“Il Respiro del grande fiume. Diario di un viaggio interiore lungo il Rio delle Amazzoni” di Alberico Bergamasco (pt.2)

Pubblicato il 12 giugno 2026 alle ore 22:59

Pubblichiamo la seconda ed ultima parte del racconto di Alberico Bergamasco.

 

CAPITOLO NONO

Santarém e le Maldive dell’Amazzonia Alter do Chão

 Dopo tre giorni di acqua e alberi, il profilo di Santarém èapparso all’orizzonte con il sollievo visivo di qualcosa di geometrico in mezzo all’informe. Una città viva, laboriosa, conle banchine affollate di imbarcazioni che caricavano e scaricavano merci in un viavai continuo.

Insieme ai ragazzi italiani ho deciso di non fermarmi in città madi proseguire subito verso Alter do Chão. Un vecchio pullmanlocale, la foresta che stringeva la strada, il buio fitto della nottetropicale fuori dal finestrino.

Siamo arrivati tardi. Una piccola pousada a gestione familiare, una doccia, cena in un ristorantino all’aperto. Pesce, ovviamente — tre esemplari lunghi quasi un metro, cottilentamente sulla brace di legna aromatica. Ho mangiato lentamente, in silenzio, con la soddisfazione fisica di chi ha camminato molto e ha finalmente trovato un posto dove sedersi.

Il mattino dopo ho aperto la finestra.

Davanti a me c’era una striscia di sabbia bianchissima che si allungava tra le acque trasparenti del Tapajós e quelle del Rio delle Amazzoni. Visivamente non sembrava affatto di essere nel cuore della giungla — sembrava un atollo tropicale, una diquelle immagini che si trovano sui calendari e che si pensa non esistano davvero. Esisteva. Ero lì.

Abbiamo trascorso due giorni immersi in quella magia — bagni nell’acqua limpida, passeggiate sulla sabbia deserta, pasti di pesce fritto e gamberoni giganti ai chioschi sulla spiaggia. La birra locale veniva servita a una temperatura talmente bassa da formare sulla bottiglia quello che i brasiliani chiamano con una poesia inaspettata il velo di sposa un sottilissimo strato dighiaccio che avvolge il vetro.

Alter do Chão è uno di quei posti che non ti aspetti e che per questo ti colpisce più forte. Il Rio delle Amazzoni aveva deciso di travestirsi da mare per qualche chilometro, e io non avevovoglia di fare domande sul perché.

Dopo due giorni abbiamo ripreso il cammino. Il fiume ciaspettava ancora.

 

CAPITOLO DECIMO

Macapá La città tagliata in due

Se un abitante di Macapá vuole raggiungere il resto del Brasile in automobile, non può farlo. Non esistono strade che collegano la città alla nazione. L’unica opzione è caricare il veicolo su una chiatta fluviale e navigare per giorni fino a Belém. Questodettaglio racconta più di qualsiasi analisi geografica quanto sia ancora oggi isolata questa parte del mondo — e quanto quell’isolamento abbia plasmato il carattere della città e della sua gente.

Siamo sbarcati al porto di Santana, polo commerciale caotico apochi chilometri da Macapá, e da lì ci siamo mossi verso il centro. La città si allunga pigra e larga lungo le spondemonumentali del Rio delle Amazzoni, e ha una particolarità che la rende unica nel suo genere: è tagliata esattamente a metà dalla linea dell’Equatore. Il monumento principale, il MarcoZero do Equador, celebra questo fatto con la semplicità di un parallelepipedo di cemento che divide i due emisferi del pianeta. Ci siamo fermati lì a fare la cosa inevitabile — un piede nell’emisfero nord, uno nell’emisfero sud — ridendo di quella sensazione assurda e infantile di stare contemporaneamente in due mondi.

