di Francesco Schiavone
Salvatore Quasimodo
Desidero ringraziare pubblicamente l'amico e collega prof. Francesco Schiavone per aver scelto Partiture Letterarie come luogo di pubblicazione di questo suo prezioso lavoro dedicato a Salvatore Quasimodo. Per il nostro blog è motivo di orgoglio poter ospitare un saggio di letteratura italiana nato da un'attenta ricerca e da una profonda passione per lo studio.
Fin dalla sua nascita, Partiture Letterarie si propone di dare spazio non soltanto alla divulgazione culturale, ma anche a contributi capaci di coniugare rigore scientifico e amore per la letteratura. Questo saggio sul Quasimodo giornalista per il settimanale "Le ore" rappresenta perfettamente tale visione e conferma come la cultura possa ancora essere uno strumento di conoscenza, confronto e crescita civile. Iniziamo oggi la pubblicazione del saggio con i primi due capitoli. I successivi saranno proposti nelle prossime settimane a puntate, trasformando questo importante studio in un percorso di approfondimento che accompagnerà i lettori alla scoperta del Quasimodo poeta, uomo e intellettuale, attraverso pagine di grande interesse letterario e storico.
(Roberto Alicandri)
Francesco Schiavone è nato e cresciuto a Maddaloni. Dopo gli studi classici presso il Liceo Classico "Giordano Bruno" della sua città, ha conseguito la laurea in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Docente di materie letterarie dal 2012, affianca all'insegnamento un costante interesse per la ricerca, la critica e la divulgazione culturale.
In passato è stato direttore della casa editrice La Parlesia, realtà editoriale specializzata nella pubblicazione e nella diffusione di opere della letteratura polacca tradotta in italiano.
Il falso e il vero verde
Colloqui di Salvatore Quasimodo con i lettori di
«Le ore»
1960 - 1964
Tutti gli articoli citati in questo saggio sono consultabili accedendo ai link Dropbox qui sotto indicati.
https://www.dropbox.com/s/tmts42ppybpyomp/DOC406.pdf?dl=0
https://www.dropbox.com/s/bvnca7dfmad1p9n/DOC407.pdf?dl=0
https://www.dropbox.com/s/ur6f1nil4sii5ke/DOC408.pdf?dl=0
https://www.dropbox.com/s/upyizxq9duxie16/SKM_C454e21031706580.pdf?dl=0
https://www.dropbox.com/s/uyylwll5c8kkeap/DOC409.pdf?dl=0
Premessa
Poesia è qualsiasi
forza che porti una
cosa dal non essere
all’ essere.
Questo saggio è frutto di una ricerca svolta presso l’emeroteca della Biblioteca Centrale Sormani di Milano (deposito esterno di via Quaranta, al numero civico), dove ho consultato e in parte trascritto (cfr. Appendice digitale) gli articoli che Salvatore Quasimodo pubblicò dal 1960 al 1964 in una rubrica del settimanale milanese «Le Ore». Settimanale fotografico di informazione politica e letteraria. Gli articoli di Quasimodo non sono mai stati raccolti o ripubblicati, solo qualcuno di essi è stato antologizzato nel volume postumo, curato da Gilberto Finzi, A colpo omicida e altri scritti uscito nel lontano 1960. Della rubrica esiste solo qualche cenno nella pur ampia bibliografia critica su Quasimodo. La rubrica di colloqui coi lettori su cui Quasimodo intervenne in quei quattro anni si chiama Il falso e il vero verde e nei capitoli che seguono verrà discussa e analizzata nelle tematiche principali.
Il mio lavoro viene ad essere quindi anche una linea di ricerca su un’attività giornalistica, quella di Quasimodo, che vuole dare un giudizio sulla società del tempo, società vista attraverso gli occhi di un poeta, Premio Nobel, che ha certamente contribuito a segnare l’epoca nella quale è vissuto. Ho tentato di ricostruire il tracciato storico e il contesto in cui questi articoli venivano scritti, di affrontare il tema che lega il giornalismo alla cultura e alla letteratura nello specifico. Di offrire una panoramica di argomenti che Quasimodo proponeva ai suoi lettori. Nella scelta e nella trattazione di alcune delle tematiche trattate, ho affiancato, talvolta, un mio modesto parere personale a quello illuminante del poeta.
In primo luogo occorre rilevare che il settimanale, che offriva in quegli anni la possibilità di interloquire con i lettori al poeta di Modica, è citato una sola volta in La stampa italiana del Neocapitalismo . Non sono riuscito a reperire altre notizie su di esso e sono dovuto ricorrere anche in questo caso al metodo della ricerca in sede. Le notizie che offro sono tratte, a titolo esemplificativo, dal numero dell’anno IX, pubblicato il gennaio del 1961, reperibile nella stessa biblioteca sopra citata. Il formato è quello che oggi hanno la maggior parte dei rotocalchi scandalistici, il contenuto non è tanto lontano dalle odierne testate di serate mondane e gossip. Va detto però che all’interno sono presenti anche interventi di scrittori e il caso di Quasimodo ne è un autorevole esempio, vi sono, inoltre, vari articoli a carattere storico. Le pagine sono quasi sempre arricchite da fotografie che ritraggono i personaggi dello spettacolo o le personalità storiche. Ma andiamo ad analizzare con più accuratezza il suddetto numero che, all’epoca, nel 1961, costava cento lire.
In copertina, in cui si presenta il sommario, troneggia una ragazza, un’attrice di nome Gloria Paul , attorno a lei i principali articoli della settimana: si può notare come il gossip si mescoli alla Storia, Il processo a Nobile, infatti, è collocato appena sopra I piccanti retroscena delle nozze di Baldovino. Le prime pagine sono dedicate alle lettere dei lettori, raccolte in una rubrica chiamata Così è se vi pare; le lettere non hanno risposte, sono semplicemente opinioni, contornate da pubblicità ora della macchina per cucire di marca Necchi, ora dell’amaro Ramazzotti.
Segue un lungo articolo con annesse foto della signorina Coccinelle che in sei puntate racconta le sue intime relazioni con personaggi pubblici, oltre a confessare ai lettori di essere stata un uomo nella sua vita precedente. Alla fine di questo sommario arriva la rubrica quasimodiana. Al contributo di Quasimodo segue una seconda copertina nella quale si specifica che il direttore in questi anni era Alberto Rognoni, campeggia una foto di un cinema gremito, sotto una scritta Natale neorealista Il primo articolo è un interessante reportage sull’Etiopia, a sfondo patriottico, a metà articolo infatti una scritta in grassetto recita Gli abissini ricordano con nostalgia il colonialismo italiano titolo che al giorno d’oggi potrebbe far rivalutare l’intera rivista e far imbrattare eventuali statue di chi contribuiva ad essa. Si continua con un articolo di Ezio Suppini che affronta il delicato problema del processo a Nobile e della tragedia della tenda rossa , anche in questo caso l’articolo occupa varie pagine ed è arricchito da interessanti foto, una di queste ritrae il generale Nobile al momento della partenza del dirigibile Italia. La rassegna cinematografica è affidata a Morando Morandini , allora forse non ancora l’insigne critico odierno (ma comunque una nota di merito per il settimanale), che in questo caso specifico caso parla di Sophia Loren che interpreta La ciociara .
Siamo giunti a metà rivista e il gossip e gli scandali tornano ad imperversare. Inizia, infatti, una rassegna intitolata Italia di notte che riporta una lunga carrellata di serate mondane, di feste, di volti di personaggi pubblici seduti alle tavole imbandite di tutta Italia. I retroscena sono puntigliosamente riportati e arricchiti ad arte dai paparazzi. Il poster, che sta al centro di questa rassegna, ritrae una giovanissima e bellissima Sandra Milo. Le pubblicità che attorniano gli articoli propongono Il Totocalcio e un negozio di televisori sito al centro di Milano. Il top del reportage scandalistico però si raggiunge con l’articolo di Luciano Bonacina, il pezzo si intitola Pio XII intimo e si propone di riportare al mondo le presunte rivelazioni sulla vita intima del pontefice.
La gazzetta dello schermo è poi la rubrica dedicata al cinema probabilmente curata sempre da Morandini che propone una serie di film in uscita e un breve trafiletto che ne dà un rapido giudizio con le stellette come indice di gradimento. Inizia così l’ultima parte del settimanale, la rassegna si intitola Le storie della vita, e il numero analizzato ne presenta soprattutto due, di spicco, una è quella di Paola di Liegi che alle nozze di Baldovino pur avendo tutti contro per un pettegolezzo legato a quest’ ultimo è riuscita a non sfigurare. L’altra invece ritrae l’attaccante della Juventus John Charles .
