"Il falso e il vero verde". Colloqui di Salvatore Quasimodo con i lettori di «Le ore» 1960 - 1964. (Parte II)

Pubblicato il 20 giugno 2026 alle ore 13:02

di Francesco Schiavone 

 Capitolo III

Temi affrontati ne Il falso e il vero verde

Giornalismo e letteratura

Prima di affrontare un’analisi delle tematiche degli articoli di Quasimodo apparsi su «Le Ore», ritengo utile come premessa, una breve ricostruzione del rapporto tra giornalismo e letteratura.

Con la crescita del numero di pagine dei quotidiani si affaccia dapprima e si istituzionalizza poi, seppur lentamente e con tutta una serie di trasformazioni e coincidenze, la cosiddetta terza pagina, ovvero il rapporto che la cultura, gli intellettuali, i filosofi ma soprattutto i poeti e gli scrittori, stabiliscono col giornale, inteso come testata reperibile da qualunque persona. 

Il rapporto tra quotidiano, giornale in generale, è comunque da subito strumentalmente esplicito. Proviamo a ricostruirne, anche storicamente, un iter.

Principalmente sui quotidiani francesi di inizio anni 40, venivano pubblicati dei romanzi a puntate, col passare del tempo l’abitudine fu presa anche da giornali italiani ma, la pagina culturale non si esauriva con una scarna lettura dello stralcio di romanzo pubblicato, si cominciò infatti ad aggiungere appendici di cultura generale e idee dello scrittore che iniziava a concepire il giornale come un altro livello culturale su cui esprimere la propria opinione. La cultura trova così sui giornali un nuovo spazio, non resta reclusa, dato che all’ interno della terza pagina capita di imbattersi in bibliografie, segnalazioni o vere e proprie recensioni librarie, oppure si presenta, sui settimanali, talvolta il caso della rubrica, come il Falso e vero verde di Quasimodo, che oltre alle presentazioni degli spettacoli, dei libri, delle opere musicali, informa i lettori riguardo a notizie di cronaca, dispute politiche, questioni religiose.

Quale che sia la situazione cronologica o il diritto di primazia dell’invenzione di questa terza pagina, o delle rubriche culturali in genere, resta comunque importante il fatto che il percorso del rapporto giornalismo letteratura va evolvendosi ancora oggi, di fatto ogni quotidiano e ogni settimanale dedica almeno una pagina alla cultura di varia umanità. Nel tempo infatti la letteratura nei giornali ha assunto talvolta la forma canonica delle colonne, le prime due d’apertura, poi ha occupato un intero articolo propriamente detto letterario, infine varie pagine dei giornali con le rubriche, con articoli di costume, cronache di viaggi e commenti su avvenimenti di attualità, fino all’inserto come spazio riservato e recluso. Nei primi anni 6 il rapporto giornalismo letteratura è ormai diventato un processo articolato, che rientra in un complesso quadro di rapporti che vedono spesso alla direzione dei giornali degli scrittori, ma che riguardano anche la necessità di cooptazione della classe intellettuale creativa nel nuovo processo di formazione della nazione, conservando loro lo status appunto di scrittori, senza più, o in minor grado rispetto al passato, le mescidazioni pubblicismo scrittura. Il giornale si inventa insomma, per questa generazione di intellettuali meno disposti alla pratica quotidiana della vita redazionale ma comunque disponibili alle leggi del mercato editoriale, l’hortus conclusus del supplemento , che distingue tra letteratura, cultura e politica.

 In questo senso il settimanale ha un grande merito, quello di attrarre il pubblico degli anni ‘6 alle dispute politiche, alle contese tra nazioni, ma anche agli scandali che diventano in questi anni d’attualità. Il settimanale, inoltre, offre il modo, attraverso le rubriche e gli articoli letterari, di conversare con uno scrittore o un poeta, come nel caso di Quasimodo. Il risultato non cambia, anzi migliora, il lettore infatti, che appartenga all’alta borghesia industriale o alla classe operaia, sente l’intellettuale, l’uomo di lettere vicino a sé, al suo fianco, si sente partecipe di una cultura di massa che prima era di pochi, capace di recepire sia le differenze tra un romanzo di Verga e uno di Calvino sia i rapporti tra Kruscev e Kennedy.

Per approfondire il discorso e dare un’idea su ciò che Quasimodo pensava della cultura sui giornali, e nello specifico delle riviste letterarie, proponiamo l’articolo del 28 febbraio 1963 intitolato Riviste letterarie:

 

Le riviste letterarie sono divenute l’orgoglio personale di non pochi. Oggi basta scrivere due versi per sentirsi forti e fondare qualcosa che sembri una raccolta antologica dio versi, racconti e saggi critici. Le riviste provinciali e no sono così numerose, che di gruppo in gruppo, superano i desideri masochistici dei poeti. La mania dell’auto elogio, si sa, è dei mediocri; e la letteratura ha qui il suo volto amorale. Si entra nel campo delle “amicizie” delle presentazioni boomerang, della confusione. Sono fogli stampati che precipitano nel tempo. Il danno di questa stampa gratuita è superiore all’assenza della cultura. Scriveva Balzac: -La stampa fu erede della donna. E questa donna non ha più il merito delle deliziose maldicenze in un bel parlare-. Leggiamo articoli di giornali scritti in un linguaggio che muta ogni tre anni (oggi tre giorni) giornalucoli diventati come beccamorti leggeri come il piombo che serve per la loro stampa.

 

Il poeta usa le parole di Balzac per criticare aspramente, oltre ad una cultura che sta lasciando dietro di sé la forte tradizione che la caratterizza, una stampa specializzata sempre meno competente ed efficace.  Meglio riviste e giornali in numero minore ma competenti. Critica così il linguaggio, lo stile, e, come spesso accade, la sudditanza al potere, oltre che letterario, politico.

 Premessa al capitolo

Il ventaglio di tematiche affrontate da Quasimodo ne Il falso e il vero verde è molto ampia e affronta disparati argomenti e grandi varietà di punti che andrebbero tutti sviluppati e approfonditi con accuratezza di particolari. Questo lavoro metterà in evidenza soprattutto tre temi fondamentali rilevati, per scelta personale e motivazioni maturate nello studio del poeta giornalista siciliano, nella lettura degli scritti giornalistici che Quasimodo pubblicò su «Le Ore» dal 1960 al 1964.

Nell’analisi della prima tematica si affronterà l’importanza fondamentale che la poesia ha per il Quasimodo poeta giornalista, inoltre si andrà ad affrontare il Quasimodo critico, così differente dal poeta.