Poco distante dal centro, un parco cittadino ricostruisce epreserva la memoria storica degli indios della regione. Camminando tra le ricostruzioni delle capanne ho scoperto i loro antichi metodi di sepoltura — i defunti deposti all’interno di grandi vasi canopi in ceramica decorata. Mi ha colpito scoprire come culture vissute a migliaia di chilometri di distanza, in epoche storiche completamente diverse, abbiano sviluppato tradizioni funerarie così simili. Come se certi gesti davanti alla morte fossero scritti da qualche parte nella specie, prima ancora che nelle singole culture.

Macapá non è una città costruita per il turismo. Non hamonumenti pensati per stupire, non ha un centro storico che si presenta bene nelle fotografie. Ha invece una qualità più rara: un’autenticità ruvida, non cercata, che si trova nelle cosepiccole. I grandi viali del centro ombreggiati da alberi di mango — con i frutti che cadono sulle carrozzerie delle auto e la genteche li raccoglie da terra per mangiarli o rivenderli. Leconversazioni con gli abitanti che sognano di attraversare ilconfine con la Guiana Francese in cerca di lavoro, ma che lamancanza di strade asfaltate rende quel viaggio quasi impossibile nei mesi delle piogge. Una modernizzazione lenta, visibilmente in ritardo, che però ha conservato qualcosa che le città più sviluppate hanno perso senza accorgersene.

Con una guida locale ci siamo spinti fino alla periferia per visitare un villaggio di palafitte sospeso sull’acqua del fiume. Un mondo fluttuante incredibile — case di legno collegate da un labirinto di passerelle sospese lungo le quali si sviluppavano bar, negozietti, persino scuole elementari. I bambini si tuffavano nell’acqua marrone con la naturalezza di chi è cresciutoconsiderando il fiume un’estensione del proprio cortile. Abbiamo comprato una quantità di gelati da distribuire a tutti i piccoli del quartiere — una cosa semplice, quasi banale, ma i sorrisi che ne sono seguiti erano di quelli che ti restano.

Siamo stati invitati a pranzare nella palafitta di una famiglia del posto. Pareti di legno nudo, una cucina spartana, un tavolo traballante. Niente di quello che di solito si cerca quando si va a mangiare fuori. Eppure quel pasto — cibo semplice, gente generosa, nessuna performance di ospitalità — è stato uno dei più belli del viaggio. Ho capito ancora una volta che l’ospitalità vera non ha nulla a che fare con i comfort che offri. Ha a che fare con la qualità dell’attenzione con cui accogli qualcuno.

 

La marea, la pesca e la Pororoca

Il giorno successivo, accompagnati dalla nostra guida, ci siamoaddentrati nella foresta lungo un affluente secondario del Riodelle Amazzoni. Avevamo in programma una giornata di pesca, ma quando siamo arrivati sulla sponda la corrente era troppo forte e pericolosa per entrare in acqua. Abbiamo aspettato.

Dopo qualche ora è successa una cosa che non avevo mai visto.La marea oceanica ha cominciato a risalire dall’Atlanticopenetrando nell’estuario con una spinta talmente potente dacontrastare bloccare completamente il deflusso dell’acqua dolce. Il fiume si è fermato. Letteralmente — la superficie è diventata immobile, liscia, silenziosa come uno specchio. In quella calma improvvisa abbiamo attraversato il corso d’acqua e i nostri amici localihanno pescato due esemplari che sono diventati il pranzo cucinato sulla sponda.

Seduti intorno al fuoco, i pescatori ci hanno parlato delcambiamento climatico che sta alterando i ritmi stagionali del fiume, e ci hanno descritto la Pororoca — l’onda gigantesca che risale il Rio delle Amazzoni dall’oceano nei mesi tra febbraio e marzo, trascinando con sé alberi sradicati e detriti della foresta. Un’onda che i surfisti più folli del mondo vengono a cavalcare, anche se farlo significa rischiare di essere travolti da tutto ciòche l’acqua porta con sé. La sola descrizione bastava a sentirne la potenza.

La notte è arrivata presto, come sempre. Nessuna luceartificiale, nessun crepuscolo prolungato. La natura spegnetutto e ti costringe a seguire i suoi ritmi dormire quando èbuio, svegliarsi quando c’è luce. Ho pensato a quanta energia sprechiamo nelle nostre città per resistere all’oscurità, e a quanto quella resistenza ci costi in termini di sonno, di ritmo, disalute. Poi ho smesso di pensare e mi sono addormentato.

