di Bruno Marfé
Se il Barone aveva insegnato a Paolo che a Montecarlo la misura è un'opinione, il Café de Paris gli offrì presto la controprova vivente. Perché se il Barone giocava con l'eleganza di chi non ha nulla da dimostrare, il Folle giocava con la disperazione metodica di chi ha già deciso come vuole perdere.
Era un austriaco, habitué del sabato e della domenica, e aveva una fede assoluta in un solo, unico obiettivo: la scala reale massima al video poker, quella che pagava sui sessanta milioni di lire. Non gli interessava vincere in generale. Gli interessava vincere quello. Puntava sempre il massimo, venti monete, duecento franchi a colpo, e tirava. Tun, tun, tun, tun, tun, tun, tun, tun, tun, tun, tun, tun — undici, dodici volte di fila, come un metronomo che avesse deciso di rovinarsi con dignità.
Lo chiamavano il Folle, e il nome non era un'offesa: era una descrizione clinica. Quando finiva le monete, chiamava Chris — il nome detto con la naturalezza di chi ordina un caffè — e si faceva portare un altro carico. Ricaricava la macchina e ripartiva, tun, tun, tun, tun. Paolo racconta di una sera in cui il Folle fece il colpo grosso due volte, quasi una dopo l'altra, e la sala esplose in un applauso che al casinò, di solito, uno se lo aspetta solo al tavolo verde.
"Era un teatro, il Café de Paris, non un casinò" — dice Paolo, e in effetti quella frase spiega meglio di qualunque cronaca cosa fosse davvero quel posto: uno spettacolo dove i clienti facevano da attori, e nessuno pagava il biglietto perché lo spettacolo lo pagavano loro.
Il Folle, del resto, non era il solo personaggio fisso di quel teatro senza sipario. C'era Katia Ricciarelli, la moglie di Pippo Baudo, che al video poker ci si dedicava con una costanza che a Paolo pareva sospetta: "secondo me si giocava i soldi che non teneva", dice, lasciando la frase a mezz'aria, come si fa quando si vuole raccontare tutto senza dire niente.
E poi c'era José Altafini. Fisso, anche lui, davanti alla macchinetta, con la stessa espressione concentrata che doveva avergli visto in campo chiunque l'avesse guardato giocare — a Napoli, per esempio, dove Altafini aveva vestito quella maglia che a certe latitudini è più di una maglia. Curioso destino, quello degli ex centravanti: un uomo che aveva saputo trovare il gol con la stessa freddezza glaciale con cui, anni dopo, cercava la combinazione giusta su uno schermo di video poker. Cambiava il campo, cambiava l'avversario, ma il gesto — concentrazione, attesa, colpo secco — restava identico.
Il Café de Paris, in fondo, funzionava così: prendeva le persone e le lasciava fare quello che sapevano fare meglio, anche quando quello che sapevano fare meglio non aveva più niente a che fare con la ragione per cui erano diventate famose. Il Folle inseguiva una scala reale come fosse un dovere morale. Katia Ricciarelli inseguiva chissà cosa. Altafini inseguiva, probabilmente, la stessa scarica di adrenalina che una volta gli arrivava dal boato di uno stadio — e a Napoli, di boati, ne aveva sentiti abbastanza da non poterne più vivere senza.
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