesi dove le tasse sono bassissime, dove i sindacati non esistono, dove i bambini lavorano per due euro al giorno. E intanto, qui in Italia, le fabbriche chiudono, i quartieri diventano desolati, i giovani non trovano lavoro. E quelli che lo trovano, vengono pagati una miseria con contratti precari.”
Amina annuì. “In Africa è la stessa cosa. Le multinazionali vengono da noi, sfruttano le nostre risorse, pagano i nostri lavoratori una miseria, e poi se ne vanno lasciando solo desolazione e inquinamento.”
“È così,” disse Bruno. “È il capitalismo. Questo è il sistema. Ma il capitalismo non è solo sfruttamento economico. È molto peggio.”
“Che cosa intendi?” chiese Rosana.
Bruno si sporse in avanti, con gli occhi che brillavano di una luce intensa. “Vedete, il capitalismo si presenta come il sistema della libertà. ‘Libero mercato’, ‘libertà di impresa’, ‘libertà di scegliere’. Ma è una menzogna. Perché il capitalismo è libertà solo per quelli che hanno i soldi. Per i ricchi. Per le multinazionali. Per i potenti.”
“Per i poveri, invece, il capitalismo è schiavitù,” aggiunse Amina.
“Esattamente,” disse Bruno. “I ricchi sono liberi di spostare le fabbriche dove vogliono, di pagare le tasse dove vogliono, di sfruttare chi vogliono. I poveri, invece, sono prigionieri. Prigionieri di un sistema che li costringe a lavorare per sopravvivere, a migrare per cercare fortuna, a morire nel deserto o nel mare per arrivare in un posto dove forse troveranno un lavoro precario.” Bruno si fermò un momento, raccogliendo i pensieri. Poi, con voce più bassa e grave, continuò. “Ma la parte peggiore del capitalismo sono le guerre. Non le guerre di una volta, quelle per il territorio o per l’onore. Le guerre di oggi sono guerre per il profitto. Guerre per controllare le risorse. Guerre per il petrolio, per il gas, per i minerali rari, per l’acqua.”
Rosana sentì un brivido. “Pensi agli Stati Uniti e a Israele?”
“Infatti,” rispose Bruno. “Guardate cosa sta succedendo in Medio Oriente. Gli Stati Uniti e Israele non sono lì per difendere la democrazia. Sono lì per controllare il petrolio, il gas, le rotte commerciali. Per difendere gli interessi delle multinazionali. Per mantenere il dominio occidentale sul mondo.” Si fermò, e la sua voce si fece più amara. “Il capitalismo ha bisogno di guerre. Perché le guerre fanno vendere armi. E le armi, lo sai, sono il business più redditizio del mondo. Gli Stati Uniti spendono ogni anno più di 800 miliardi di dollari in armamenti. L’Italia vende armi a paesi che fanno guerre. La Germania vende armi a paesi che opprimono i loro popoli. E tutto questo si chiama ‘economia’.”
“Ma Israele?” chiese Rosana. “Non è una questione di sicurezza?”
Bruno la guardò con occhi tristi. “Israele, per come lo vedo io, è il braccio armato del capitalismo occidentale in Medio Oriente. Non voglio dire che i palestinesi siano senza colpe o che la storia sia semplice. Ma quello che vedo è un popolo che viene schiacciato, che viene espulso dalle sue terre, che viene ucciso, mentre il mondo guarda e tace.” Si fermò e sospirò. “Perché Israele è utile all’Occidente. È una base militare avanzata. È un cliente fedele per le armi americane. È un partner per il controllo del petrolio. È un alleato che mantiene instabile la regione, e l’instabilità fa vendere armi. È il capitalismo che si nutre di conflitti.”
“E l’Ucraina?” chiese Rosana. “Anche quella è una guerra capitalista?”
Bruno annuì lentamente. “L’Ucraina è più complicata. Ma se guardi bene, vedi le stesse dinamiche. La NATO che si espande verso est. La Russia che reagisce. L’Europa e gli Stati Uniti che inviano armi miliardarie. E l’Ucraina che diventa un campo di battaglia per il dominio geopolitico. Le vite umane, come sempre, sono il prezzo che si paga per il profitto.”