 

Il forte e la dea del mare

Macapá custodisce una pagina importante della storia coloniale sudamericana: la Fortezza di São José, costruita dai portoghesinella seconda metà del Settecento per proteggere il confinecoloniale dagli spagnoli e dai francesi. Una struttura imponente, a pianta quadrata con bastioni a stella, che sorge direttamente sulla sponda del fiume.

Le sue dimensioni sono sproporzionate rispetto alla popolazione che all’epoca viveva in questo territorio. Ma è esattamente questo il punto — le potenze coloniali costruivano monumenti sproporzionati non per servire una comunità ma per imporrepsicologicamente il proprio dominio. La forza si ostenta quando non è abbastanza sicura di se stessa da non averne bisogno.

La sera, grazie all’invito della nostra guida, abbiamopartecipato alla festa in onore di Yemanjá la dea del mare e delle acque della tradizione Yoruba, portata in Brasile daglischiavi africani secoli fa e mai più andata via.

Sulla riva del fiume decine di piccole imbarcazioni di legnocariche di fiori bianchi, candele accese e offerte venivano delicate adagiate sull’acqua perché la corrente le portasse alladivinità. La musica africana, i profumi del cibo offerto in strada, l’intensità dei rituali — tutto creava un’atmosfera densa, seria, genuinamente spirituale. Non era unarappresentazione per turisti. Era una comunità che parlava con qualcosa in cui credeva.

Abbiamo concluso la serata passeggiando lungo la Orla, il lungofiume di Macapá bar all’aperto, gruppi che suonavano samba dal vivo, persone di ogni età che ballavano insieme in strada. Una città isolata dal mondo che celebrava se stessa con una gioia che non chiedeva pubblico. Ho pensato che forse è proprio questo il vantaggio dell’isolamento: ti obbliga a trovarela festa dentro quello che hai, invece di aspettare che arrivi da fuori.

 

CAPITOLO UNDICESIMO

L’ultimo tratto Açaí, canali e la porta dell’Amazzonia

 La nave che ci avrebbe portati a Belém era stipata fino all’inverosimile. Un groviglio umano di braccia, gambe e amache colorate che si sfioravano ad ogni rollio — l’umanità compressa in uno spazio che sembrava insufficiente e che invece conteneva tutto.

Nel cuore della notte siamo stati svegliati da un movimentoinsolito. Sei piccole imbarcazioni senza luci si sono affiancate alla nave in corsa, agganciandosi allo scafo con cordeconsumate. Nel giro di pochi minuti gli uomini della foresta hanno cominciato a scaricare a bordo centinaia di cesti di vimini pieni di Açaí — il frutto viola simbolo dell’Amazzonia.

Un marinaio mi ha spiegato che per le comunità isolate lungo icanali interni la raccolta e la vendita di queste bacche è l’unica fonte di reddito, l’ancora economica che permette loro di restare nella foresta invece di fuggire verso le baraccopoli delle grandi città. L’Açaí è ricchissimo di antiossidanti e minerali — un miracolo nutritivo che la foresta offre a chi sa raccoglierlo. Guardando quegli uomini scaricare i cesti nel buio, in silenzio, con movimenti precisi e rapidi, ho pensato a quante economie invisibili reggono questo mondo e quante ne ignoriamo completamente.

Il mattino ci ha risvegliati dentro canali strettissimi. Lavegetazione era così fitta che le fronde degli alberi accarezzavano le lamiere della nave — ero letteralmente dentrola foresta mentre navigavo. Una sensazione fisica strana e meravigliosa, come essere inghiottiti da qualcosa di vivo.

