di Bruno Marfé
Il valore delle cose ovvero di come il Barone Capece insegnò a Paolo che non tutto ha un prezzo
Montecarlo, anni Novanta. O forse il tempo della memoria li ha ormai trasformati in un’altra epoca. C’erano luoghi che sembravano esistere fuori dalla cronaca, sospesi in una dimensione dove ogni gesto aveva un suo preciso rituale e ogni persona interpretava un ruolo. Il Caffè de Paris era uno di questi. Più che un semplice caffè, era l’anticamera del Casinò, il punto d’osservazione privilegiato dal quale si imparava a leggere gli uomini prima ancora del gioco.
Paolo ci arrivava ogni giorno, dopo l’ufficio, tra le sei e le otto di sera. Era il suo momento di decompressione, una pausa necessaria prima che il giorno cedesse il passo alla notte. Ordinava da bere, si sedeva e osservava il continuo andirivieni di giocatori, turisti, habitué e curiosi. Nel Casinò c’erano tavoli per tutte le tasche: quelli da cinquanta franchi, quelli da cento e, infine, il tavolo da cinquecento franchi di puntata minima. Centocinquantamila lire a mano: una cifra che, allora, sembrava appartenere a un altro mondo.
Ed era lì che, puntuale come un appuntamento fissato dal destino, faceva la sua comparsa il Barone.
Prima ancora di vederlo, si avvertiva il rumore secco del suo bastoncino sul selciato. Poi arrivava la Mercedes blu, guidata da un autista dall’aria impeccabile, quasi un ufficiale in congedo. Il Barone scendeva con la naturalezza di chi non aveva bisogno di attirare l’attenzione perché era l’attenzione a cercare lui. Indossava abiti di sartoria napoletana che sembravano ignorare le mode, una paglietta perfettamente inclinata sul capo e portava il bastoncino da passeggio con un’eleganza che apparteneva a un’altra epoca.
Accanto a lui c’era la moglie, molto più giovane, una donna di straordinaria bellezza, vivace e sorridente, impreziosita da gioielli che tintinnavano a ogni movimento. Lei si divertiva alle macchinette, lasciandosi trascinare dall’entusiasmo del gioco. Lui no. Lui andava diritto al tavolo da cinquecento.
Il Barone non maneggiava denaro. La volgarità del contante sembrava non appartenergli. Si accomodava, ordinava un sigaro cubano e una coppa di champagne. Quando il croupier gli chiedeva l’importo, indicava con calma la cifra – diecimila franchi, il più delle volte – e firmava un assegno del Casinò con la stessa naturalezza con cui altri avrebbero firmato una cartolina.
Paolo lo osservava con un’attenzione quasi ipnotica. Ogni gesto del Barone sembrava appartenere a un’antica liturgia. La punta del sigaro non la tagliava con un accessorio d’acciaio, ma con l’unghia del mignolo: un movimento lento, preciso, antico, eseguito con la sicurezza di chi lo aveva imparato molti decenni prima. Poi iniziava la partita.
Che vincesse o che perdesse, il suo volto rimaneva immobile. Nessuna esultanza, nessun disappunto, nessun fremito. Sembrava che il denaro non avesse il potere di modificare neppure di un millimetro la sua espressione.
Capitava spesso che la giovane moglie tornasse da lui sconsolata, confessando di aver perso tutto alle slot machine. Il Barone la guardava con tenerezza, la stringeva a sé, le baciava la fronte e, con un sorriso appena accennato, le diceva: «Amore mio, tu sei fortunata in amore, non al gioco».
In quella frase c’era tutta una filosofia di vita. Le perdite si potevano sempre recuperare. L’affetto, la misura, lo stile appartenevano invece a un patrimonio che nessuna roulette avrebbe mai potuto intaccare.
Poi, una sera, accadde qualcosa di inatteso.
Mentre si avviava verso l’uscita, il Barone si fermò davanti alla roulette e, quasi per gioco, posò una fiche da cinquecento franchi sul numero diciassette. La pallina girò a lungo, danzando sul bordo del cilindro, finché si fermò proprio su quel numero.
Il croupier raccolse lo sguardo dei presenti e domandò: «Di chi è questa fiche?».
Prima ancora che il Barone potesse rispondere, un guaglione, uno di quei personaggi che vivevano ai margini del Casinò, con il volto segnato e l’aria di chi cercava fortuna più nelle occasioni che nel gioco, fece un passo avanti e dichiarò senza alcun imbarazzo:
«È mia.»
Sul tavolo scese un silenzio improvviso. Tutti si voltarono verso il Barone, aspettandosi una protesta, una rivendicazione, magari perfino uno scandalo.
Lui, invece, osservò quell’uomo per un istante appena. Sul volto comparve un sorriso lieve, più indulgente che ironico. Poi scosse appena il capo, si voltò e disse con assoluta naturalezza:
«Cosa vuoi che mi metta a litigare con un pezzente?»
E se ne andò.
Lasciò sul tappeto verde la fiche vincente, ma portò via con sé qualcosa di infinitamente più prezioso.
Quella sera Paolo capì che il valore delle cose non coincide quasi mai con il loro prezzo. La vera ricchezza non consiste in ciò che si possiede, ma nella libertà di poter rinunciare a ciò che è piccolo senza perdere nulla della propria dignità.
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