La seconda tematica tratta temi più vicini al suo lato di intellettuale engagè, tocca infatti il sanguinoso tema del razzismo, in quegli anni, temuto e dibattuto soprattutto negli Stati Uniti, che furono meta di diversi viaggi del poeta in seguito al premio Nobel.

L’ultima tematica riguarda invece l’arte e l’opinione di Quasimodo sugli artisti a lui contemporanei.

 

Il poeta e il critico

La nascita di un poeta è sempre un atto di “disordine” e presuppone un futuro nuovo modo di adesione alla vita, perché è bene dirlo subito: il poeta non rinnega mai la vita, anche se attraverso la disperazione riconosce l’aridità, una dispersione del cuore degli uomini e li vede metà d’oro e metà di sangue che cola nel loro continuo dialogo con la morte.

Questo pezzo di Poesia contemporanea, del 1946, ci fa rendere conto del potere insito nel poeta. Per Quasimodo quindi la nascita di uno di questi straordinari uomini è visto come un atto di disordine, capace di modificare il mondo, perché capace di modificare la coscienza delle persone, influenzare le loro menti, cambiare il punto di vista delle masse su avvenimenti drammatici.

L’Italia è patria di poeti, Quasimodo lo sa e lo sottolinea in un articolo del 3 maggio 1962 intitolato Esercito di poeti:

L’esercito di poeti che si muove ogni anno in Italia sotto le insegne dei premi letterari per conquistare un ramo d’alloro cresciuto in terra di provincia o nell’asfalto cittadino non è di nuova formazione nella nostra Patria.

Nella sua prima lettera virgiliana Saverio Bettinelli dice: -Tutto l’Elisio o Arcadi, è posto in tumulto dagli italiani poeti che d’ogni età, ogni stato qua scendono in folla ogni giorno a perturbare la pace eterna dei nostri boschetti. Par che la febbre per cui gli abderiti correvan le strade recitando poemi sia venuta sotterra coi vostri cantori, verseggiatori e poeti importuni, a profanare con barbare cantilene ogni selva, ogni fonte, ogni grotta sacra al silenzio e alla pace dei morti. Ogn’italiano che scende tra noi da alcun tempo in qua parla di versi, recita poemetti, è furibondo amatore di rime a dispetto di tante leggi infernali o tometto o raccolta o canzoniere, o sol anche sonetto, e canzone che vantasi d’aver messo in luce benché a tutt’altro mestier fosse nato. 

 

Con ironia sottile cerca di sottolineare la spasmodica voglia di premi da parte delle nuove generazioni di poeti e il sentirsi poeta per moda. Per tornare però al pezzo di Poesia contemporanea riportato sopra, i poeti italiani che irrompono nelle foreste e ne minano la tranquillità possono anche essere l’immagine del disordine stesso, quello che i poeti contemporanei e lo stesso Quasimodo portano in una società o troppo attenta al valore della politica, del potere e del denaro, o troppo legata agli Arcadi dal punto di vista poetico, cioè troppo attaccata alla tradizione, incapace di rompere gli schemi, il che è il ruolo fondamentale attribuito alla poesia.

In Toscana purtroppo, c’è ancora qualche Guittone d’Arezzo, che alleva alla sua dottrina preziosa le ultime chimere dei possedimenti dell’assenza, dove gira il tornio esistenziale. In quell’area geografica poetica e popolare (minima, dicono i critici) è fedele la presenza dell’uomo, i suoi sentimenti, i gesti, le opere. Non parleremo di realismo etico: non insegnano i poeti che a vivere: la materia è assai difficile da costringere in nuove forme. Spezzare e ricostruire la misura dell’endecasillabo è stato un impulso meditato e svolto durante una generazione. Era accidentale perdita della facoltà di lettura ritmica secondo la scrittura metrica tradizionale. I poeti si riconoscono per la particolare pronuncia delle misure metriche e in quella cadenza consiste la loro voce (il canto diciamo); e l’unità di espressione può essere lunga di numeri o breve, ma sempre quella “voce” sarà rivelabile in qualsiasi struttura. Abbiamo una voce per ogni poeta, e anche in quello “stile da traduzione”, ciò che importa è la pronuncia poetica.

 

Oltre a sottolineare il fatto che la poesia debba rompere certi schemi, e non aver paura né di farlo, né di preoccuparsi di quello che la critica giudicherà poi, questo scritto del dopoguerra inoltrato, è del 1, ci incanala in un nuovo discorso, quello del linguaggio poetico.

Nell’ articolo del 6 settembre 1962, Linguaggio della poesia, il poeta siciliano scrive:

 

Ogni nazione deve cercare di rimanere nella propria tradizione. Ho detto che la poesia intelligente è soltanto tecnica, è un gioco della mente, è la poesia più facile da scrivere. Il poeta che si serve dell’intelligenza rimane nella storia della letteratura non come un minore (i poeti minori sono anche dei grandi poeti), ma come letterato nel senso più laterale della parola. Se in ogni nazione dobbiamo ricordare, nel campo della cultura, quei pochi uomini che sono serviti alla civiltà, non cerchiamo mai i nomi di questi letterati che qualche volta riaffiorano nelle esercitazioni dell’esame di laurea. La poesia non può essere scritta con distrazione o evasione, come diario, in altri termini, perché i poeti sono legati al proprio tempo, ne rispecchiano le angosce o i desideri o i sogni, il dolore o la gioia; non c’ è poesia pura.

 

La poesia deve avere sempre delle solide basi alle spalle, un poeta non è tale se non conosce la propria tradizione poetica e la storia della poesia. Il linguaggio invece si fa influenzare da molti fattori, sia personali che legati al luogo di provenienza di chi lo propaga e al tempo in cui lo si utilizza. Nell’ultima frase, legata all’inesistenza di una poesia pura, si fa riferimento proprio alle influenze del contesto che il poeta subisce. Sia esso uno scapigliato, un neoclassico, un esponente dell’avanguardia, il legame con la propria epoca resta indissolubile. Il linguaggio non deve essere un prodotto meccanico e intelligente dei suoi studi, e soprattutto non deve essere motivo di facili luoghi comuni, infatti riferendosi ai beatniks newyorkesi Quasimodo scrive:

 

I contenuti di questo movimento, che c’è anche in Inghilterra sono vari: c’è da una parte un tentativo di epica, una ricerca di comunicazione e nello stesso tempo l’astrazione, cioè a dire l’altro volto di questa disperazione dell’uomo contemporaneo, che arriva a scrivere dei versi su trattati di filosofia, di meccanica, di economia politica. Ma noi sappiamo che la poesia è ricerca di un’altra economia: dell’economia del linguaggio. Questa generazione deve costruire un nuovo linguaggio, un problema che si pone continuamente attraverso il tempo.