Man mano che ci avvicinavamo a Belém, dal fiume cominciavano ad apparire piccole canoe condotte da intere famiglie. Dai ponti superiori i passeggeri hanno cominciato a lanciare verso quelle barchette sacchetti impermeabili con doni di prima necessità — saponi, pannolini, vestiti usati, giocattoli di legno. Le braccia tese dei bambini che raccoglievano dall’acqua i pacchetti, i sorrisi immensamente larghi sui visi scuri — quella scena mi ha stretto qualcosa nel petto con una forza che non mi aspettavo.

Poi il profilo della città èapparso davanti a noi. Belém. La porta dell’Amazzonia.

CAPITOLO DODICESIMO

Belém La porta perfetta

Belém è la città giusta per chiudere questo viaggio o percominciare a capirlo.

È un posto dove l’architettura coloniale portoghese convive con i parchi verdi urbani e con la foresta primaria che sopravvive a pochi minuti dal centro. Una città che non ha risolto le sue contraddizioni ma le ha abitate, e che per questo risulta più onesta di molte città che le contraddizioni le nascondono sotto strati di facciata.

Ho trovato alloggio in un ostello economico e internazionale — il tipo di posto dove si incontrano viaggiatori zaino in spalla da ogni parte del mondo, si scambiano informazioni sulle rotte e si mangia insieme intorno a tavoli comuni. Dopo settimane di ponti di navi e villaggi indigeni, quella mescolanza caotica di lingue e storie mi sembrava quasi esotica. 

Il mercato Ver-O-Peso

La prima tappa non poteva che essere il Ver-O-Peso ilmercato più famoso di Belém, adagiato di fronte alle acque grigie della baia. Il nome significa letteralmente guarda il peso, dal controllo fiscale che i portoghesi esercitavano sulle merciche entravano in città. La struttura architettonica è un capolavoro in ferro battuto prefabbricato in Europa e importato qui alla fine dell’Ottocento, in pieno stile Belle Époque — un altro pezzo di Europa trapiantato nel cuore del Brasile, come il Teatro Amazonas, come se il vecchio continente non riuscisse a smettere di lasciare le sue impronte ovunque arrivasse.

Dentro era tutto insieme: montagne di cacao grezzo, sacchi di noci del Pará, boccette di profumi magici preparati dalle rezadeiras — le guaratrici locali — erbe medicinali, spezie, e chioschi che servivano il Tacacá, una zuppa indigena caldissima e acidula che anestetizza leggermente la lingua grazie alle foglie di jambo. L’ho assaggiata con diffidenza e poi ho finito la ciotola intera.

Al rientro in ostello due ragazzi tedeschi, sapendo che ero italiano, mi hanno chiesto di cucinare per loro. Mi sono lasciato convincere. Sono andato al supermercato per comprare quello che serviva per un ragù alla bolognese e ho trovato due cose chemi hanno sorpreso: i peperoni rossi e gialli costavano tre volte quelli verdi, e i pacchi di pasta Barilla erano venduti a prezzi da importazione di lusso. Ho comprato tutto lo stesso.

Quella sera intorno al tavolo comune dell’ostello abbiamo mangiato il ragù in compagnia di sei nazionalità diverse, tra risate e racconti di viaggio. Ho pensato che la cucina è l’unica lingua che non richiede traduzione — capisci tutto dal primo boccone.

 

I parchi Foresta in città

Il mattino seguente mi sono svegliato all’alba per visitare due luoghi che mi erano stati consigliati da chiunque avessi incontrato a Belém.

Il primo era il Mangal das Garças — un giardino cittadino curatissimo con laghetti artificiali popolati di fenicotteri rosa e viste splendide sulla baia. Bello, curato, piacevole.

Il secondo era il Parque Estadual do Utinga, e lì ho capito la differenza tra un giardino pubblico e una foresta.

Il Parque Estadual non è un parco urbano. È una porzione di foresta amazzonica primaria rimasta intatta dentro il perimetro di una metropoli — per qualche ragione che ha più a che fare con la fortuna che con la pianificazione. Camminando lungo isuoi sentieri ci si ritrova di colpo sotto alberi giganteschi dalleradici secolari, con la fauna selvatica che vive in libertà a pochimetri dai palazzi di cemento. Il rumore della città sparisce. Rimane solo il verso degli animali e il suono delle proprie scarpe sul terreno umido.

