Il naufrago che tornò straniero. Cosa insegna Narcisse Pellettier sull’identità e sull’appartenenza.

Pubblicato il 17 giugno 2026 alle ore 21:10

di Bruno Marfé 

Ci sono storie che sembrano scritte apposta per mettere in crisi le nostre certezze. Quella di Narcisse Pelletier è una di queste.

Nel 1858, quando aveva appena quattordici anni, il giovane mozzo francese naufragò sulle coste remote della penisola di Capo York, all’estremo nord-est dell’Australia. Abbandonato dall’equipaggio — che non disponeva di acqua né di spazio sufficiente sulle scialuppe per portarlo con sé — sembrava destinato a una morte quasi certa.

Accadde invece qualcosa che la mentalità coloniale dell’epoca avrebbe considerato impensabile.

Furono gli aborigeni Uutaalnganu a salvarlo.

Lo accolsero, lo nutrirono, gli insegnarono a sopravvivere e, soprattutto, gli offrirono un posto all’interno della loro comunità. Il ragazzo francese divenne Amglo. Ricevette le scarificazioni rituali dell’iniziazione, imparò una nuova lingua, assimilò nuove credenze, nuovi ritmi, un diverso modo di abitare il mondo. Con il tempo dimenticò perfino il francese.

Passarono diciassette anni.

Quando, nel 1875, l’equipaggio di una nave britannica lo individuò e lo riportò in Europa, tutti parlarono di salvataggio. Eppure, osservata da vicino, quella vicenda assomiglia più a un secondo naufragio.

Perché l’uomo che tornava in Francia non era più il ragazzo che l’aveva lasciata.

Il suo corpo era rimasto europeo, ma la sua lingua, la sua memoria, le sue abitudini e persino la sua idea di famiglia appartenevano ormai all’altra estremità del mondo. La civiltà industriale che lo circondava gli appariva estranea, rumorosa, incomprensibile. Gli usi e le convenzioni della società francese erano diventati per lui misteriosi quanto lo erano stati, diciassette anni prima, quelli degli Uutaalnganu.

Paradossalmente, il “selvaggio” non era mai stato il ragazzo accolto dagli aborigeni, ma l’uomo che la sua patria pretendeva di riconoscere senza più riuscirci.

La storia, riportata alla luce anche dal romanzo Quello che accadde al selvaggio bianco di François Garde, pone una domanda che attraversa ancora il nostro tempo: che cosa definisce davvero chi siamo?

Il sangue? La nascita? Un documento? Oppure l’identità nasce dai legami che costruiamo, dalle parole con cui impariamo a esprimere la gioia e la rabbia, dalla comunità con cui condividiamo la vita quotidiana?

Siamo abituati a pensare l’appartenenza come una fotografia immobile. Ma forse è più simile a un fiume. Scorre, cambia forma, assorbe ciò che incontra.

Chiunque abbia vissuto lontano dalla propria terra conosce, in misura diversa, questa sensazione. La migrazione non è soltanto uno spostamento geografico. È un’esperienza interiore. Significa imparare nuovi codici, nuove regole non scritte, nuovi gesti. Significa, poco alla volta, scoprire che la lingua straniera è diventata quella in cui si pensa, e che certi ricordi appartengono ormai a un’altra geografia.

E quando si ritorna, spesso si scopre una verità inattesa: non si è più esattamente quelli che si era.

Da sempre gli esseri umani portano con sé questa duplice nostalgia: non appartenere più del tutto al luogo che hanno lasciato, e non essere mai percepiti del tutto come parte del luogo che li ha accolti.

È una condizione che oggi ritroviamo, in forme nuove, nelle seconde generazioni.

Figli di genitori immigrati, nati o cresciuti nei Paesi europei, questi giovani vivono quotidianamente su una sottile linea di confine. In casa respirano tradizioni, memorie e lingue familiari; fuori, tra i banchi di scuola, nelle amicizie, nel lavoro, costruiscono naturalmente la propria esistenza dentro la cultura del Paese in cui vivono.

Eppure, proprio quel Paese che sentono come casa continua spesso a chiedere loro spiegazioni.

«Da dove vieni veramente?»

È una domanda apparentemente innocua, ma che nasconde un’idea antica: quella secondo cui l’appartenenza debba essere certificata dalle origini e non dall’esperienza vissuta.

Anche la Francia ottocentesca cercò disperatamente, nel corpo di Narcisse Pelletier, il ragazzo che aveva perduto. Ma quell’adolescente non esisteva più. Al suo posto c’era Amglo, un uomo nuovo, nato dall’incontro tra mondi diversi.

Non a caso, una volta tornato in patria, a Pelletier fu proposto di trasformare la propria diversità in spettacolo. Lo avrebbero esibito come il «selvaggio bianco», curiosità esotica per una società incapace di comprendere ciò che aveva davanti agli occhi.

Rifiutò.

Scelse invece il silenzio. E un mestiere che, forse, conteneva già tutta la sua storia.

 

Divenne guardiano del faro di Saint-Nazaire, là dove l’estuario della Loira si apre all’Oceano Atlantico. Un luogo di confine, in cui l’acqua dolce del fiume incontra quella salata del mare e dove nessuna delle due scompare davvero nell’altra.

Per il resto della sua vita vegliò su quella soglia. Passò le notti a osservare l’orizzonte e a indicare alle navi la rotta sicura, vivendo esattamente nel punto in cui due mondi si toccano.

Forse non è un dettaglio secondario. Forse è la sintesi più esatta della sua vicenda.

Le identità non sono fortezze da difendere né gabbie nelle quali rinchiudersi. Sono correnti che si incontrano, memorie che si sovrappongono, appartenenze che si trasformano senza necessariamente annullarsi.

È la condizione che, in forme diverse, abitano milioni di persone nel mondo globale. Migranti, figli di migranti, seconde generazioni. Uomini e donne che spesso si sentono chiedere di scegliere una sola sponda, come se vivere tra più mondi fosse una contraddizione e non una ricchezza.

Narcisse Pelletier, invece, sembra suggerire il contrario.

Che forse non esiste un’unica patria immutabile a cui tornare. Che si può appartenere a più storie senza tradirne nessuna. E che, qualche volta, la vera casa non si trova su una riva o sull’altra.

Si trova sulla linea dell’orizzonte.

Là dove il mare incontra la terra.

E dove, per tutta la vita, l’uomo che era stato Narcisse Pelletier continuò a fare ciò che aveva imparato sin dal suo primo naufragio: restare tra due mondi e fare luce a chi si accingeva ad attraversarli.

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