di Bruno Marfé
Dopo aver esplorato, tra le pagine di questo blog, la natura sfuggente di Effimera Bellezza – la lirica di Francesco Enas letta da Maria Gabriella Tiné insieme alle note biografiche dell'autore durante il finissage della mostra di Riccardo Riccio – il viaggio nella poetica dello scrittore viterbese si arricchisce di nuove tappe.
Se in quel primo componimento il centro della riflessione era la caducità dell'esistenza e la precarietà di ogni bellezza, l'universo poetico di Enas si amplia attraverso altre due liriche di notevole intensità: Istanti immaginari e L'elegia di un poema.
Letti insieme, questi testi sembrano dialogare tra loro, rivelando un percorso che attraversa l'illusione degli affetti, la fragilità dell'esperienza umana e il valore salvifico della scrittura.
Un cammino che parte dal desiderio di comprendere l'altro e approda alla parola poetica come unico luogo in cui ciò che appare destinato a dissolversi può trovare una forma di permanenza.
L'illusione del cuore: "Istanti immaginari"
«Se solo potessi
Leggerti nel cuore
Se riuscissi a capire
I tuoi sogni
Se ogni singolo istante
Accanto al tuo io
Fosse come vivere in eterno
Vedrei la tua anima nuda
Ed ognuno dei tuoi pensieri
Farebbe a gara
Per raccogliere dal tempo perso
Istanti immaginari
Che fluttuerebbero nel cielo terso dei sentimenti
Lasciando trasparire
Solo il dolore dell'abbandono.»
In questa poesia Enas abbandona la riflessione sul tempo per immergersi nell'incertezza delle relazioni umane. L'intero componimento è costruito su una sequenza di ipotesi ("Se solo potessi", "Se riuscissi", "Se ogni singolo istante"), espediente che rende immediatamente percepibile la distanza tra il desiderio e la realtà.
Il poeta sogna una conoscenza assoluta dell'altro: poter leggere il cuore, condividere i sogni, vivere un'eternità racchiusa in un singolo istante. Ma proprio quella tensione verso un'unione perfetta rivela la sua natura impossibile.
Gli "istanti immaginari" diventano così il simbolo di ciò che l'uomo costruisce dentro di sé: frammenti ideali, sospesi in un "cielo terso dei sentimenti", tanto luminosi quanto irraggiungibili. La loro leggerezza, tuttavia, non riesce a nascondere la verità che emerge nell'ultimo verso. Alla fine di ogni illusione resta soltanto "il dolore dell'abbandono", una ferita che restituisce tutta la vulnerabilità dell'esperienza affettiva.
La poesia non offre consolazioni. Mostra piuttosto quanto sia difficile colmare la distanza tra ciò che desideriamo e ciò che possiamo realmente vivere.
La verità della scrittura: "L'elegia di un poema"
Se negli affetti il desiderio rischia continuamente di infrangersi contro il limite della realtà, nella scrittura Enas sembra individuare uno spazio diverso, nel quale l'esperienza umana può essere accolta, trasformata e affidata al tempo. È questa la riflessione che attraversa L'elegia di un poema.
«Malinconico, melenso,
innaturale componimento.
Sembra essere pura verità.
Sembra solo, non lo è.
È sì bucolico, pastorale.
Ma nulla è lasciato al caso. La poesia è come un frutto: finché rimane attaccato al suo ramo e non è stato colto non si può dire che sapore abbia.
Così come un poema, rimane bello e piacevole finché non viene letto e giudicato.
L'elegia funebre di un poema comincia qui.
Su queste righe; con poche parole che d'un tratto si fanno fiele, avvelenando l'animo, e portando a dubitare di sé stessi.
Ma fintanto io vivrò non smetterò mai di porre rigo su rigo; e laddove troverò istinti anche primordiali lascerò spalancata la via che dal cuor mio giunge e si congiunge coll'animo, in attesa di diventare un sol poema che, nessuno potrà mai immaginare, sia di cotanta beltà.»
Qui Enas riflette apertamente sul destino dell'opera poetica. L'immagine del frutto ancora attaccato al ramo è particolarmente efficace: finché resta nella dimensione privata del suo autore conserva un potenziale intatto, ma nel momento in cui viene offerto agli altri entra inevitabilmente nello spazio del giudizio.
È allora che la poesia può trasformarsi in "fiele", generare dubbi, mettere in discussione chi l'ha scritta. L'atto creativo si rivela inseparabile dall'esposizione della propria interiorità e, con essa, dalla possibilità di essere fraintesi o respinti.
Eppure è proprio in questo punto di massima fragilità che emerge la cifra più autentica della poetica di Enas: alla domanda non risponde il silenzio, ma la promessa di continuare — "fintanto io vivrò non smetterò mai di porre rigo su rigo".
Il dialogo tra le opere: dall'illusione alla permanenza
Accostando queste due liriche emerge con maggiore chiarezza il disegno complessivo della poetica di Francesco Enas. Se Effimera Bellezza raccontava la caducità dell'esistenza, Istanti immaginari porta quella stessa precarietà nel territorio degli affetti, mostrando quanto siano fragili le nostre aspirazioni più profonde. L'elegia di un poema, invece, suggerisce una possibile risposta: non la negazione della fragilità, ma la sua trasformazione attraverso la parola.
La poesia, in questa prospettiva, non elimina il dolore né annulla i limiti della condizione umana: li accoglie e li trasfigura, offrendo loro una forma capace di resistere al tempo.
Ed è proprio in questa tensione, sospesa tra ciò che inevitabilmente si perde e ciò che la poesia riesce ancora a salvare, che la voce di Enas trova la sua espressione più autentica: non certezze né consolazioni facili, ma l'invito ad affidare alla scrittura il compito più antico — dare una forma durevole alla fragile verità dell'esperienza umana.
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