Rosana sentiva il peso delle parole di Bruno. “Quindi il capitalismo rende il mondo insicuro?”
Bruno annuì con convinzione. “Il capitalismo ha creato un mondo dove nessuno è al sicuro,” disse. “Le guerre, le crisi economiche, le migrazioni forzate, i cambiamenti climatici… tutto è collegato al desiderio di profitto di pochi a scapito di molti.”
“E chi sono questi pochi?” chiese Amina.
“Le multinazionali, i fondi speculativi, le grandi banche,” rispose Bruno. “Loro decidono dove investire, dove produrre, dove vendere. Loro decidono quali governi sostenere e quali rovesciare. Loro decidono quali guerre finanziare e quali fermare. Noi, i popoli, siamo solo pedine sulla loro scacchiera.”
Amina annuì. “In Africa è la stessa cosa. Le multinazionali petrolifere in Nigeria, le compagnie minerarie in Congo, le aziende agricole in Etiopia… loro controllano le risorse, e i governi fanno quello che dicono. Se un governo prova a resistere, viene rovesciato con un colpo di Stato.”
Rosana cercava risposte. “Ma allora cosa possiamo fare? Se il capitalismo è così potente, come possiamo cambiare le cose?”
Bruno sospirò. “Non è facile. Il sistema è potente. Ma non è invincibile. La storia ci insegna che i sistemi cambiano. Il feudalesimo è crollato. Il colonialismo è crollato. Anche il capitalismo può cambiare.”
“Come?” chiesero insieme Amina e Rosana.
“Cominciando a capire che non è il sistema giusto,” disse Bruno. “Cominciando a chiederci: vogliamo davvero un mondo dove i pochi hanno tutto e i molti hanno niente? Vogliamo un mondo dove le guerre si fanno per il profitto? Vogliamo un mondo dove i bambini lavorano nelle miniere mentre noi compriamo telefoni?”
“Vogliamo un mondo dove la vita delle persone vale meno del profitto delle multinazionali,” aggiunse Amina.
“Esatto,” confermò Bruno. “Dobbiamo costruire un sistema diverso. Un sistema che metta al centro le persone, non i soldi. Un sistema che protegga l’ambiente, che garantisca la giustizia sociale, che costruisca la pace. Non sarà facile. Ma dobbiamo provarci.”
“Allora,” disse Rosana, “dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo cominciare a parlare di queste cose. Dobbiamo far sapere alla gente che il capitalismo non è l’unico sistema possibile.”
Bruno annuì. “E dobbiamo unirci. Africani, europei, americani, asiatici. Siamo tutti nella stessa barca. Le guerre, le crisi, i cambiamenti climatici non conoscono frontiere. O ci salviamo tutti insieme, o affonderemo tutti insieme.”
Amina sorrise. Era un sorriso stanco ma pieno di luce. “Allora,” disse, “cominciamo a raccontare la verità. Cominciamo a costruire un mondo dove nessuno debba scappare, dove nessuno debba morire per il profitto, dove nessuno debba essere schiavo.”
Rosana la guardò e strinse la sua mano. “Cominciamo.”
Amina, dopo anni di studio, è diventata un’ottima dottoressa. Lavora in un ospedale che accoglie migranti e rifugiati. Ogni giorno incontra persone con storie come la sua. Ogni giorno cerca di essere quel faro che qualcuno è stato per lei.
Rosana e Bruno sono ancora i suoi migliori amici. Si vedono ogni settimana, a cena. Parlano del passato, del futuro, di tutto. A volte ridono, a volte discutono. Ma si capiscono sempre.
Una sera, mentre guardavano il mare insieme, Amina disse: “Ho paura di quello che verrà. Ma non ho paura di vivere.”
Rosana le prese la mano. “E questo è già tutto.”
E Amina sorrise. Perché sapeva che la sua vita, con tutte le sue ferite, era stata un miracolo.
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