Ho camminato a lungo senza guardarel’orologio. Era la cosa giusta da fare. L’escursione alle isole e la zattera

Belém si affaccia sulla baia di Guajará, dalla quale si dipanauna rete fitta di canali che conducono a decine di isole boscose. Una mattina siamo partiti in otto su una lancia locale, risalendo i canali fino a raggiungere un ristorante costruito interamente su una zattera di legno galleggiante.

Solo durante il pranzo ho capito la necessità di quella sceltacostruttiva. La marea in questa regione è regolata direttamente dalla spinta dell’Oceano Atlantico ed è talmente potente da faroscillare il livello dell’acqua di diversi metri in poche ore.Quando eravamo arrivati avevamo dovuto salire una lunga scalinata di legno per accedere ai tavoli. Quando siamo tornativerso la barca, dopo pranzo e un bagno nella corrente, la scalinata era completamente sommersa — eravamo allo stesso livello della zattera. Noi, abituati alle maree impercettibili del Mediterraneo, ci siamo guardati in faccia senza dire niente per qualche secondo.

La sera in ostello alcuni ragazzi brasiliani ci hanno offerto loStrogonoff nella versione nazionale — un piatto dalle origini aristocratiche russe completamente adottato, modificato e reso popolare dalla cultura brasiliana fino a diventare un classico delle tavole familiari. Ho mangiato pensando a quanti viaggiabbia fatto quel piatto prima di arrivare lì, e quantetrasformazioni abbia subito lungo la strada. Come tutti noi, in fondo. 

CAPITOLO TREDICESIMO

Algodoal L’isola fuori dal tempo 

Da Belém ho raggiunto la costa in Uber — in Brasile il servizio è capillare ed economico, più conveniente dei pullman di linea — e da un piccolo porticciolo di pescatori ho preso una barcaper l’isola di Algodoal.

Mettere piede su quell’isola è come entrare in un’altradimensione temporale.

Sull’intera isola vige il divieto assoluto di circolazione perveicoli a motore. Non ci sono auto, non ci sono motociclette. Le strade sono di sabbia morbida, i mezzi di trasporto sono carretti di legno trainati a mano o calessi tirati da cavalli. Il gestore del nostro ostello era un uomo sulla trentina, fisico asciutto, lunghi capelli rasta, un sorriso che emanava la serenità di chi ha fatto una scelta e non se ne pente. Lo spazio era rimasto fermo aglianni Settanta amache ovunque sotto le palme, strumenti musicali a disposizione di chiunque, una piccola comunità di anime libere che condivideva tutto senza regole scritte.

Ci siamo offerti di cucinare la cena per tutti gli ospiti in cambiodi una stanza costruita interamente sopra i rami di un grande albero, con vista sull’oceano. Un letto di legno e nulla più — e tuttavia quella notte ho dormito come non dormivo da anni.

Le giornate ad Algodoal scivolavano via senza attrito. Bagni nel mare cristallino, passeggiate nella foresta costiera, pasti sulla sabbia. Un pomeriggio ho visto un venditore ambulante con una pentola enorme di vongole giganti raccolte a mano nella marea. La mia mente italiana ha visualizzato immediatamente gli spaghetti alle vongole, ma ho dovuto accettare di vederli bolliree mangiare al naturale, senza condimenti. Ho sorriso e ho promesso a me stesso che la prossima volta avrei preso io il comando.

Il venerdì sera l’isola si è svegliata al ritmo del Carimbó — la danza tradizionale dello Stato del Pará, nata nelle comunità indigene che usavano grandi tamburi ricavati da tronchi scavati. Le donne muovevano grandi gonne colorate seguendo ilritmo ossessivo delle percussioni, scoprendo e nascondendo i movimenti delle gambe con una sensualità che non aveva nulla di artificiale. Era la carne di una cultura che si esprimeva senza filtri — e bastava starci dentro per sentirlo.