Il numero si chiude con l’oroscopo della settimana, giorno per giorno. L’ultima pubblicità è un paginone dedicato a Misslyn, una marca di cosmetici che la dice lunga sul pubblico interessato a «Le Ore».
Non mi stupirei se questa rivista fosse una di quelle che all’epoca si appoggiavano sui tavolini di vetro delle sale d’attesa dei dentisti, o che venisse scambiata, come in una scena da film, tra due donne con le gambe accavallate, sedute sulla sedia della parrucchiera di quartiere e in preda ad una crisi da permanente.
Come è già stato detto la collaborazione di Quasimodo con la rivista durò quattro anni, dal 1960 al 1964, la sua rubrica fu sostituita da quella di Silvano Ceccherini che più o meno si prefiggeva le stesse finalità di quella del modicano, quelle cioè di colloqui liberi con i lettori, e che portava il titolo di La vita è una cosa seria.
Capitolo I
Il poeta, l’uomo, il giornalista
Quella di Salvatore Quasimodo è una delle voci poetiche più alte del Novecento Europeo. Una voce sempre aperta, in ogni sua stagione, al dialogo col visibile e l'invisibile, in una strenua, caparbia fedeltà alla vita e alla morte, nel corpo e nello spirito, alla propria condizione umana, come sostiene Rosalma Salina Borrello , condensata e universalizzata nella figura dell'emigrante che veglia chiuso nelle sue coperte, tranquillo per terra, figura presente nella poesia Ho fiori e di notte invito i pioppi ma già fondamentale a partire dalle poesie giovanili. Nel Fanciullo canuto, ampio poemetto risalente a quell’epoca, troviamo la figura del mendicante che fa da pendant a quella dell’emigrante.
Lo vidi in un porto della mia terra di sole,
tra il lezzo acre della nafta e del catrame,
una sera che il vento balbettava parole
di leggende d' oltremare fra le satire e il cordame
unto come le mani dei macchinisti.
Passavano, tossendo, scarne figure tristi
negli aloni confusi delle lampade
e le mussole lacere della nebbia.
Era un mendicante di quelli che non chiedono,
che non patiscono e non mettono nuda
la loro infermità che vi specchia
i quadri violenti dei fiamminghi;
ma di quelli che chiusi
vi guardano in silenzio con occhio doloroso
e hanno paura se vi fermate accanto .
In questo poemetto che è proiezione anche delle sofferenze e delle privazioni del giovane Quasimodo, che dovrà fuggire presto dal porto della sua terra di sole, la Sicilia, esule e povero, in fuga verso Roma e altre località, si ha la conferma che la vita di un poeta è prima di tutto vita d’un uomo e Ungaretti , unificando sotto questo titolo così modesto e audace al tempo stesso, i suoi libri di poesie, voleva sottolineare i profondi e inevitabili legami tra esistenza e poesia stessa . Sia nel cosiddetto primo tempo, in cui la sua voce pare inabissarsi in gorghi e ingorghi metaforici, involgersi in un aspro, fiero e quasi agghiacciante ermetismo, sia nel secondo tempo, post-bellico, in cui si assiste ad una sorta di disgelo, di ritmi e forme e ad una loro più diretta apertura al dialogo, Quasimodo non è mai stato un assertore della poesia pura, se per questo si intende una poesia destituita di ogni compito sociale.
Ritornando all’espressione ungarettiana vita d’un uomo, bisogna aggiungere che la vita di un uomo viene prima della poesia, e il poeta, si ricordi Saba , seppur in senso pieno e irrimediabilmente, a volte di gran lunga più sensibile, è un uomo come tutti e il suo, bene o male, un mestiere. Quella espressione, però, credo sia da intendersi anche nel senso di una fusione costante, di una dedizione pressoché definitiva e totale che l’uomo che scrive versi riserva, finché dura la vita, la sua vita, a quel suo modo di esprimersi, di lavorare, di entrare in contatto coi problemi propri e degli altri. E spesso in questa sua dedizione il poeta è solo come dice Quasimodo nel celebre Discorso del Nobel (1959):
Il poeta è solo: il muro di odio si alza intorno a lui con le pietre lanciate dalle compagnie di ventura letterarie. Da questo muro il poeta considera il mondo, e senza andare per le piazze come gli aedi o nel mondo “mondano” come i letterati, proprio da quella torre d’avorio, così cara ai seviziatori d’anima romantica, arriva in mezzo al popolo non solo nei desideri del suo sentimento, ma anche nei suoi gelosi pensieri politici.
Non è retorica, questa: in ogni nazione l’assedio silenzioso al poeta è coerente nella cronaca umana. Ma i letterati appartenenti al politico non rappresentano tutta la nazione, servono soltanto, dico “servono” a ritardare di qualche minuto la voce del poeta dentro il mondo. Col tempo, secondo Leonardo, “ogni torto si dirizza” .
La poesia, nel caso di Quasimodo ancora maggiormente, diventa destino dell’uomo e tutto il resto che la circonda, diventa la vita, fatta di amori, idee e modi di vivere in cui il poeta-uomo va districandosi.
L’attività giornalistica di Quasimodo nei primi anni ‘60, oggetto della nostra ricerca, potrebbe essere definita un ponte che sta tra il suo mondo di poeta e il suo mondo di uomo, un nesso tra l’alito di speranza delle sue poesie e i mutamenti profondi di una società, segnati prima dal trauma della guerra, poi dal miracolo economico e dai cambiamenti che a livello internazionale avvengono nell’orbita del neocapitalismo. La sua attenzione ai fatti sociali e agli eventi di cronaca tra giornalismo e poesia è sottolineata da quest’articolo del febbraio 1960 sul settimanale «Le Ore», che sintetizza in prosa la poesia intitolata Notizia di cronaca . Parlando di gioventù bruciata e rifacendosi allo storico Procopio, l’articolo termina così:
L’episodio descritto da Procopio mi ha ricordato quello dei due giovani francesi, che io nomino in una mia poesia, i quali, senza alcun motivo, uccisero due giovani amanti a Parigi, nel parco di Saint Cloud. Il disprezzo dell’amore come quello dell’arte nasce dall’ odio e dall’invidia.
La poesia in questione è compresa nella raccolta La terra impareggiabile pubblicata nel 1958:
Claude Viver e Jaques Sermeus,
già compagni d’infanzia d’alti muri
in un orfanotrofio, freddamente
a colpi di pistola, senza alcuna
ragione uccisero due giovani amanti
su un’auto ferma al parco di Saint Cloud
lungo il viale della Felicità
sul calar della sera
del ventuno dicembre
millenovecentocinquantasei.
Claude Vivier dice che fu un delitto
da pochi soldi e chiede, nero ragno
e uccello, prima della ghigliottina
la cella di Landru o Weidmann
nella prigione di Versailles. I due
ragazzi sono intelligenti e duri.
È necessario salvare gli stimoli
civili, la solitudine allegra
della caverna antichissimi
latini. Invidia dell’amore, odio
dell’innocenza: formule dell’anima.
La speranza ha il cuore sempre stretto
e di Claude e Jacques ne avremo ancora,
se il numero ci sfugge, la chiusura
d’ oro tra il dare e l’avere dell’uomo.
Nel Quasimodo giornalista confluiscono la vita dell’uomo e quella del poeta, semmai si potesse scindere l’una dall’altra.
La Vita
Salvatore Quasimodo nasce a Modica (Ragusa) il agosto del 1901, secondogenito di Gaetano, capostazione, e Clotilde Ragusa. Usava definirsi siculo-greco e la sua ellenicità, oltre al fatto di essere legata al suo modo di poetare e di sentirsi poeta classico, deriva dal sangue paterno, la nonna Rosa Papandreu era figlia di profughi greci provenienti da Patrasso.
La condizione del nomade determina tutta la sua vita, a causa del lavoro di capostazione del padre. Il terremoto di Messina, del 1908, è avvenimento che segna l’infanzia di Quasimodo come una ferita indelebile. La famiglia trasferitasi nel capoluogo è costretta a vivere parecchi mesi in un treno merci depositato su un binario morto. Al padre contenuta in La terra impareggiabile (1958) è un ricordo di quel terribile evento:
Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto,
concentrico, un bilancio di vita futura.
Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso sul tuo capo era una mitria,
Una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlar con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
di pensieri - per dirti e non ci ascoltano solo
cicale del Biviere, agavi, lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
«Baciamu li mani». Questo, non altro.
Oscuratamente forte è la vita.
Il paesaggio devastato, i morti, la fucilazione da parte dei soldati di gente costretta a rubare per la miseria e la fame, costituirono i primi sedimenti di quella che il poeta definisce scienza del dolore.
