di Bruno Marfé
Un filo che continua
Il 1° maggio scorso, su RadioBrasilSomFM, ho avuto il piacere di parlare di Giovanni Pascoli. Era il naturale seguito di un articolo precedente [https://www.partitureletterarie.it/articoli/3129483_il-lampo-e-il-tuono-pascoli-e-la-regia-invisibile-della-parola] — dedicato a Il lampo e Il tuono, due sonetti in cui avevo ritrovato, grazie anche all'analisi del critico Nicola Pesce, una struttura quasi cinematografica: la regia invisibile di chi comprime il mondo intero in un'immagine sola, in un occhio che si apre e si chiude nel buio, in una culla che ondeggia nel nulla. Quella volta avevo parlato di un Pascoli geometrico, matematico, capace di lavorare per sottrazione fino all'osso.
Questa volta voglio portare i lettori dall'altra parte di quello stesso osso.
Un capolavoro nascosto
Vi consiglio di rileggere — o di leggere per la prima volta — La mia sera, dai Canti di Castelvecchio, raccolta pubblicata nel 1903. È un testo poco conosciuto, forse proprio perché si nasconde dietro un'apparenza quieta. Nelle prime tre delle cinque strofe, Pascoli sembra descrivere soltanto una giornata caratterizzata da un forte temporale che verso sera si calma e lascia il posto a qualche nuvola colorata di rosa e d'oro, ai raggi del sole che spunta proprio in prossimità del tramonto. Paesaggio, atmosfera, bel tempo in arrivo.
Ma Pascoli non descrive mai soltanto il paesaggio.
"Né io": due monosillabi che riassumono una vita
Alla quarta strofa irrompono le rondini. Erano rimaste immobili durante la tempesta, e ora si lanciano a cercare il cibo per i piccoli nei nidi. Ed è qui che Pascoli scrive una delle frasi più silenziose e devastanti della poesia italiana:
La parte sì piccola i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
I rondinini non hanno mangiato abbastanza. E poi, d'improvviso, la bomba:
Né io…
Due monosillabi. Puntini di sospensione. E un mondo che si apre.
Con Né io… Pascoli ha appena messo in relazione analogica tutta la sua vita con quella dei piccoli rondinini — e lo ha fatto senza spiegare nulla, senza commentare nulla. È la figura retorica della reticenza nella sua forma più bruciante: dire pochissimo per lasciare intendere tutto. Pascoli aveva perso il padre a dodici anni, la madre l'anno dopo. Quel Né io riassume una privazione intera — non di cibo, ma di nutrimento affettivo, di calore, di presenza. Il cibo è da intendersi qui nel senso più vasto: il nutrimento dell'amore dei suoi cari, che gli era stato sottratto troppo presto.
Il don don e la voce che si spegne
Come se quella ferita fosse troppo vasta da tenere aperta, l'attenzione del poeta scivola — o forse fugge — verso il suono delle campane. Don don. Ed è lì che comincia l'ultima strofa, la più tenera e la più ambigua: quelle campane gli sembrano ninne nanne, lo riportano a quando era bambino, alla voce della madre. E la poesia si chiude così:
Mi sembrano canti di culla
che fanno ch'io torni com'era:
sentivo mia madre, poi nulla,
sul far della sera.
Quel poi nulla può essere letto in due modi. Il bambino che si addormenta nel mezzo del canto materno, e la voce si spegne nel sonno. Oppure la madre che scompare troppo presto — e il canto si interrompe per sempre.
Pascoli lascia aperta la porta. Come sempre.
La stessa matematica, un'altra frequenza
Se Il lampo è un occhio che si chiude nel buio, La mia sera è una voce che si affievolisce nel silenzio. La stessa matematica del grande che diventa piccolo, del fragore che diventa nulla — ma questa volta il fragore è la vita intera, e il nulla è una perdita che non ha mai smesso di fare rumore.
Il temporale che apre la poesia non è soltanto meteorologia. È il tempo della storia, il caos che precede ogni chiarezza. Le rondini che escono a sfamarsi sono il movimento della vita che riprende. E il Né io… è il momento in cui il poeta si inserisce in quella storia senza filtri, con una formula che brucia come solo i versi veri sanno fare.
Un capolavoro.
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