 

Natale brasiliano

Il ventitré dicembre abbiamo deciso di organizzare un pranzo di Natale per tutti gli ospiti dell’ostello e per i residenti dell’isola che volessero unirsi.

Ho preparato una lasagna con quello che riuscivamo a trovare nei piccoli empori del villaggio, affiancata da pesce freschissimo portato da un pescatore del posto. La tavola era di legno grezzo sotto le palme. I miei amici brasiliani hanno completato il banchetto con riso bianco e fagioli neri. Abbiamo brindato sotto il sole tropicale con qualunque cosa avessimo a disposizione.

Lo shock culturale è arrivato quando i miei ospiti brasiliani hanno cominciato a riempire i piatti mescolando la lasagna con il riso e i fagioli. Per un italiano è una scena che produce unareazione fisica — qualcosa tra il disagio e lo scandalo. Ho trattenuto entrambi e ho guardato. Stavano mangiando con piacere, con la stessa libertà con cui facevano tutto il resto.

Ho capito che quella non era ignoranza culinaria. Era unaconcezione diversa e altrettanto legittima del cibo — tutto insieme, nello stesso momento, senza gerarchie di portate. Se inItalia il pranzo è un rito con un ordine preciso che scandisce il tempo del dialogo, in Brasile l’atto del mangiare è libertà totale. Nessun modo è quello giusto. Sono solo storie diverse che la gente racconta attraverso il cibo.

 

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Capodanno a Salinas Sette onde per la fortuna

 Il ventotto dicembre abbiamo lasciato Algodoal per Salinas, sulla costa settentrionale del Brasile. La spiaggia eramonumentale e stranissima. Gli automobilisti guidavano eparcheggiavano direttamente sulla sabbia, a pochi centimetridagli ombrelloni. La marea oceanica, rapida e potente come ovunque in questa parte del mondo, rendeva quell’usanza pericolosa: non era raro vedere grandi trattori impegnati atrascinare fuori dal fango veicoli sommersi dall’acqua alta. Guardavo quella scena con un misto di incredulità eammirazione c’è qualcosa di coraggiosamente caotico nelmodo in cui i brasiliani negoziano con la natura invece di tenerla a distanza.

Abbiamo trascorso le giornate tra la sabbia, il rumore dell’Atlantico e grandi abbuffate di pesce fritto. Il bagno in mare era quasi una sfida — le correnti erano spaventose, il tipo di onde che ti ricordano che l’oceano non è un parco acquatico.

Una sera ho cucinato la pasta per i miei amici brasiliani, insistendo sulla cottura al dente con la serietà di chi difende qualcosa di importante. Loro hanno assaggiato con rispetto e curiosità genuini. Ho capito che la cucina, quando è condivisa davvero, non è mai solo cibo è un modo di dire chi sei e da dove vieni.

La notte di Capodanno è arrivata con tutta la sua caricacollettiva.

Alle ventitré l’intera popolazione era sulla spiaggia, tutti vestiti di bianco — l’antico rito di origine africana che accoglie il nuovo anno. A mezzanotte, quando il cielo si è squarciato di fuochi d’artificio, siamo corsi tutti insieme verso l’acqua. Abbiamo saltato sette onde consecutive, una dopo l’altra, esprimendo un desiderio per ogni salto.

Sono rimasto fermo in mezzo alla schiuma dell’Atlantico con losguardo sull’orizzonte, la schiena al buio della terra, il viso verso l’oceano aperto. L’anno vecchio scivolava via con l’acquache tornava indietro. Pensavo a Leticia, al capitano ubriaco, all’amaca verde, agli indios intorno al fuoco, ai bambini scalzi, ai delfini rosa, alla cicatrice sul dito.

Pensavo a quanto ero diverso dall’uomo che aveva aperto un portellone d’aereo qualche mese prima e aveva sentito l’aria dell’Amazzonia entrargli addosso per la prima volta.

Non sapevo ancora dove mi avrebbe portato il prossimo viaggio. Ma sapevo che sarei ripartito — perché una volta che hai imparato a lasciarti portare dal flusso, è difficile tornare a stare fermi.

 

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