In questi anni nasce la durevole amicizia coi compagni di scuola Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira e comincia inoltre a delinearsi la vocazione poetica di Quasimodo. Si formò, infatti, attorno ai tre una piccola comunità letteraria in cui si discuteva di politica, cultura e di poesia in particolare:
Si parlava di letteratura, di poesia, di politica. Da ragazzi quali eravamo. […] Leggevamo Dante, Platone, la Bibbia; Tommaso Moro e Tommaso Campanella, Erasmo da Rotterdam, gli scrittori russi (specialmente Dostojevskij; ma ci incantava anche Andrejev […] e Massimo Gorki, coi suoi romanzi «sociali».) Leggevamo Baudelaire, il primo Mallarmé e Verlaine, che a poco a poco divennero i nostri numi. Intorno a quegli anni – dal 1917 al 1920 e dopo – a Messina quelli della generazione precedente la nostra, parlavano e scrivevano di codesti poeti, dei «simbolisti» si diceva genericamente e impropriamente […]. Serpeggiava tra codesti «simbolisti» messinesi una vena di misticismo ed di esoterismo, che riproduceva, in un clima di provincia, assai diverso e lontano, caratteri del simbolismo russo.
(S. Pugliatti, Quasimodo a Messina: i primi passi, in E fu subito sera, a cura di A. Angioletti; si cita da E. Candela, Salvatoore Quasimodo. Il sentimento della terra perduta, Napoli, L’ Orientale editrice, 2004, pp. 19 – 21)
Non si percepisce, nella ricerca giovanile di Quasimodo, la tendenza a farsi adepto di una scuola ben precisa, ma il poeta si forma su un terreno artistico di gusto liberty di primo Novecento messinese. Sono riscontrabili nel quaderno messinese, rifiutato da Quasimodo, i segni di questa cultura, ma reperibili ancora nella sua poesia più matura, come pure importanti appaiono, per il loro riverbero, alcuni trascorsi del poeta in zone avanguardistiche .
Nel 1917 fonda con Francesco Carrozza, Salvatore Pugliatti e altri amici «Il nuovo giornale letterario». Mentre stanno per iniziare gli anni ‘20 Quasimodo va a Roma per iscriversi alla facoltà di Matematica e fisica , facoltà che abbandonerà presto sia per le disagiate condizioni economiche sia anche per lo scarso interesse verso quelle materie.
Per vivere farà qualsiasi tipo di lavoro, compreso il commesso alla Rinascente. Sono anni durissimi, vicini al vagabondaggio a volte, ma sono anche gli anni in cui conosce Bice Donetti, prima compagna di vita. Inoltre, negli anni intorno al 1922 collabora a varie riviste letterarie messinesi come «Marchesino», «L’Albatro» e «Pagina d’arte».
Nel 1929 si ha una svolta poetica, infatti Vittorini lo introduce nell’ambiente letterario fiorentino. Il decennio è fervido culturalmente e ruota intorno al caffè Le giubbe rosse e alla rivista letteraria «Solaria» che pubblicherà il volume Acque e terre.
La seconda raccolta poetica, Oboe sommerso, esce nelle edizioni della rivista «Circoli» (raccoglie poesie composte tra il 1930 e il 1932).
A Firenze, nel 1932, gli è assegnato il premio dell’Antico fattore per la poesia Odore di eucalyptus, vinto l’anno precedente da Montale. La prima notorietà poetica non serve però a rendere più stabile il suo lavoro.
Dopo un breve soggiorno in Sardegna nel 1934, passa al genio civile di Milano. A causa di un nuovo incarico verrà spostato addirittura in Valtellina e ogni sera, per vedere gli amici, soprattutto quelli legati alla sua attività di poeta, sarà costretto a tornare a Milano sobbarcandosi viaggi di otto ore.
Di questo periodo è una storia d’amore intensa, ma soprattutto epistolare, con la poetessa Sibilla Aleramo . Nell’estate del 1936 in visita all’Accademia libera incontra la danzatrice Maria Cumani, la donna farà innamorare perdutamente di sé il poeta. Lo si capisce già dal ritratto che Quasimodo fa della danzatrice dopo uno spettacolo al Teatro del popolo:
Abbiamo voluto questa danzatrice al Teatro del popolo, perché abbiamo riconosciuto in lei una vita che non diventa retorica attraverso l’espressione, che non è mai romantica né espressionista. Non fummo delusi; essa ci ha dato moltissimo, vincendo con i suoi soli mezzi, senza scenari, senza riflettori, senza grandi orchestre. Anche i costumi da lei creati servono soltanto a portarci dentro la visione del mondo che ella ci vuole rappresentare. La sua arte non è monotona, non è pittoresca, ma unitaria, le sue composizioni ci diedero gioia per quel senso di felicità e di naturalezza che, non dimentichiamolo, non sono mai in arte frutto di improvvisazione. La sua tecnica è precisa e severa, lontana da ogni virtuosismo. Maria Cumani non è una ballerina, ma una danzatrice, che crea con una fantasia viva e fervida che ci rassicura della sua verità e del consenso suo al sentimento degli uomini.
(S. Quasimodo, Una danzatrice, si cita da R. Salina Borrello, S. Quasimodo. Biografia per immagini, cit., pp. 51 – 52.)
Nel 1938 si dimette dal genio civile e comincia a lavorare come segretario di Cesare Zavattini , allora direttore dei periodici Mondadori, per poi essere assunto come redattore letterario del settimanale «Tempo». Questo è, però, un lavoro che nemmeno soddisfa le esigenze di Quasimodo che definisce la revisione dei testi e la scrittura del sommario un lavoro di barba e capelli .
Sarà durante i primi anni della guerra che si consolida la sua notorietà. Nel 1941, infatti, ottiene la cattedra di letteratura italiana per chiara fama presso il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano dove insegnerà fino a quattro mesi prima della morte avvenuta nel 1968.
Nel 1942 esce nella collana Lo specchio di Mondadori l’antologia Ed è subito sera che raccoglie e sistema il meglio della produzione poetica precedente, con l’aggiunta delle Nuove poesie. È questo il periodo in cui lavora insistentemente alle traduzioni, nel 1940 vengono pubblicati per le edizioni di «Corrente» I lirici greci, cui seguono nel 1942 Il fiore delle Georgiche , infine nel 1945 le traduzioni da Catullo, dall’ Odissea, e dal Vangelo secondo Giovanni, opera quest’ultima ritenuta particolarmente importante dall’autore per il periodo in cui è maturata :
[…] la «durata» di Gesù è quella della tragedia greca. Ognuno di quei discepoli dopo la morte di Cristo ricerca nella memoria gli insegnamenti del Figlio dell’Uomo e se i primi tre nella loro esposizione si riallacciano alla catechesi popolare, il quarto, Giovanni ricorda con più fermezza il linguaggio di Gesù (la dottrina di Gesù proviene direttamente dal padre, anzi Gesù parla con la mens di Dio). Il discepolo diletto è sempre vicino al maestro e nel triclinio dell’ultima Cena appoggia il suo capo sul petto, che sarà presto forato dalla lancia del pretoriano. Il IV vangelo non è difficile, non è ermetico.
(S. Quasimodo, Introduzione a una lettura del Vangelo secondo Giovanni, in Il poeta e il politico e altri saggi, Milano, Schwarz, 1960, p. 71-72.)
La sua opposizione al regime, che si attua attraverso un atteggiamento di fronda già ai tempi dell’ermetismo, susciterà grossi sospetti nei suoi confronti che, addirittura, sfociano nell’agguato e nelle botte come testimonia la poesia Parole a una spia .
Il dopoguerra vede un Quasimodo impegnato a comporre i suoi Discorsi sulla poesia, è questo il periodo delle sue liriche più intense dal punto di vista civile come la raccolta Col piede straniero sopra il cuore.
La raccolta, con l’aggiunta di due testi, verrà pubblicata da Mondadori nel 1947 con il titolo di Giorno dopo giorno.
Morta la prima moglie, Bice Donetti, nel 1948 sposa Maria Cumani da cui aveva avuto il figlio Alessandro nel 1939. Il decennio successivo sarà quello che lo porterà al premio Nobel. Si succedono le opere poetiche e le traduzioni, oltre a Shakespeare, traduce anche Eschilo e Pablo Neruda. Vince numerosi premi tra cui l’Etna Taormina, ex aequo con Dylan Thomas , e il premio Viareggio con la raccolta di poesie La terra impareggiabile (1958).
Il Dicembre del 1959 a Stoccolma gli viene assegnato il premio Nobel per la letteratura. Ad avanzare la sua candidatura erano stati Francesco Flora e Carlo Bo .