 

Il monito di Quasimodo ai nuovi poeti non è rivolto ad un modo di scrivere qualunque, bensì al linguaggio della poesia, infatti in esso è l’essenza dell’operazione poetica, l’uomo, brancolante nel buio di una società morta dal punto di vista intellettuale, cerca nella poesia una luce guida.

 Il confronto su questo argomento va fatto con uno scritto di Quasimodo intitolato L’uomo e la poesia, dal quale risulta evidente quello che la poesia offre e quello che l’uomo cerca e continuamente trova in essa.

L’uomo vuole dalla poesia, quella verità che egli non ha il potere di esprimere e nella quale si riconosce, verità delusa o attiva che lo aiuti nella determinazione del mondo (il mondo non può essere sorpreso o scoperto soltanto dai sensi), a dare un significato alla gioia o al dolore in questa fuga continua di giorni, a stabilire il bene e il male; perché la poesia nasce con l’uomo, e l’uomo nella sua verità non è altro che bene più male. Quando diciamo dolore non intendiamo pessimismo, che è negazione della vita, atteggiamento raro creato dalle filosofie più vaghe e distrutte che mai ha raggiunto il cuore della collettività, ma quella forza che ha avuto sempre la capacità di frantumare qualsiasi catena, forza che sta alla base della verità.

 

La ricerca della verità è da sempre punto fisso nella vita dell’uomo, c’è chi la cerca nella poesia, chi le attribuisce un valore magico, che va al di là della semplice parola scritta, che sviluppa invece un linguaggio, a volte criptico, a volte esplicito, capace di parlare alle menti e ai cuori degli uomini.

In questa interpretazione umanistica della vita in generale e della poesia nello specifico, il poeta viene ad essere una sorta di super- uomo, un eletto, un portatore di verità, che ha grandi responsabilità. Quasimodo nei suoi articoli elogia alcune   importanti personalità della poesia italiana.

Il primo articolo che proponiamo si intitola La tomba di Ugo Foscolo del 21 marzo 1963:

 

L’immortalità è nel profumo dell’erba di Chiswick, sotto il passo del visitatore che insegue, nell’aria ferma delle tombe, dietro il profilo evasivo e consumato della lapide, un ricordo dell’“amico estinto”. A Chiswick è la serenità negli anni che hanno tenuto nel “sonno della morte” il corpo del Poeta dopo la crisi terrena culminante nella dissoluzione, a Chiswick è l’eco delle fontane che «versando acque lustrali- amaranti educavano e viole- sulla funebre zolla». E a Chiswick ho appoggiato la mano sulla tomba vuota del Foscolo e ho sentito tutto il peso del doloroso ma esatto consenso del Poeta alla sua morte in Inghilterra, alla sua fine avvenuta tra i colloqui di un uomo dalla mente di fuoco, prigioniero di una pigra morte, con gli amici letterati inglesi che furono compagni della sua tristezza. Dietro il marmo di Turnham Green rimane il mistero di una morte avvenuta in terra straniera, dove il Poeta fuggiasco aveva portato la sua vita ad altri affetti, ad altri personaggi. A Santa Croce invece nella severità della chiesa dei grandi, si è voluto annullare l’esilio e il dolore dell’esilio, l’amaro dell’invidia che avevano per lui i poeti del suo tempo. A Santa Croce colui che era a tutti “aspro” è vicino all’Alfieri e il “marmoreo monumento” della sua statua muove la mente del visitatore alla fierezza classica e romantica della sua figura, all’eternità della sua gloria.

 

È un articolo di giornale ma l’dea che contiene e le immagini che riporta alla mente sono quelle di una poesia. Un poeta contemporaneo, a volte massacrato dalla critica, fa visita alla tomba di uno dei più grandi poeti della storia italiana. Il contatato con la tomba vuota a Chiswick è come se facesse sentire a Quasimodo quello che Foscolo fu costretto a patire nel suo esilio oltremanica, solo un poeta può sentire tutto il peso doloroso di un altro poeta.

Prima di quest’articolo, il primo agosto del 1962, su «Le Ore» si leggeva un pezzo dal titolo Biagio Marin:

 

Il ventinove giugno scorso, il poeta Biagio Marin ha compiuto i settant’anni, e Vanni Scheiwiller ha pubblicato una scelta di sue poesie intitolata Solitàe per festeggiare la sua felice giornata terrena. I giornali non hanno scritto una riga in quell’occasione. Chi sia Biagio Marin non sanno nemmeno i giovani letterati chiusi nelle casematte (case-matte) delle loro riviste d’avanguardia (ogni città italiana ha due o tre avanguardie di diversa formazione poetica); il pubblico allora non ha il dovere di conoscere questo nome. Biagio Marin, del tempo di Svevo, Joyce, Slataper, Saba, Giotti, Stuparich, è un grande poeta triestino e come Giotti scrive in dialetto. Non volevo qui parlare della sua posizione letteraria ma fargli un augurio e ricordarlo agli italiani.

 

Alcuni poeti, è il caso di Biagio Marin , restano nel dimenticatoio, pur avendo una brillante carriera alle spalle, solo perché la moda di seguire ogni genere di avanguardia li pone in secondo piano rispetto a poeti inferiori, sia per contenuto che per forma. Il monito va ai giovani e alle nuove generazioni di letterati, seguire le mode e le tendenze non è, per Quasimodo, del vero poeta, come dimostra l’articolo del 14 novembre 1963 intitolato Nuova generazione:

 

I critici, i poeti chiamano artisti della nuova generazione i giovani che hanno l’età dei loro figli o dei nipoti. E pensano che “nuova generazione” significhi nuova serie: una realtà, un punto di incisione di parole, suoni, colori riservato ai giovani. Forse perché li considerano portatori dell’ottimismo, gli ospiti e i profanatori dell’armonia. Le formule dei giovani sono spesso frammentarie; e il richiamo culturale che hanno con il costume del loro tempo è l’unica risorsa espressiva. Essi rimproverano ai maestri l’agiatezza spirituale; e qui è l’altro problema dei rapporti umani e delle reazioni in nome dell’arte. Allora è possibile capire quanto sia difficile trovare un punto di riferimento agli “esperimenti” fra le due barriere. La prima sta ferma sulla sua posizione, la seconda tenta con la spersonalizzazione della prima di fornire gli esponenti di una nuova autonomia. Ma quale attività dello spirito non è reversibile?

 Non è la solita disputa tra gli antichi e i moderni, Quasimodo mescola le carte in tavola e agli antichi contrappone, oltre alle nuove generazioni convinte del loro valore e forti delle loro avanguardie, anche i critici che sembrano fare della poesia un gioco da affidare nelle mani dei giovani soltanto perché tali, dimenticandosi che la poesia è ben altro, è talento, è studio, non è moda.

