di Roberto Alicandri
Quando si parla delle origini della letteratura italiana, il pensiero corre inevitabilmente alla Scuola Siciliana, la prima grande esperienza poetica sviluppatasi in lingua volgare nel XIII secolo. È alla corte di Federico II di Svevia che nasce infatti una tradizione destinata a influenzare profondamente tutta la storia della poesia italiana, da Dante a Petrarca fino agli autori dell’età moderna.
La corte federiciana rappresentava uno dei centri culturali più vivaci dell’Europa medievale. Attorno all’imperatore si raccolsero notai, funzionari, giuristi e uomini di cultura che iniziarono a utilizzare il volgare come lingua della poesia colta. Si trattava di una scelta rivoluzionaria. Fino a quel momento la cultura alta era stata espressa soprattutto in latino, mentre la nuova poesia decideva di affidarsi a una lingua più vicina all’uso quotidiano, senza rinunciare alla raffinatezza letteraria.
I poeti siciliani guardavano con attenzione alla tradizione dei trovatori provenzali, dai quali ripresero il tema dell’amore cortese. Tuttavia la loro elaborazione fu originale. La passione amorosa non viene semplicemente celebrata, ma analizzata e studiata quasi come un fenomeno interiore. L’amore diventa una questione da comprendere attraverso la riflessione poetica.
Tra i protagonisti della Scuola Siciliana spicca Giacomo da Lentini, considerato dalla tradizione l’inventore del sonetto. A lui si devono componimenti fondamentali come Amor è uno desio che ven da core, nel quale l’autore cerca di definire la natura stessa dell’amore, e Io m’aggio posto in core a Dio servire, testo che mostra la complessità spirituale della poesia federiciana. Accanto a lui operano figure di grande rilievo come Pier della Vigna, Guido delle Colonne, Rinaldo d’Aquino, Jacopo Mostacci e Stefano Protonotaro.
Particolarmente importante è proprio Stefano Protonotaro, autore della celebre canzone Pir meu cori alligrari. Questo testo occupa un posto speciale nella storia della letteratura perché è uno dei rarissimi esempi conservati in una forma molto vicina al siciliano originale. Grazie ad esso gli studiosi hanno potuto ricostruire alcune caratteristiche della lingua poetica utilizzata alla corte di Federico II.
La conoscenza della poesia delle origini è però resa complessa dalla tradizione manoscritta. I testi della Scuola Siciliana non ci sono giunti negli autografi degli autori, ma attraverso canzonieri compilati soprattutto in Toscana alla fine del Duecento. I più importanti sono il Vaticano Latino 3793, il Palatino della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e il Laurenziano Rediano 9 della Biblioteca Mediceo-Laurenziana.
Questi manoscritti sono preziosissimi perché hanno permesso la conservazione della lirica duecentesca, ma hanno anche generato un problema filologico di grande rilievo. I copisti toscani adattarono infatti molti testi alla propria lingua, modificandone la veste originaria. Questo fenomeno, noto come toscanizzazione, ha fatto sì che gran parte della poesia siciliana sia giunta fino a noi in una forma linguistica diversa da quella utilizzata dagli autori.
Gli studiosi hanno potuto ricostruire alcuni tratti dell’antico siciliano letterario. A differenza del toscano, esso possedeva un sistema vocalico differente e presentava caratteristiche fonetiche proprie. Le modifiche operate dai copisti influenzarono persino il sistema delle rime, dando origine a quello che la critica definisce “rime siciliane”. Si tratta di rime che risultavano perfette nella lingua originaria ma che apparivano imperfette nella veste toscanizzata. Nonostante ciò, il loro prestigio fu tale da essere accolte nella tradizione poetica italiana e utilizzate successivamente anche da Dante e Petrarca.
Fu proprio Dante Alighieri a fornire la prima grande interpretazione storica della poesia italiana nel De vulgari eloquentia. Secondo il poeta fiorentino, la lirica del Duecento si sviluppa attraverso tre momenti fondamentali: la stagione della Scuola Siciliana, l’esperienza toscana di Guittone d’Arezzo e dei guittoniani e infine la poesia di Guido Guinizzelli e dello Stilnovo. Pur non essendo sempre storicamente precisa, questa ricostruzione ha avuto un’enorme influenza sul modo in cui la tradizione ha guardato alle proprie origini.
Un’altra novità fondamentale introdotta dalla lirica italiana riguarda il rapporto tra poesia e musica. Nella tradizione trobadorica provenzale il poeta era spesso anche musicista e le composizioni nascevano per essere cantate. Con la Scuola Siciliana la situazione cambia profondamente. La poesia viene concepita soprattutto come testo scritto. Pur non mancando la dimensione musicale, la parola assume una centralità nuova e il componimento viene pensato per essere letto, copiato e trasmesso attraverso i manoscritti.
Questa trasformazione favorisce una maggiore elaborazione delle forme metriche. È in questo contesto che nasce il sonetto, la più celebre invenzione della poesia italiana medievale. Con la sua struttura rigorosa di quattordici versi, il sonetto diventerà uno dei modelli più fortunati della letteratura europea, attraversando secoli e culture diverse.
La nascita della lirica volgare rappresenta dunque molto più dell’apparizione di una nuova scuola poetica. Essa segna il momento in cui il volgare italiano dimostra di poter essere lingua della grande letteratura. Dalla corte di Federico II prende avvio un percorso che condurrà allo Stilnovo, alla poesia di Dante e, più in generale, alla formazione di una tradizione letteraria destinata a diventare una delle più importanti d’Europa.
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