Consenta cotesta insigne accademia che uno studioso italiano proponga per il conferimento del premio Nobel di letteratura nell’anno 1958 il nome del poeta italiano Salvatore Quasimodo, nome che ha meritata risonanza internazionale.
Le sue raccolte di versi Ed è subito sera, Giorno dopo giorno, La vita non è sogno, Il falso e vero verde, le traduzioni dei Lirici greci e dell’Antologia palatina hanno esercitato un notevole influsso non soltanto in Italia ma anche sulla giovane poesia di altri paesi.
Tra le opposte scuole che sono oggi l’una puramente formalistica rifugiata nella torre d’avorio, l’altra puramente contenutistica con temi più o meno didattici, e l’una e l’altra si mettono fuori della realtà poetica che è sempre una sintesi tra la vita e la parola, Quasimodo ha trovato il suo fermo equilibrio: attento alla vita vivente egli ha sentito di doverla fissare nella memoria della poesia, elaborando cioè la sua forma sino a sciogliere in essa tutto il contenuto e mutarlo in un canto oggettivo e autonomo. Egli ha espresso liricamente non soltanto la sua vicenda di uomo, in quella sfera ove ciascuno è diverso da ogni altro essere nella propria individualità, ma il rapporto con gli uomini, l’ansia corale ove l’individuo avverte la presenza dei simili e tende ad una società più umana.
Quasimodo è voce nuova nella poesia del nostro tempo: nuova e tuttavia consanguinea a una tradizione di antico ellenismo che è il mito perenne e la garanzia di ogni poesia.
Francesco Flora
Ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di Bologna. Bologna dicembre 1957.
UNA LETTERA DI CARLO BO
All’Accademia svedese di Stoccolma
Mi permetto di segnalare per l’eventuale premio Nobel di letteratura dell’anno 1958 l’opera e la nobile figura del poeta italiano Salvatore Quasimodo.
Il Quasimodo è uno dei maggiori poeti d’ Europa e col suo forte senso religioso e morale ha profondamente rinnovato l’immagine stessa della poesia moderna. Il premio verrebbe così a consacrare una voce umana fortemente responsabile e attuale.
Vogliate gradire i sensi della mia più profonda stima.
Carlo Bo
Ordinario di lingua e letteratura francese nell’Università di Urbino e rettore dell’Università.
16 gennaio 1958
Nonostante tali autorevoli consensi, la notizia del premio a Quasimodo fa scoppiare una vera e propria disputa. La maggior parte dell’Italia letteraria voleva infatti il premio assegnato ad Eugenio Montale .
Emilio Cecchi da la notizia al «Corriere della sera» con un articolo intitolato: A caval donato non si guarda in bocca.
Nonostante l’amarezza per il mancato apprezzamento da parte di critica e letterati, dopo il Nobel Quasimodo viaggia in giro per il mondo, invitato da università e istituti culturali stranieri.
Nel 1960 pubblica la raccolta di saggi Il poeta e il politico, il cui titolo è quello del discorso tenuto a Stoccolma in occasione del prestigioso premio. In questo stesso anno comincia la collaborazione con il settimanale «Le Ore», su cui tiene una rubrica, Il falso e il vero verde, attraverso la quale il poeta-uomo-giornalista resta in contatto epistolare con i lettori fino al 1964, anno in cui, forse per le precarie condizioni di salute, interverrà con un solo articolo.
Va detto però che dal 1964 al 1968 terrà una rubrica simile su «Tempo».
La morte per emorragia cerebrale lo coglie nel 1968 ad Amalfi, dove soggiornava in qualità di Presidente di un premio di poesia, dopo due avvisaglie che si erano concluse con due ricoveri rispettivamente all’ospedale di Botkin presso Mosca nel 1958 e a sesto San Giovanni poco prima di morire. A testimonianza di questi ricoveri vi sono due poesie: per una infermiera russa del Botkin scrisse Varvara Alexandrovna e per il ricovero di Sesto San Giovanni Ho fiori e di notte invito i pioppi .
L’attività giornalistica e la polemica con i critici
Dal 1938 Quasimodo, che aveva lasciato il suo lavoro di geometra, comincia un’attività editoriale in qualità di segretario di Zavattini, che lo introdurrà poi nella redazione di «Tempo illustrato». Altri gli interventi saltuari a quotidiani come «La gazzetta del popolo» di Torino, mentre nel 1945 ha varie collaborazioni con il quotidiano «Milano sera», con «L’Unità» e con «Omnibus», sul quale terrà una rubrica teatrale dal 1948 al 1950. Inoltre su «Il Tempo» scriverà in un primo momento dal 1950 al 1959, per poi tornare con una rubrica negli ultimi anni della vita .
Nonostante un’attività parecchio intensa e ricca il Quasimodo giornalista è stato ancor più sottovalutato del Quasimodo poeta, soprattutto negli anni che seguirono la sua morte, si è steso un velo di silenzio.
Come è stato detto precedentemente, la notizia del conferimento del più prestigioso tra i premi letterari ad un autore italiano suscitò reazioni disparate in Italia e all’estero. All’articolo di Emilio Cecchi, sopra citato, Quasimodo volle rispondere dalle colonne del settimanale «Le Ore» proprio col suo primo intervento, nell’articolo del Febbraio del 1960. I toni non sono di certo pacati e il poeta col passare del tempo ha assunto infatti, nei confronti dei critici, in maniera particolare, un atteggiamento sempre più ostico. Considera questa categoria non accostabile né al ruolo del letterato né a quello del giornalista, ma piuttosto una mediocre stirpe del potere letterario. Quasimodo ancora, parafrasando la frase di Cecchi, secondo lui critico mediocre, lo definisce un mulo che ha invidia dei cavalli purosangue. Articoli del genere potevano essere giustificati fuori dall’ Italia, ma in patria non potevano essere considerati che personalismi o antipatie letterarie non dettate da vere ragioni poetiche.
L’atteggiamento di Quasimodo nei riguardi dei suoi oppositori è leggibile già prima del Nobel nella poesia Il muro compresa nella Terra impareggiabile (1958):
Contro di te alzano un muro
in silenzio, pietra e calce, pietra e odio,
ogni giorno da zone più elevate
calano il filo a piombo. I muratori
sono tutti uguali, piccoli, scuri
in faccia, maliziosi. Sopra il muro
segnano giudizi sui doveri
del mondo, e se la pioggia li cancella
li riscrivono, ancora con geometrie
più ampie. Ogni tanto qualcuno precipita
dalle impalcature e subito un altro
corre al suo posto. Non vestono tutte
azzurre e parlano un gergo allusivo.
Alto è il muro di roccia,
nei buchi delle travi ora s’infilano
gechi e scorpioni, pendono erbe nere.
L’oscura difesa verticale evita
da un orizzonte solo i meridiani
della terra, e il cielo non lo copre.
Di là da questo schermo
tu non chiedi grazia né confusione
Con Nobel però la fama del poeta crebbe e insieme ad essa il messaggio di epica popolare e di comune umanità, fondamentale negli anni del dopoguerra che voleva lanciare fra il 1945 e il 1959, infatti. Le poesie di Quasimodo furono tradotte per molte antologie e comparvero su diverse riviste letterarie straniere. Inoltre fra il 1960 e il 1968 il poeta, ormai avviato verso la completa maturità, viaggiò molto in Europa e in America.
Capitolo II
Il miracolo economico
Si è parlato molto di miracolo economico sulla base di documenti di statistica che enumerano un progresso nel campo produttivo e in quello della esportazione. Si sta creando una pericolosa evasione dalla realtà. […] Il televisore intanto viene comprato a rate con quei foglietti di falsa filigrana che si chiamano cambiali. Pane e gioco come sempre. In molti luoghi d’Italia si arriva ancora a dorso di mulo e i più elementari servizi igienici vengono risolti dall’uomo paziente della terra al chiaro di luna, che è ancora, per le case, un ottimo dispositivo cosmico al posto della luce elettrica.
Questo è un lacerto dell’articolo di Quasimodo del marzo 1962 apparso su «Le Ore» con il titolo di Miracolo economico. Basterebbe questo lacerto per comprendere il pensiero di Quasimodo riguardo alla società dei primi anni ‘60, spesso ritenuta una mitica età dell’oro. Mentre il mondo e una parte dell’Italia si avviavano verso un futuro radioso, un’altra parte, il sud in particolare, andava ancora a dorso di mulo.
È questa, dunque, una delle tante contraddizioni di una società dove il televisore contava più del pane.