Il consiglio ai giovani poeti è quello di diffidare da questi strozzini dello spirito e di ricercare la propria poetica all’interno del proprio io, nel proprio background e culturale e sentimentale.

Altro è il discorso che riguarda i poeti a lui contemporanei e l’opinione che Quasimodo si fece riguardo a tutto ciò che ruotava intorno ad essi. Due gli articoli che ritengo fondamentali per spiegare questo lato del pensiero del poeta siculo, il primo è del 5 marzo 1960:

 

La nuova scapigliatura lombarda più che romana, imita Brecht o Majakovskij o Pound con un ritardo di trentacinque anni. I loro risultati poetici, soprattutto, sono uguali a quelli di alcuni professori in piccoli coturni, che traducevano Shakespeare scrivendo endecasillabi metrici di questa potenza: - fare dobbiamo l’inchiesta oculatissima-  oppure: - ma la sua testa è proprio ancora in gamba.

 

Gli innovatori poeti d’avanguardia non facevano altro che scimmiottare i poeti che erano stati grandi, atteggiandosi a nuovi sulla base di poesie già fatte, già lette.

Proprio Poesie lette è il titolo dell’articolo del 28 giugno 1962:

 

I cultori di “esecuzioni” poetiche affermano che i versi dei contemporanei sono di difficile lettura, forse perché non permettono in larga misura quei giochi di alti e bassi della voce, quegli impeti oratori così cari al gusto di certe scuole di dizione. E perciò si fermano più volentieri nei loro esercizi di lettura su alcuni nomi della terza o se volete quarta Italia. Si dice molto e anche molto si è scritto in proposito, che le poesie non sopportano il dominio della voce, che i poeti bisogna leggerli soltanto con gli occhi. Questo può essere anche vero; ma uguale sorte potrebbe allora toccare alla musica, e tanto varrebbe lasciare le note nei pentagrammi e affidare le composizioni musicali alle più celebrate biblioteche. Una lettura silenziosa, intanto, è un atto critico, una prova di resistenza (anche visiva come molti sanno) d’una pagina a un probabile futuro, ma rimane sempre una conquista individuale.

Ancora una volta un rimprovero a chi vuole ingabbiare la poesia, a chi vuole schematizzarla, alle scuole di dizione che vogliono addirittura insegnare a leggere la poesia ritornando alla retorica della Terza Italia. Quasimodo va contro tutto ciò, suggerisce una lettura solitaria, a bassa voce, nell’animo, tutta individuale. Non è forse questo lo scopo della poesia, scavare nell’animo di un uomo come in un abisso (Ungaretti)?

Il rimprovero questa volta è agli attori, ansiosi di leggere retoricamente ad alta voce senza porre magari attenzione ai contenuti, e ai critici, ansiosi di instradare le parole di un poeta su vie sconosciute al senso loro o di stroncare esse che erano nate semplicemente per esistere in quanto poesia.

Quest’articolo ci immette nell’ultima delle tematiche di questo capitolo, la contrapposizione del critico al poeta.

 Come è così esaltata la figura del poeta, e nei suoi scritti e nei suoi articoli su «Le Ore», così la critica e i suoi esponenti sono, a volte, letteralmente fatti a pezzi da Quasimodo.

La critica, le due critiche, teorizzano e vorrebbero creare i poeti secondo i limiti delle loro idee sull’arte, credendo di poter ridurre la poesia a scienza, mentre sanno che sarà il poeta poi a costringere la loro scienza a piegarsi alla sua natura di “irregolare”.

Da queste poche righe del Discorso si intuisce l’avversione di Quasimodo nei confronti di una società letteraria, se così si può definire, così diversa da quella del poeta. I critici non sono romanzieri, non sono poeti, non sono giornalisti e neppure scrittori, sono persone che cercano di piegare a sé l’animo del poeta, che non si piega se non alla sua natura di irregolare.

Inoltre Quasimodo, in seguito al Nobel (1959), come si è già detto precedentemente, aveva radicalmente cambiato il suo rapporto con la critica, soprattutto quella italiana, ne è testimonianza l’articolo intitolato La critica italiana:

  

Non sono io solo a dirlo o a scriverlo. Ecco che cosa si legge su «Times litterary supplement» nel numero autunnale (1961) dedicato agli scambi letterari europei: - La critica italiana non è senza difetti. Essa è riserva di caccia di un mondo letterario relativamente ristretto e tende a essere troppo cerebrale o troppo astiosa e provinciale. Abbastanza spesso, specialmente nelle mani dei praticanti accademici, essa è guastata da tortuosa ampollosità, da astrattezza e da quello che si può definire onanismo aggettivale -. Non tutta la critica rientra in questo quadro. Carlo Bo, per esempio, alla televisione recentemente parlava del senso di casta fra gli universitari italiani.

  

Si scaglia contro quella parte di critici sottomessi al potere e letterario e politico; contro coloro che pur di stare dalla parte giusta sono pronti a demolire un connazionale che ha vinto il premio Nobel.

 Il pensiero va al già citato Cecchi che ispira esilaranti articoli al siciliano che sembra non aver mai digerito il boccone amaro di A caval donato non si guarda in bocca.

Gli articoli sono tutti del 1960, il primo che viene proposto segue quello del 6 febbraio analizzato in precedenza, ed è datato 2 febbraio:

 

Molti lettori non hanno capito a chi fosse diretto un mio epigramma recente, e vogliono sapere chi è quel critico, diciamo, equestre. Credevo che il nome di Emilio Cecchi fosse popolare almeno quanto quello dei suoi libri. Illusione: l’elzeviro è proprio un carattere evanescente.

  

La penna di Salvatore Quasimodo, come si sarà notato, sa essere al cianuro; quello nei confronti di Cecchi però è un vero e proprio accanimento espresso anche attraverso vari epigrammi apparsi sulle colonne di «Le Ore»

Quello del 21 giugno 1960 si intitola, appunto, Epigramma:

Fra i critici stravecchi

il sor Emilio Cecchi

la prosa lustra e screzia.

Se al con-sesso di Svezia

Potesse strizzar l’occhio,

fiat Nobel Pinocchio!

 

Non vi è dubbio che la stima del modicano nei confronti del critico è pari a zero, lo considera stravecchio, invidioso del suo Nobel e incapace di giudicare. Ancor più forte ed esilarante è un altro epigramma intitolato Penne d’oca in Campidoglio:

 

La penna d’oro a Cecchi:

a quante punte o becchi?

Sembra che bile asperga

Se verga righe da Verga.