Le rubriche di colloqui con i lettori di qualunque genere, come è noto, nascono da lettere-domande spesso inventate e predisposte dal giornale o dallo stesso editore per variare il tono e gli argomenti o per trattare importanti questioni di attualità. Quasimodo stigmatizzava la civiltà dell’atomo al suo vertice, proprio come recita in una sua celebre poesia, attaccava la società dei consumi, alternando nei suoi interventi la capacità di anticipare e di conoscere lo spirito del tempo appartenente al poeta con l’etica e la sincerità appartenenti invece all’uomo che guarda al futuro con occhi sempre diversi. Dedicava spazio anche alla trattazione di problemi letterari, a vere e proprie recensioni, all’indicazione di testi da leggere rendendo in ogni caso al lettore un servizio attento e volenteroso.
Ancora è possibile cogliere ciò che Quasimodo pensava della società a lui contemporanea leggendo La bomba snob articolo datato giugno 1960:
La bomba snob al neutrone, più raffinata di quelle atomiche, striscerà lungo le case dentro i vicoli stretti, rincorrendo gli uomini. […] La nuova bomba preferisce le pietre perché non colano sangue, non gridano.
Soltanto le case resteranno a testimoniare la nostra antica presenza sulla terra. Pare che la civiltà – ed è già avvenuto altre volte – non abbia in fondo che questo compito. Come nei quadri metafisici esse diventeranno i soli, mostruosi protagonisti della storia, custodi del silenzio.
Al linguaggio apocalittico di questo articolo, con il quale Quasimodo si scaglia contro l’accumulo di armamenti nucleari nel periodo della guerra fredda, si contrappone un secondo articolo scritto alcuni mesi dopo, datato infatti dicembre 1960, dal titolo Ripetere il dolore:
Gli uomini sono più facilmente presi nel movimento dei risentimenti che non dalla volontà di una loro vita morale. È il limite dell’autodistruzione. Intere esistenze sono disperse in questo groviglio di desideri da consumare, di furori repressi. L’ambizione poi è capace del nulla più «nulla».
I desideri da consumare rappresentano tutti i beni materiali che vengono ad essere importanti, fondamentali azzarderei, dal 1958, anno in cui gli storici collocano l’inizio del miracolo economico , in poi. La società dei consumi non andava troppo giù ad un poeta sensibile come Quasimodo, che vedeva nel desiderio di accumulo e nella sete di potere un’antitesi con l’intensità dei sentimenti.
Questa difesa dai sentimenti è una continua ripetizione del dolore.
Quasimodo usa inoltre il suo secondo mestiere per svariare sugli argomenti più disparati, che vanno dalla critica letteraria a quella musicale fino ad arrivare, persino, in alcuni casi all’arte culinaria, passando dalla politica estera alla geopolitica, oltre naturalmente all’attualità e al costume. Così facendo si fa ancora una volta promotore del suo modello di impegno sociale, diviene un intellettuale di massa che con i suoi giudizi scarni ma duri e graffianti, intrattiene lettori appartenenti ad ogni ceto sociale.
Nell’epoca della violenza razziale, lui sta con Martin Luther King e lo commemora con parole in cui ribolle un fuoco di rivolta, parole dirette soprattutto ai giovani, parole nuove che alimentano di idee la resistenza e la protesta studentesca che di lì a pochi anni toccherà l’apice con il 1968. L’eco che risuona durante quegli anni in Europa, giunge gradita a Quasimodo che, anche se critica i giovani per la loro poesia irta e difficile, sorta sul deserto delle tradizioni e sul conformismo intenzionale delle avanguardie, dal punto di vista politico crede in loro e più ancora crede nella giovanilità intesa come forza di rottura generazionale. Ancora la sua critica, senza paternalismi, contiene nel contempo un seme di speranza viva che le nuove generazioni riescano a rompere le barriere e che dalle barricate si levi finalmente un uomo nuovo.
Elisir di lunga atomica
I primi anni ‘60 sono anni fondamentali per la storia dell’intera umanità, anni di incredibili mutamenti sia dal punto di vista scientifico e tecnologico che da quello politico e sociale.
Nei primi anni del 1960 l’economia dei paesi industrializzati attraversò un periodo di sviluppo senza precedenti per intensità, per durata e per ampiezza dell’area geografica interessata. Un periodo che più tardi gli storici avrebbero identificato come l’età dell’oro del capitalismo industriale. L’espansione fu caratterizzata inoltre da una maggiore continuità, tanto da far apparire lo sviluppo economico e l’aumento del benessere come la condizione normale delle società industriali.
Subito dopo la guerra gli Stati Uniti fecero da locomotiva alla ripresa economica mondiale. Lo sviluppo riguardò soprattutto l’industria, i settori legati da un lato alle tecnologie avanzate, dall’altro alla produzione di quei beni di consumo durevoli che raggiunsero in questi anni una diffusione di massa, non solo negli USA, ma anche in Europa occidentale e in Giappone.
L’agricoltura ebbe uno sviluppo lento, ma il processo di modernizzazione del settore si estese e si consolidò consentendo
fortissimi aumenti di produttività.
Proprio a dimostrazione dell’ampio ventaglio di argomenti che Quasimodo affronta nella sua rubrica Il falso e il vero verde, riportiamo parte dell’articolo intitolato L’oro verde, datato novembre 1961, che parla proprio di nuove tecniche agricole:
Per la prima volta da quando se ne è parlato nel mondo, alcuni uomini tentano la coltivazione “senza terra”. Così si dice perché è praticata nel deserto, nelle sabbie. Sono nuovi metodi di agricoltura che hanno richiesto lungo tempo di studi. […] Tutto questo, al di là dell’ottimismo che riguarda le bonifiche dei deserti, è considerato un nuovo sistema di coltivazione.
Crebbero in questi anni inoltre, in numero e dimensione, le grandi multinazionali, ossia le imprese che possiedono non solo filiali commerciali ma anche impianti produttivi fuori dai confini del paese d’origine e che, in qualche caso, gestiscono bilanci non inferiori a quelli di uno stato di media grandezza.
Un altro settore su cui gli effetti del boom economico si fecero subito sentire fu quello dei trasporti. Le novità furono soprattutto due, la privatizzazione dei trasporti cittadini su strada e lo sviluppo dell’aviazione.
È di sicuro interesse, anche se spiega le condizioni di arretratezza in cui versava l’Italia in questi anni, l’articolo del marzo 1962, intitolato I binari italiani:
Da qualche tempo avvengono con maggior frequenza degli scontri ferroviari. E ogni volta si ripetono le promesse di severe inchieste, mentre il pubblico si domanda il motivo di tante “distrazioni”. […] La verità è che si insiste a far correre i treni su materiali consumati o inservibili. […] Basterebbe invece che un ingegnere si fermasse ad esaminare il ferro corroso dal tempo e ne ordinasse la sostituzione.
Il carattere sempre meno neutrale della ricerca e il dissolversi del confine fra ricerca pura e ricerca applicata sono aspetti connaturati alla scienza del XX secolo.
Su questo argomento Quasimodo si esprime in un articolo del aprile 1960 intitolato Elisir di lunga atomica:
Sembra di intravedere, in questa insistita offerta dell’elisir favoloso e scientifico, i trabocchetti di un gioco machiavellico. Si mettono al centro dei valori delle scoperte degli studiosi di gerontologia (la famosa dottoressa rumena, nonostante la politica sospetta del suo Paese, ha girato l’Europa), i medicamenti per guarire ogni insidiosa malattia; titoli a caratteri di palloni- sonda richiamano alla luce antichi consigli sulla cura del proprio corpo per alimentare la speranza di un ritorno all’età dell’oro, mentre in prima pagina si annuncia lo scoppio di una nuova atomica. Sospeso tra il limbo di una lunga vecchiaia e l’orrore di una veloce corruzione, l’uomo oscilla in un oscuro equilibrio. E la notte apportatrice di contorsioni spirituali, di incubi, di torbide tenerezze, è vinta con l’invenzione dei tranquillanti, mutata in un’eclissi lunare dell’anima.
È una critica aspra alle nuove generazioni di studiosi, alla ricerca dell’invenzione ad ogni costo, alla sfrenata voglia di primeggiare anche in campi che dovrebbero solo essere di aiuto alla società. Ancora più duro Quasimodo sarà nei confronti dell’energia atomica e della fisica nucleare.
Definisce questo infatti il caso più tipico e più drammatico dell’uso di una fonte di energia , soprattutto perché ebbe la sua applicazione principale nella produzione di bombe sempre più potenti.
Nell’articolo del aprile 1961 intitolato L’atomica e l’amore, il poeta si esprime così:
Tredicimila persone, per lo più giovani, hanno iniziato qualche giorno fa una marcia di protesta contro le armi nucleari. Alcuni giornali ne hanno parlato con ironia, come di una scusa per intrecciare amori e passare il tempo. Il numero dei dimostranti fa pensare diversamente sulla natura della manifestazione, a una consapevolezza cioè d’un pericolo autentico, che in Inghilterra, sempre contraria alle confessioni collettive, appare aspramente significativo.