 

***

 

La penna ad Ungaretti?

Finalmente non nel vento

Scriverà a denti stretti

Ma su carte da cento.

 

Quasimodo si rivolta contro una certa élite, quella letteraria, fatta non solo da critici mediocri e a gas come li definisce in un altro articolo, ma anche di poeti che, immersi nell’agio, hanno ormai dimenticato il vero valore della poesia

 

Quasimodo e il razzismo negli anni 60

Il primo dicembre del 1955 Rosa Parkssalì su un autobus di linea che congiungeva Montgomery, la sua città, ai sobborghi

di essa aveva il biglietto e si era accomodata su un sedile libero. Niente di male se lo avesse fatto nella parte posteriore dell’autobus, lei invece si era seduta davanti, suscitando la sorpresa e l’indignazione dell’autista. Poco dopo intervenne la polizia che la fermò e la condusse in carcere con l’accusa di condotta impropria e violazione alle norme civiche; Rosa Parks era una donna di colore.

Quella notte stessa una cinquantina di intellettuali afroamericani, tra i quali Martin Luther King, si riunirono per decidere come reagire alla situazione. Nacque così l’idea di boicottare, da parte dei neri, i mezzi pubblici.

Dal 1957 Martin Luther King si dedicò anima e corpo alla missione dei diritti civili degli afroamericani, battendosi soprattutto per il diritto di voto. Nel 1963, il centenario del proclama del presidente Lincoln sull’ affrancamento della schiavitù, il movimento di Luther King organizzò comitati in tutti gli Stati Uniti e nel 1964 il sogno divenne realtà, l’uguaglianza fra tutti i cittadini americani fu legge. Dalla Svezia arrivò la notizia che Martin Luther King sarebbe stato il prossimo premio Nobel per la pace.

A questi episodi vanno aggiunti quello del 1960 a Greensboro nel North Carolina. Da ricordare, inoltre, l’attività di un leader nero scomodo come Malcolm X che si batté anche lui per i diritti degli afroamericani negli Stati Uniti.

In questo clima, dopo aver conseguito al Nobel, Quasimodo visitò più volte gli USA ospitato da Università e circoli letterari. Poté in questo toccare con mano l’avversione dei bianchi americani verso gli afroamericani, sentire il razzismo che aleggiava nelle università e vedere le strade malfamate e intossicate da omicidi di stampo razziale. Per questi ed altri motivi, il tema del razzismo è uno dei temi di attualità più dibattuti nei colloqui con i lettori di «Le Ore». Il poeta siciliano sentiva il dovere di informare i suoi lettori rispetto ad una piaga che colpiva gli Stati Uniti in primis, ma, come vedremo, il mondo intero.

Testimonianza nitida di questi viaggi oltreoceano l’articolo del 6 giugno 196, intitolato Brooklyn e il razzismo:

  

Anche Kennedy è preoccupato del razzismo americano. Giorni fa, in uno di questi scontri tra negri e bianchi, gli infermieri di un’autoambulanza si sono rifiutati di soccorrere un negro steso a terra picchiato a sangue da alcuni studenti. L’odio di razza non si vince con le buone disposizioni del presidente americano. I negri sono ancora di qui e i bianchi di là. Le ragioni del razzismo le troviamo scoperte già in un bambino che trova più divertente provare la sua fionda su un bersaglio vivo che ha il colore della pelle diverso dalla sua. Divisioni assurde della vita americana, che vanno oltre il razzismo in sé. L’umanità del dollaro (in inglese si pronuncia come dolore) si avvicina e si allontana velocemente ogni giorno dal ponte di Brooklyn.

 

 

 

Il secondo monito, dopo quello riguardante la questione di Cuba, che fa al presidente Kennedy, quello cioè di non capire che il razzismo è radicato nella sua America, e non ha nulla a che vedere col sogno di cui egli si fa portavoce. Quasimodo intravede ragioni economiche dietro il male del razzismo, ragioni che sottolineerà nello scritto che fece seguire all’attentato subito da Martin Luther King.

 

Sono qui anche come uno dei dieci Nobel fondatori dalla Universitè de la Paix, vasta organizzazione diretta da padre Pire, premio Nobel per la pace come lo era Marthin Luther King. Faceva parte della fondazione belga anche il grande pacifista Albert Schweitzer. Dico questo perché l’assassinio di Martin Luther King ci appare oggi nella misura di un altro profondo attentato alla convivenza dei popoli, un attacco a quella già oscillante ed ambigua condizione di fratellanza, o meglio di non ostilità, alla quale deve tendere con tutte le sue forze, pratiche e spirituali, l’uomo contemporaneo perché possa sopravvivere la civiltà del nostro tempo. Ho avuto occasione di scrivere e dire altre volte che senza la pace arriveremmo alla rottura dell’equilibrio attuale delle leggi, costumi, conoscenze che sono il nostro testamento storico ai posteri. Ma l’odio che nel passato ha assunto forme distruttive concretandosi nelle guerre tra nazioni nemiche per una supremazia economica, oggi si colora di prospettive più torbide portando in superficie le latenti incomprensioni di gruppi etnici differenti.

Sappiamo che alla base del razzismo c’è un complesso di ragioni finanziarie, il timore di chi possiede qualcosa davanti alla minaccia di vedersi “derubato” da altri uomini, insomma il verghiano attaccamento alla roba. Nel caso del razzismo americano o sudafricano i negri sono stati considerati la roba, oggetti che non dovevano avanzare richieste, contenti di ottenere pane e giaciglio. Ma oggi, un secolo dopo la guerra di secessione, il razzismo non è più solo una difesa economica convalidata dalle ideologie arretrate o dall’analfabetismo, è una corrente di odio, di paura, il seme della viltà e dell’isterismo che sfuggono alla volontà e all’intelligenza. L’uomo contemporaneo sa di essere arrivato al quoziente della giustizia indispensabile come elemento di sopravvivenza della specie: la terra è un pianeta che nel duemila raddoppierà i suoi miliardi di abitanti; i paesi del Terzo Mondo partecipano alle novità della scienza, della tecnica, della cultura che li condurranno su un piano di parità con gli antichi detentori del potere siano essi dell’occidente o dell’oriente. 

Il razzismo è dunque un’estrema, sanguinosa guerriglia dei privilegi di ieri che si sentono insidiati nei loro metodi economici dalla stessa avanguardia scientifica, una tattica da colpo di mano militare che per vincere fa leva sui tabù psicologici, sulle tare patologiche della mente umana. L’odio per il “barbaro”, per chi era straniero e perciò diverso, incomprensibile e perciò non civile, lo troviamo fra gli antichi, presso i greci e i romani. Poi furono i barbari a prendere il sopravvento politico e, dopo secoli, anche la rivincita morale e culturale: si passa dalle litterae classiche, dall’Ellenismo e dal Rinascimento al trionfo filosofico e poetico dei barbari nel Romanticismo. Nel nostro secolo, poi i barbari di ceppo germanico, capovolto il concetto di civiltà valido per i latini, sono arrivati alla soluzione «finale», sostenendo di essere i depositari delle qualità più pure della razza più pura, quella ariana. Nasceva così, nella sua struttura dogmatica, col culmine negli oscuri episodi dell’hitlerismo, il fenomeno razziale che condusse allo sterminio della razza che veniva giudicata dai trattatelli rosemberghiani come inferiore. Gli ebrei furono messi nei forni di Auschwitz, di Buchenwald e degli altri luoghi delle lande spinate. […] Non si può negare che la fine di Martin Luther King ricordi la crocifissione: il mandante qui è diventato anche un boia materiale e i fini del delitto sono sempre quelli antichi di una difesa di privilegi sociali. Anche l’esistenza del premio Nobel per la pace del 1964 è stata il più possibile vicina al modello evangelico: continuamente minacciata dai pubblicani all’esterno e nell’ anima, da quelle che lui stesso definiva torture. […] Il delitto doveva affogare in un singolo sacrificio le rivendicazioni di milioni di persone? 

[…] Martin Luther King vedeva nell’amore il solito rimedio alla paura e quindi il mezzo per guarire gli uomini dalla crisi di angoscia che conduce ai sintomi morbosi come quelli che hanno provocato l’assassinio di Lincoln a Washington, quello di Malcolm X ad Harlem, la morte di Kennedy a Dallas, quella di King a Memphis. L’ America deve uscire da questa rete di sangue. 

La violenza fa nascere i tiranni.

Ribolle la rabbia di un poeta, di un premio Nobel, che vede un uomo giusto come Luther King martire di una società attenta all’economia e al potere. King è paragonato da Quasimodo a Gesù Cristo, ucciso perché portatore di pace e amore, quindi portatore di scompiglio nella società americana. Dopo una ricostruzione storica del razzismo che passa attraverso gli antichi romani e arriva fino ad Hitler, il siciliano elenca i martiri di un’America che è obbligata ad uscire da questa rete di sangue, in quanto nazione traino del mondo intero. L’animo del poeta piange attraverso le sue parole, parole di indignazione verso una società che sembra commettere sempre gli stessi errori, dalla notte dei tempi.

Il razzismo negli anni ’60 però non era solo un problema americano, nell’articolo Bianchi e Negri del 15 febbraio 1962, attraverso la testimonianza del poeta di colore Cèsaire, Quasimodo informa i lettori della situazione francese:

 

È in Italia per alcune conferenze il poeta negro Aimé Césaire. Il poeta che vive a Parigi (io l’ho incontrato nel 1950) e là ha formato la sua cultura umanistica, è un singolare osservatore del suo popolo, considerato al di là dei problemi di razza. Se Césaire ha parlato di una civiltà bianca e di una civiltà negra è soltanto perché pensa all’ evoluzione spirituale di entrambe, senza entrare nei particolari del passato e del presente storico. Oggi gli odi sono ancora accesi. Il razzismo è un’ultima vergogna civile. Il poeta non ne parla. Dice soltanto che l’uomo africano vive in comunione con la natura e il cosmo là dove l’uomo bianco, teso a vincere la natura con la tecnica, ha finito per rimanere prigioniero dell’oggettivazione del proprio spirito. Parole che vogliono essere quasi una giustificazione a ciò che il poeta afferma, e cioè che la civiltà negra potrà essere reale e operante nel profondo dell’elemento umano. Aggiunge anche che a sostenere e a far evolvere la civiltà africana sarà soprattutto la fede nel valore di essa.

 

Va sottolineato il fatto che Quasimodo adopera, anche negli scritti precedenti, la parola negro, il che non è, di sicuro, indice di razzismo ma solo il risultato di una dominazione fascista che ancora ai tempi del poeta si faceva sentire anche a livello linguistico. La testimonianza del poeta di colore francese, mostra in Europa, in Francia nello specifico, un razzismo più velato, nascosto sotto le foglie di una società dedita al lavoro e alla continua risalita economica. E pure Cèsaire vede l’unico modo di far convivere una società bianca con una di colore nell’accettazione delle loro diversità.

Per evidenziare il pensiero di Quasimodo sul razzismo bisogna affrontare i temi e le sfaccettature che riporta nell’articolo del 26 settembre 1963, dal titolo Guerra di razze:

  

Gli odi addormentati vivono nel silenzio, e un giorno scattano verso il sangue. Solo allora gli uomini si accorgono degli inutili “movimenti interni”; ma il loro ribrezzo verso il nemico nasce nell’anima, la loro inimicizia è la diversa origine. Così Israeliti e Giordani a Gerusalemme, una notte, hanno iniziato la loro breve guerra. Sono gli uomini di guardia alla frontiera. Il loro rancore tradizionale, fondato su ricordi secolari di padre in figlio fino ai nostri giorni di una differente miseria: non più la mancanza del pane, ma il disorientamento delle razze, dei popoli frantumati dalle grandi politiche mondiali. Napoleone aveva previsto le lotte di razza. Altre guerre mute riguardano i negri, i cinesi, i bianchi. La pace è in equilibrio su ostilità psicologiche. Per l’uomo che si avvicina verso la civiltà è più facile avere paura. Il sentimento del sangue è l’inizio della guerra dell’anima.

 

Ogni giorno si combattono migliaia di guerre silenziose, non portate alla luce dell’opinione pubblica perché sepolte dal muro di omertà del razzismo. Questa piaga viene a rappresentare per Quasimodo uno dei mali peggiori dell’umanità, perché portato da odio profondo oltre che da pregiudizio e ignoranza.

Per chiudere il discorso sul razzismo, Quasimodo accenna ad un particolare e sottile tipo di razzismo, quello giornalistico, presentato ai lettori di «Le Ore» con l’articolo del 19 marzo 1960:

 

Esiste un tipo di giornalista viaggiante, che si riallaccia agli informatori di scoperte del primo Novecento, come poteva essere la ricognizione di una zona africana o un tentativo di raggiungere il Polo Nord o Sud. In questa categoria non sono compresi i corrispondenti di guerra, che dalla cronaca talvolta passano alla storia. Parlo di quella sottospecie di moralisti e memorialisti che danno giudizi sul costume e la psicologia di una nazione o di un popolo per essere stati in qualche “night- club” o alla sede di uno dei partiti politici catalizzatori. Uno di questi va in Sicilia e addio Sicilia. L’acuto saggista che la vorrebbe diversa, più vile, più piegata nella polvere di come credono sia non è che un coleottero che trascina parole, di una classe alla quale appartiene per errore di determinazione. Non è vero Montanelli?