[…] La protesta inglese contro l’uso dell’energia nucleare aveva riferimenti d’amore in un altro senso: quello che i politici vogliono mascherare col gioco delle battute di caccia sui prati o alle varie TV.
In questo caso si parla di Inghilterra, ma comincia ad intravedersi il giudizio positivo più in generale verso i giovani e la loro protesta, e l’avversione ai falsi politici che per il potere ammettono addirittura la possibilità di un olocausto nucleare.
La capacità distruttiva degli ordigni nucleari in dotazione alle superpotenze divenne in breve tempo superiore a quella necessaria e capace di distruggere ogni forma di vita sull’intero pianeta .
In altri due articoli, dai titoli molto simili, Quasimodo sottolinea la pericolosità che il veleno radioattivo ha per il pianeta terra e per l’uomo che lo abita scagliandosi ora contro i politici, ora contro le alte sfere militari.
Il primo articolo con tematiche aderenti è del maggio 1960, dal titolo Piogge nere:
A due mesi di distanza dallo scoppio di una bomba atomica francese, una rivista medica scrive che l’Italia è stata sottoposta ad una pioggia di radiazioni ionizzanti di forte intensità. Questo veleno radioattivo, che provoca la morte delle cellule o la loro mutazione crea nuove malattie inguaribili, nuovi mostri, è l’ultima scoperta dell’uomo. La natura maligna ha trovato un alleato nei generali.
Quasimodo vede lungo sugli effetti che l’energia nucleare avrà sull’uomo e ribadisce il suo pensiero nell’articolo del novembre 1961, articolo che porta il titolo di Nubi nere, triste presagio di ciò che accadrà nei cieli d’Europa minacciati dalla nube radioattiva di Chernobyl , e degli effetti che l’atomo di pace ebbe sull’uomo nel corso del tempo :
La nube radioattiva delle H russe preoccupa il mondo, e gli scienziati sono stati severi nelle loro affermazioni. D’altra parte, da una riva all’altra, gli atteggiamenti politici non sono certo confortanti, e non provocano minori angosce. Forse mai come in questo secolo l’uomo si pone una domanda cosciente sulla vita, domanda entrata in una rappresentazione dei suoi valori, non nella realtà. E mai l’uomo si è trovato nelle braccia una forza superiore a qualsiasi sua idea di “difesa personale”. Non abbiamo timore della constatazione scientifica, ma dell’esaltazione dell’uomo politico di ogni ideologia, come di “qualcosa” che sia estraneo alla specie umana.
La forza superiore a cui si riferisce, non vi è dubbio, è l’energia nucleare, divenuta scienza esatta persuasa allo sterminio (cfr. la poesia Uomo del mio tempo), unico fattore, che unito alla follia dei politici del tempo di Quasimodo, può generare “qualcosa” che non sia umano: l’autodistruzione.
Nuove tecnologie, nuove culture
Nel settore delle comunicazioni i primi anni ‘60 furono il trionfo della televisione. L’uso dei satelliti per telecomunicazioni, che si andò perfezionando proprio in questi anni, favorì la trasmissione di segnali televisivi da un capo all’altro del mondo. Furono realizzati inoltre i primi apparecchi a colori, presto venduti su vasta scala. L’avvento del televisore trasformò il mondo dell’informazione, offrendo la possibilità di mostrare e di diffondere in tutto il mondo le immagini di un evento nel momento stesso in cui esso avveniva. Quasimodo celebra la nascita della mondovisione con l’articolo del agosto 1962 intitolato per l’appunto Mondovisione:
è nata la «Mondovisione». È certamente una notizia che riguarda più gli sportivi che gli uomini di cultura. Comunque, anche questo satellite che trasmette sopra la terra potrà essere un mezzo di comunicazione tra i popoli. Lo sperano i capi di governo, e già i programmi includono discorsi dell’uno o dell’altro. Gli avvenimenti storici non si commemorano più con il leggendario colpo di fucile da un colle all’altro come avvenne per l’inventore della radio, ma con le serenate di Yves Montand . […] Non importa se la sostanza sia fumo, non è colpa nostra si dirà, ma del gusto della gente. Vedremo che cosa ci preparerà la Mondovisione nelle sere di nubi, quando per caso si accende il televisore.
Riferendosi all’Italia, e alla sua entrata nel circolo delle nazioni in mondovisione, l’anno prima aveva scritto nell’articolo intitolato Mondial TV del settembre 1961:
L’Italia farà parte della TV intercontinentale, un collegamento radiotelevisivo realizzato attraverso missili artificiali che giostrano intorno alla terra. Sarà risolto così il problema delle grandi distanze. […] Avremo la Mondial Visione. Come tecnica pare che la velocità stessa del nostro sguardo sia superata. Il video intanto sarà di una chiarezza non ancora raggiunta da alcuna riflessione delle immagini. La conquista dello spazio servirà a perfezionare altre invenzioni del mondo terrestre. Al di là dei Gagarin e dei Titov la sapienza giungerà alle porte più lontane, dove brilla un televisore.
Un giudizio tutto sommato positivo della mondovisione e del nuovo modo di concepire l’informazione e inoltre del modo di vedere la conquista dello spazio come un incentivo ad aprire i propri orizzonti ad una società e ad una nuova visione del mondo, visione che però in Italia non sembrava tanto attecchire. Quasimodo, infatti, ironicamente, nell’articolo intitolato Politica cosmica, sottolinea l’arretratezza della nostra nazione da questo punto di vista, è il febbraio 1961:
Un ragazzo sovietico vola verso Venere. In Italia si lotta all’ultimo sangue per eleggere un sindaco Pulcinella o Pantalone.
Gagarin lotta con gli astronauti statunitensi per la conquista dello spazio, i film e i programmi trasmessi in mondovisione fanno sognare i bimbi di tutto il mondo, che un giorno anche loro potranno conquistare lo spazio a patto che, secondo Quasimodo, non siano italiani.
La televisione portò inoltre lo spettacolo dentro le case, creando nuove abitudini familiari, nuove forme di intrattenimento collettivo e un diverso uso del tempo libero, soprattutto da parte dei ragazzi. Creò inoltre una nuova cultura di massa , una cultura in cui l’immagine tende a prevalere sulla parola scritta, una cultura i cui prodotti e i cui modelli, soprattutto americani, si diffusero in tutto il mondo imponendo ovunque nuovi linguaggi e nuovi valori a scapito delle culture tradizionali. A Quasimodo, uomo di lettere questo effetto dei mass-media piaceva poco, lo manifesta già nell’articolo del settembre 1960, l’articolo porta il titolo di Italia neo-televisiva:
Ai funerali di Pio XII c’erano diecimila persone, a quelli di Mario Riva più di duecentomila. L’Italia è cattolica o neo- televisiva? Molta gente ritrova nei cortei il gesto di un sentimento collettivo, una distrazione dalla solitudine. Gli spettatori della televisione sono stati privati improvvisamente di un’abitudine che sostituiva per essi un ideale, perché anche un’immagine facile e popolare viene ingrandita dalla regolarità con cui essa appare. Certo, dietro questi immediati abbagli si muovono tortuosi interessi lontani dalla pietà della folla, che puntualizzano il macabro o lo scandalo sulle furiose testate dei quotidiani.
Un’altra componente fondamentale di questo universo
culturale, un’altra fabbrica inarrestabile di miti e idoli popolari in questo periodo, fu costituita dalla musica leggera. La canzone, intesa come componimento musicale breve e orecchiabile, era da sempre espressione della cultura popolare e ancor più lo era diventata con l’arrivo della radio, che trasmetteva pezzi provenienti dagli USA o da varie parti d’Europa in cui il pop e il rock erano le tendenze musicali più in voga. Quasimodo, però, sembra essere più attento alla censura che subisce la nuova musica, in questo caso, discusso nell’articolo intitolato Musica oscena, a subirla è stato Domenico Modugno ; è il aprile 1960 e il poeta scrive:
Sembra che Domenico Modugno sia riuscito a convincere gli inquieti censori che non basta la parola “Nuda” per determinare l’immoralità di un testo, così come “Libero” non era un’offesa alla repubblica. Le difficoltà dei censori sarebbero state più alte se si fosse trattato di musica oscena […].