 

Il poeta uomo giornalista si scaglia contro i soprusi di inviati troppo attenti a criticare e poco a studiare la diversità, in questo caso Montanelli , che già allora aveva i suoi scheletri etiopi nell’armadio di casa sua, molto probabilmente aveva dipinto, in qualche suo articolo di viaggio, la Sicilia in un modo che non era parso giusto a Quasimodo. Il moralismo gratuito, il memorialismo e i facili giudizi di costume appaiono al siciliano, fiero di essere tale e di appartenere a quella terra, più che interventi giornalistici, scritti di un coleottero che trascina parole, Montanelli, che ritiene più vile, più piegata nella polvere, una terra da lui conosciuta solo marginalmente.

 

 

Quasimodo e l’arte degli anni 60

Altro tema trattato e proposto da Quasimodo ai lettori di «Le Ore» è quello riguardante l’arte di quegli anni e il profondo e radicale mutamento che essa subì, che va individuato soprattutto nel quasi definitivo passaggio da un’arte pittorica ad un’arte astratta, fatta di materiali differenti, a volte presi dalla vita di tutti i giorni, non più esclusivi o ricercati. Questo cambiamento si attuò e trovò il suo apice soprattutto nei primi anni ’60, anni in cui in Italia prese l’avvio una nuova situazione di ricerche estetiche che si contrapponevano radicalmente alle forme d’arte del passato.

A proposito di queste nuove tendenze, in un articolo del 24 ottobre 1961 intitolato Arte d’ oggi, Quasimodo fa proprio un pensiero di Gillo Dorfles (da Ultime tendenze nell’arte d’oggi)

  

L’arte nuova […] per l’autore ha pochissimi nomi, pochissime realtà. Siamo in un tempo di rapida trasformazione in «una situazione che è in continuo divenire perciò sta già mutandosi mentre scriviamo…»

«La nostra è un’epoca ricca di impulsi artistici forse come poche altre. Il fatto che codesti impulsi non sempre siano coordinati e non siano soprattutto regolati da un principio unitario che ne metta la completa estrinsecazione, non deve far specie: la nostra società è condizionata da una situazione del tutto particolare, dovuta da un lato all’avvento (dell’opera prodotta) dalla “macchina”, e dall’altro alla velocità dell’informazione e della comunicazione, dai mezzi di diffusione. Si aggiunga a ciò la presenza, più di ogni precedente cultura, d’una commercializzazione di taluni valori che agisce talvolta in maniera del tutto negativa; dando forza e vigore ad esperimenti epidermici o addirittura triviali non permettendo un autonomo evolvere di esperienze importanti e vitali».

  

Quasimodo condivide l’assunto di Gillo Dorfles. L’ idea sull’arte a lui contemporanea è chiara, la mercificazione, frutto di una società attenta più al valore materiale che artistico, sta influenzando negativamente tutta l’arte. Per quanto riguarda le nuove forme come l’astrattismo, un’altra citazione, questa volta da Wassily Kandinsky, contenuta nell’articolo del 3 gennaio 1961 intitolato Arte astratta, aiuta a farsi un’idea sul pensiero di Quasimodo a riguardo:

 

«La decadenza della forma è decadenza dell’anima, cioè del contenuto, e il crescere della forma è il crescere del contenuto, cioè dell’anima» […] Va bene: l’arte astratta ha forma e contenuto: e l’informale che proviene da una degenerazione della forma, è anche forma.

Per affrontare meglio un discorso storico artistico si propone qui un breve excursus di artisti che suscitarono interesse, e in Italia e nel mondo, nel periodo della rubrica quasimodiana Il falso e il vero verde.

Personaggio chiave della svolta artistica fu Piero Manzoni; infatti dal 1958 al 1963, in collegamento con la più vitale avanguardia italiana ed europea, egli mise in atto una rottura decisiva nei riguardi delle esperienze informali, con i suoi Achromes, in termini di azzeramento cromatico e di riduzione del quadro ad oggetto e operò una radicale apertura alla vita e al mondo, attraverso interventi e lavori fortemente connotati in senso dadaista e concettuale. Il suo percorso personale fu volto da un lato a dissacrare la tipologia romantica dell’artista geniale (re Mida), come non ricordare il suo Merda d’ artista, e dall’altro a mettere in luce una mitologia collettiva fatta di eventi primari: nascere, esistere, pesare, insomma essere, come recita un suo famoso e breve testo.

Sicuramente Quasimodo nell’articolo intitolato Pittori taglienti, del 7 novembre 1963, parla anche di Manzoni:

 

Ora molti pittori non dipingono più paesaggi astratti, ma innestano sulle tele lamette da barba ed espongono i loro quadri vicino ad opere di scultori che lavorano a rifare i grovigli delle lamiere di uno scontro stradale. All’arte astratta si è sostituita l’arte tagliente. Eppure non sono guerrieri della pittura. La personalità di questi giovani è così minima da non sfiorare nemmeno l’espressionismo dei romantici decadenti. Alla pittura rosa il pubblico si era abituato. Ora ammira anche questa arte paziente così decorativa. La scienza dell’esperimento accrescerà il dolore. Ma una fantasia elementare, con un rilievo di cultura- magari quella di un laureato delle accademie- non giustifica nemmeno il tentativo che si propone. Corrisponde invece ad una situazione spirituale semi- infantile ad un nuovo modo di fare i dementi. Questi giovani non s’ illudono di possedere qualità creative, pensano piuttosto ad un inganno provvisorio senza presunzione. A volte qualcuno riesce a produrre un nome che “suoni”. Taglia opere in serie.

 

Il giudizio è tagliente come le opere che Quasimodo critica aspramente, questo nuovo modo di concepire l’arte non è accettabile, non è frutto di studi, secondo lui, ma solo del capriccio di qualche giovane fortunato che, per un qualche motivo, arriva a piacere al critico o al gallerista giusto e riesce a produrre in serie le sue (non) opere. Il giudizio è sicuramente figlio di una diversa concezione dell’arte, inoltre Quasimodo, morto nel 1968, non ebbe il tempo per elaborare un giudizio storico e critico su tendenze che hanno poi cambiato l’arte del Novecento. 

I primi anni sessanta furono inoltre gli anni in cui sorse la Galleria Azimut, punto di partenza di quelli che saranno i principali gruppi italiani nell’ambito della tendenza ottico- cinetica.

A Milano le più significative gallerie di questo periodo sono la GalleriaApollinaire di Guido Le Noci e la Galleria dell’Ariete di Beatrice Monti. Gli artisti italiani che spiccano in questo periodo sono Gastone Novelli, Tancredi e Piero Dorazio.

A Roma invece le gallerie principali sono la Galleria La tartaruga di Plinio De Martiis e L’Attico di Fabio Sargentini, che proponevano artisti italiani del calibro di Schifano, Pascali e la sua pop art romana e Festa, oltre, ovviamente, agli artisti stranieri che esponevano saltuariamente.

Nel 1964 Kounellis realizzò dei lavori con elementi direttamente prelevati dalla natura.

Intanto in Francia Yves Klein era uno dei principali esponenti di quel Nouveau realisme che cambiò completamente il modo di concepire l’arte. Infatti Klein con i suoi profondi blu, rappresentò l’immagine più significativa di un artista che cambia il modo di creare, di esporre di provocare; il suo trascendentalismo produsse i monocromi più suggestivi della pittura moderna.

Dagli Stati Uniti cominciavano invece a sentirsi gli echi della Pop art; nel 1964 a Venezia, infatti, la Biennale ne decretò un successo che nessun altro movimento aveva avuto precedentemente in modo così marcato a livello internazionale. Gli esponenti di spicco furono: Jim Dine con la sua pittura che analizza i propri metodi ma anche la propria storia, partendo da oggetti comuni come gli indumenti, Claes Oldenburg, che si concentrò sul culto dell’oggetto qualsiasi e sul tradimento delle sue funzioni, George Segal lo scultore che eseguiva calchi in gesso di personaggi ritratti in frangenti di vita comune, attorniati da oggetti di vita reale come panche e tavoli. All’inizio degli anni ’60, inoltre, comincia ad affermarsi Andy Warhol che meglio di chiunque altro rappresentò lo spirito dell’artista di questo periodo. L’eclettismo di Warhol lo condusse a collezionare cose di ogni tipo, dai mobili di antiquariato alle stampe kitsch. Questo lo sfondo su cui nacque e si sviluppò la sua produzione artistica che non si comprenderebbe senza conoscere la sua attrazione per la vita mondana, per i giornali, per gli oggetti e le persone considerate più alla stregua di immagini viventi che esseri con cui comunicare.

A proposito dell’uso di nuovi materiali e di oggetti presi dalla vita comune di tutti i giorni è emblematico l’articolo del 12 luglio 1962 intitolato Scultura moderna:

 

Sono apparse sui rotocalchi le opere di scultura esposte alla Biennale. Sono pezzi di mobili antichi, cerchi, grovigli di filo spinato e coperchi di pentole in impasti prospettici. Ormai dopo un incidente stradale un’automobile potrebbe essere scambiata per uno di questi pezzi intelligenti. Ma la collezione non finisce qui. Infatti queste sculture si appendono al soffitto e qualche volta crollano con grande fragore di distruzione. Che abbia questo significato, l’arte dei “fracassoni”? Intanto si cerca di richiamare con ognimezzo l’attenzione del pubblico, lasciando liberi dei topi verdi durante i ricevimenti e collezionando twist per le cronache mondane. Il cerchio spinato continua, si illumina qua e là di una e dell’altra faccia. Gli artisti subiscono la loro metamorfosi del ferro battendo le ciglia al ritmo della loro grande arte.

 

 Anche in questo caso le opere esposte alla biennale dai nuovi artisti trovano un Quasimodo scettico e ironico nei loro confronti. Il giudizio che comunicò ai suoi lettori, forse all’epoca anch’essi increduli di ciò che vedevano fotografato sulle pagine dei rotocalchi, è negativo, senza ombra di dubbio una stroncatura.

In conclusione riporto un articolo che fa luce sulla concezione dell’arte di Salvatore Quasimodo:

  

Lo studio della pittura antica e moderna, schematico nelle scuole (minimi gli insegnamenti dei pittori e delle Accademie), diventa una ricerca quasi soltanto individuale, un pellegrinaggio da un paese all’altro, perché scarse e confuse sono le raccolte dei musei. Come scriveva in questi giorni un critico d’ arte, la parte migliore della pittura del Novecento viene avvicinata dagli amatori nelle case private dei collezionisti, mentre le Gallerie di Stato sono ferme a scelte parziali dei primi anni del secolo. Avviene così la “dispersione” pittorica che porta a una conoscenza approssimativa che crea discordanze di giudizio non solo fra il pubblico ma anche fra gli artisti della nuova generazione che di un pittore conoscono solo frammenti della sua opera.

 

Il titolo dell’articolo è Pittori antichi e moderni ed è datato 25 aprile 1961. Come precedentemente visto a proposito della storia della società o della storia della poesia e della letteratura, Quasimodo accusa le istituzioni che devono diffondere la cultura. Le nuove generazioni di artisti si trovano a conoscere gli antichi come statue monche della testa. Il loro voler sovvertire ogni genere di schema d’arte per il poeta siciliano proviene dalla scarsa conoscenza del loro passato. Agli inizi degli anni ’60 questo nuovo modo di concepire l’arte scandalizzò e rese scettici la maggior parte delle persone, anche di cultura. Quasimodo era tra essi, ma come si è visto, dagli articoli proposti, la sua conoscenza e la sua profonda dedizione per l’arte, soprattutto per quella degli antichi, lo rendevano capace di esprimere un suo giudizio fortemente critico.

 

 

Conclusioni

Da questa ricerca ho rilevato un Quasimodo differente da quello che avevo sempre creduto di conoscere. Ho approfondito le sue idee sulla storia, sulla cultura, sull’attualità e sull’arte. Ne è venuto fuori un giudizio di un uomo rigoroso, cittadino italiano, abitante del suo tempo, fiero del suo passato e critico verso il futuro, amaro e velenoso con i suoi detrattori, amabile e paterno con le nuove generazioni, fiducioso e speranzoso in loro. Di sicuro la sua rubrica Il falso e il vero verde era uno spazio culturale importante e significativo in una testata particolarmente a sfondo scandalistico. I suoi lettori però dovevano seguirlo con dedizione, visto che per quattro anni hanno rivolto al poeta premio Nobel domande sui più svariati argomenti.

Per chiudere voglio rifarmi alla frase di Platone, usata da Quasimodo nel suo discorso L’uomo e il poeta (1946) proposta in epigrafe a questo mio lavoro. Un poeta resta pur sempre un poeta, anche se assume il ruolo del giornalista. Arrivo quindi a pensare che scrivere articoli giornalistici, per Quasimodo, era solo un altro modo di fare poesia.

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