La musica oscena di cui parla Quasimodo, ci sono pochi dubbi, è il rock, Modugno per il modicano è un buon cantautore italiano, martire di una censura troppo fiscale, al contrario della musica rock, che sembra quasi, secondo il nostro, forgiarsi veramente dell’appellativo che porta, musica del diavolo. Nell’ articolo del ottobre 1960 scrive:
Quasi a presagio delle stridenti fughe vocali di certi cantanti contemporanei e di quelle strumentali di alcuni compositori, scriveva nel 1558 il musicista veneto Gioseffo Zarlino nelle sue “Institutioni armoniche”:
Non debbon dunque i cantori nel cantare mandar fuori la voce con impeto e furore a guisa di bestie, e movimenti del corpo che inducono al riso come fanno alcuni, i quali per siffatta maniera si muovono il che fanno etiandio anche i sonatori, che pare veramente che ballino.
L’articolo si intitola Le bestie musicali, ed è facile interpretare chi siano, Quasimodo usa lo scritto del musicista veneto del per criticare le urla e le movenze dei musicisti rock.
Quando si venne a creare così un nuovo universo culturale, legato a questo genere musicale, di stampo soprattutto anglosassone, che diffondeva per la maggiore i valori legati all’anticonformismo, alternativi ai valori borghesi e che impose un po’ovunque nuove mode e nuovi modelli di comportamento, con una forza di penetrazione sconosciuta a tutti i fenomeni analoghi del passato,
Quasimodo criticò soprattutto quello che questa musica si portava dietro. L’isterismo, le droghe, la condotta immorale. Testimonianza ne è l’articolo dell’11 luglio 1961 intitolato Rock and roll:
In seguito a disgustosi episodi avvenuti a Parigi al palazzo dello sport (cinque uomini della polizia sono rimasti feriti) un deputato gollista […] ha chiesto una severa arginatura morale per il r.’n r. Quello che è stato un tempo il bolero oggi è il rock and roll, definito un fenomeno di isterismi di massa e di violenza che si rivela paurosamente e si moltiplica nel contagio delle sale vorticose. Forse l’anarchia ritmica è da ricercarsi nelle manifestazioni di una generazione poco abituata agli amori privati; più che di violenza si tratta di disordini barbarici di origine sessuale nati dalla costrizione di una psicosi negativa. Si nota nei giovani che si piegano alle insistenze metodiche e frenetiche del rock, l’assenza di un controllo interiore, annullato da un movimento ossessivo. È un modo di isolarsi e se molti sembrano ricercare emozioni astratte, in realtà non tentano che qualche eccitamento voluto dalla loro anormalità. L’indifferenza spirituale nel rapporto coi sensi è segno di nature ambigue, staccate e deboli. Forse spetta alla neurologia di individuare la patogenesi del rock.
Questo tipo di società ebbe però una profonda ribellione giovanile anche dal punto di vista politico. Lo sviluppo economico della civiltà capitalista sfocia nel rifiuto ideologico nei confronti di essa, accusata dai giovani di sostituire allo sfruttamento economico di tipo tradizionale una forma più subdola e raffinata di dominio, esercitato soprattutto attraverso la pubblicità e i mass media, accusata altresì di sottoporre gli individui ad una nuova tirannia tecnologica, di sopire i conflitti sociali con la diffusione di un benessere che si giudicava illusorio e si riteneva ottenuto comunque grazie allo sfruttamento dei popoli del Terzo Mondo.
La risposta delle masse fu un ritorno all’ideologia marxista, rappresentata da Mao e da Che Guevara che imperversava soprattutto negli anni della guerra fredda e in particolare in Italia e in Francia aveva una certa influenza sugli intellettuali.
Successo incredibile tra i giovani ebbero in questo periodo le pubblicazioni di Herbert Marcuse , seguace della scuola di Francoforte che si era applicato fin dall’inizio nella critica della società di massa che congiungeva alla diffusione di tendenze di pacifismo e ribellismo e che fornirono la base teorica per la protesta giovanile che dal invase l’Europa occidentale.
Messaggio ai giovani.
La contestazione nei confronti della società del benessere trovò la più larga eco proprio tra coloro che di quella società potevano considerarsi i figli, i giovani. L’opposizione alla civiltà consumistica si espresse dapprima in forma di rifiuto delle convenzioni, poi in vera e propria fuga dalla società industrializzata. Nascono tra il ’60 e il ‘64 le prime comunità di hippies, si diffonde con il tempo una cultura alternativa in cui confluivano le pratiche della non violenza, oltre a fondamenti di religioni orientali come il buddismo e il consumo di droghe leggere.
Nell’articolo del marzo 1961 intitolato La resistenza e i giovani Quasimodo affronta la situazione dei giovani italiani, li investe di un ruolo di grande importanza storica, offre loro preziosi consigli sulle necessità di acquisizione di un compromesso storico dei tempi che correvano:
L’insegnamento della storia si è sempre fermato alla soglia degli sviluppi contemporanei, e non diremo che manchino difficoltà nell’ affrontare le premesse storico – ideologiche dei nostri giorni tormentati da polemiche e feroci divisioni politiche: la logica del futuro dipende anche da questo sforzo di chiarezza. Lasciare le nuove generazioni nell’ignoranza della cronaca obiettiva del tempo recente e di una possibile indicazione risolutiva, significa volere insistere nella confusione, nel dubbio, togliendo loro fiducia nella ricostruzione sociale. Gli avvenimenti contemporanei, non solo della storia d’Italia ma di quella del mondo, sono stati giudicati, altri si svolgono continuamente preparando frane di posizioni politiche e sociali.
Il giovane deve prepararsi alla storia che si forma, non può aggrovigliarsi nelle idee morte dei padri, né confondere le polemiche provinciali con la dialettica di idee vive.
Parole che Quasimodo ribadirà nel suo scritto sempre del 1961 :
Cento anni fa l’Italia era unita per la prima volta in un unico popolo e io voglio ricordare anche questo nella voce di Mazzini. «L’educazione è la grande parola che racchiude la nostra dottrina. Noi dobbiamo stabilire un nuovo ordine di cose alla violenza. Dobbiamo trovare un principio educatore che guidi gli uomini al meglio, che insegni il sacrificio e che ci unisca ai nostri fratelli. E questo principio è il dovere. Farsi migliori: questo deve essere lo scopo della nostra vita». Parole che nel nostro tempo in cui la macchina invade con le sue forme la nostra intelligenza, il nostro incauto mondo spirituale, si rivelano esatte. Alcuni di voi mi ascoltano da paesi lontani, aggrappati ai monti dove minima è la possibilità di una “comunicazione” con altri giovani della vostra età. La vita è difficile oggi e priva di sogni, ma alla nuova generazione che abita le città o i luoghi di valli profonde io vorrei ricordare un’attenzione verso se stessa, nell’interno della mente che riflette il mondo contemporaneo, una conquista che fa docile la macchina alla mano: ed è la più essenziale, quella che da la fermezza nell’esprimere la personalità.
Lo scritto si intitola Messaggio ai giovani e in una sua parte centrale sottolinea il valore della formazione e dell’umanesimo:
I vostri occhi sono attenti alla luce di queste onde televisive, alle conquiste tecniche, ma vorrei dirvi anche dello studio che rinnova le civiltà, dell’importanza della cultura nella vostra formazione umana, voglio ricordare l’amore per il nostro umanesimo, per la poesia, segno della presenza d’ un popolo nella storia.
Quasimodo conclude parlando del tentativo dei giovani di vincere lo spettro dell’egoismo:
lo scoprirete in voi stessi e cercherete di vincerlo perché la vita si piega sempre alla nostra volontà.
Quasimodo ribadisce l’importanza della cultura, della storia, della poesia, e sono queste le basi su cui deve fondarsi la cosiddetta protesta giovanile. Parole ribadite nell’ articolo del giugno 1961 intitolato I giovani e la verità, in cui il nostro attraverso le parole di una madre, personaggio inventato da Gorki , sottolinea l’importanza delle nuove generazioni e del messaggio che portano.
Ogni movimento culturale che aumenti la civiltà è sempre speranza nel cuore dei giovani. Essi manifestano i loro impulsi attivi quando credono nella vita, nelle sue leggi. Così Gorki fa parlare una madre: «Questa è la parola di mio figlio la parola di un’anima incorruttibile! Per cambiare questa vita, per liberare tutti gli uomini, per farli risorgere come sono risorta io, già son venuti uomini che seminano sulla terra la sacra verità. Essi parlano di nascosto perché sapete che nessuno può dire la verità ad alta voce; e chiunque osi farlo è inseguito, cacciato, gettato in prigione. La verità della vita è un nemico irreconciliabile. I figli portano la verità al mondo, dai loro cuori essa penetrerà nella nostra vita faticosa, ci scalderà ci libererà dal gioco degli avidi…Qualcuno rideva… Degli occhi giovanili la guardavano con entusiasmo e timore…»
L’augurio del poeta, implicito nella citazione di Gorki, è che il cuore dei giovani risplenda sempre di luce perpetua e illumini, nonostante l’entusiasmo e il timore, il mondo che verrà, e freni la sete di potere dei politici corrotti e la violenza dei generali atomici.
Lo sviluppo economico non spense i conflitti politici e sociali, anzi in qualche caso li acuì e la diffusione dei più elevati livelli di benessere si accompagnò spesso al rilancio di idee rivoluzionarie. La coesistenza tra i due blocchi politico-militari, di USA e URSS, in cui era diviso il mondo si confermò e si consolidò, ma ciò avvenne dopo momenti di duro scontro diplomatico e di confronto anche drammatico.
Come per l’episodio della Baia dei Porci di Cuba, la situazione di equilibrio che si venne a creare fu definita poi col tempo equilibrio del terrore, situazione che evitò lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale e assicurò all’Europa molti decenni di pace ma non impedì lo svilupparsi di molte aree di tensione come il Medio Oriente e il Sud Est asiatico.
Un uomo nuovo, il Presidente Kennedy
Nel novembre del 1960, scaduto il secondo mandato di Eisenhower, il candidato democratico John Fitzgerald Kennedy salì alla presidenza degli Stati Uniti.
Quasimodo annuncia sulle pagine di «Le Ore» la notizia nell’articolo intitolato Kennedy e il disarmo del novembre 1960, e ne esalta le idee politiche ma attende una risposta dagli States:
L’età del nuovo presidente e la sicurezza con cui egli si è impegnato a svolgere i grovigli della politica internazionale ha dato agli americani la fiducia in una nuova giovinezza del loro paese. John Kennedy ha promesso soluzioni democratiche e ha fatto credere che lo scioglimento di ogni crisi interna abbia come costante il raggiungimento della pace nel mondo: però al solito afferma che la sospensione degli esperimenti nucleari dipenda dalla buona volontà dell’Unione Sovietica.
Gli Stati Uniti attendono dunque di riaffermare la loro preminenza anche come difensori della libertà dei Paesi minori. Il nuovo presidente insiste sulla necessità degli aiuti all’estero “per nutrire gli affamati nel mondo”. […] I cittadini dovrebbero rinunciare ad un certo benessere economico, quello che ha voluto essere finora la dimostrazione della superiorità statunitense. Per lo sviluppo della difesa militare il presidente promette di realizzare l’unica vera speranza dell’uomo: il controllo degli armamenti o addirittura il disarmo. Vedremo.
Quasimodo crede in un uomo nuovo, e lo individua, per evidenti motivi, nel giovane presidente dal volto sorridente, spera solo che egli non si uniformi ai politici del suo tempo, e non si pieghi alle potenti lobby. Infatti in un articolo intitolato Il presidente Kennedy del febbraio 1961 scrive così:
Egli parla con la spontaneità e la sicurezza di un giovane che crede agli eventi democratici; non ha e speriamo che non si formi per generazione spontanea, una “corte” ma dei collaboratori al suo modo di “vedere” nella storia contemporanea. […] Segue intanto le “forme” concrete della civiltà americana, le tematiche più severe che dovrebbero portare a risultati anticonservatori, anticonformisti. La facile difficoltà di Kennedy.
Assistito da un nutrito gruppo di intellettuali Kennedy suscitò immediatamente ampi consensi attorno alla sua persona, riallacciandosi, già nel suo discorso di insediamento, alla tradizione progressista ma aggiornandola col riferimento ad una nuova frontiera, una frontiera non più materiale ma spirituale, culturale e scientifica. In politica interna lo slancio riformatore kennediano si tradusse in un forte incremento della spesa pubblica, assorbito in parte dai programmi sociali, in parte dalle esplorazioni spaziali, ma anche nel tentativo di imporre l’integrazione razziale in quegli stati del sud che ancora praticavano forme di discriminazione e di razzismo soprattutto nei confronti dei neri.
In politica estera, la presenza di Kennedy fu caratterizzata da una linea ambivalente, in cui l’enfasi posta sui temi della pace e della distensione con l’Est si univa alla sostanziale intransigenza sulle questioni ritenute essenziali e ad una difesa, a volte spregiudicata, degli interessi americani nel mondo. Nel giugno del 1961 a Vienna Kennedy incontrò Kruscev per discutere del delicato problema della Germania dell’ovest, ritenuta dagli statunitensi allora, una repubblica federale e quindi baluardo da difendere. La trattativa fallì e sfociò nella costruzione del muro di Berlino che sarebbe diventato poi il simbolo più visibile della divisione della Germania dopo la guerra fredda.
Quasimodo pur non intervenendo con nessun articolo sulla costruzione del muro, parla della guerra fredda nell’articolo del aprile 1962 intitolato Satelliti segreti:
Il Novecento è il secolo dell’attenzione ai cieli, ma l’azzurro è osservato in vari modi, soprattutto dagli uomini di stato. Non è più il colore che suscita meraviglia e nemmeno si cerca più il disco marziano che per primo ha parlato dei misteri del cosmo. […] Ora si parla di un satellite segreto americano che girando intorno alla terra fotografa tutto: lo specchio dei suoi meccanismi raggiunge i più piccoli particolari (ciò significa le basi militari del nemico). […] Forse la guerra fredda è tutta qui: le notizie che avvolgono nel mistero le diverse sapienze militari.
Ma in questo periodo il confronto più drammatico fra due le due superpotenze ebbe per teatro l’America Latina.
All’inizio della sua presidenza Kennedy tentò di soffocare il regime di Fidel Castro a Cuba, sia boicottandolo economicamente, sia appoggiando i gruppi di esuli anticastristi che tentarono, nel 1961, una spedizione armata nell’isola. Lo sbarco ebbe luogo in una località chiamata Baia dei porci e che nei progetti americani avrebbe dovuto suscitare una insurrezione contro Fidel, si risolse però in un totale fallimento e in un gravissimo scacco per l’amministrazione Kennedy.
Nella tensione creatasi si inserì l’Unione Sovietica che non solo offrì ai cubani assistenza economica e militare ma iniziò l’installazione sull’isola di una base missilistica nucleare.
L’evento dell’adesione al Marxismo da parte di Castro è descritto da Quasimodo nell’articolo intitolato L’estraneamento di Cuba del marzo 1962:
Cuba è stata espulsa dall’ O.S.A. L’ adesione al marxismo da parte di una qualsiasi Nazione degli Stati americani è incompatibile, eccetera; l’allineamento con il blocco comunista spezza l’unità e la solidarietà del nostro emisfero, eccetera. Una giustificazione politica o morale? Si è votato perché i rappresentanti politici cubani con le loro cartelle sottobraccio salissero al più presto sul primo aereo che lasciasse gli Stati Uniti. Tutte le speranze dei cubani sono annebbiate, e nel conflitto fra due mondi ostili, si prepara il nuovo allarme di Castro, la soddisfazione di Kennedy per l’autorevole politica di pace. La recente Costituzione cubana è considerata pericolosa: l’isola di Castro è uno scoglio da superare, le sue maree devono essere controllate.
Per sei drammatici giorni il mondo fu vicino ad un nuovo conflitto mondiale, Kennedy dopo la scoperta della base ordinò il blocco navale attorno a Cuba per impedire alle navi russe di raggiungere l’isola. Kruscev cedette e acconsentì a smantellare le basi missilistiche in cambio dell’astensione militare da parte degli Stati Uniti nei confronti di Cuba.
Il novembre del 1963 Kennedy fu ucciso a Dallas in un attentato di cui non furono mai scoperti né gli assassini né i mandanti.
La delusione di Quasimodo è grande, aveva creduto, a parte l’episodio di Cuba, in Kennedy, nelle sue idee politiche, nel suo tentativo di pace nelle sue alte mura di libertà. Testimonianza di tutto ciò è l’articolo del dicembre 1963, L’assassinio di John Kennedy :
Il presidente John Kennedy in soli due anni aveva saputo convincere il mondo che nell’America s’erano allargati i limiti della libertà, intesa nel concetto di moderazione. Nella nuova frontiera di Kennedy entravano i negri, i giovani che credono nella tradizione americana come simbolo di ricerca della giustizia, i vecchi che lo ammiravano e gli avversari che lo piangono. La lealtà, il coraggio di Kennedy ci danno oggi una tensione mondiale tra le potenze che aspirano alla determinazione di più alti valori umani. L’America li conosceva poco, prima che il presidente fosse eletto. La sua morte contrasta con l’America sognata da Kennedy. Il moto interno a lui nemico ha spinto un sicario sulle vie di Dallas? Difficile dirlo, ma è certo che Kennedy per questa parte dell’America rappresentava un ideale di legalità. […] Nell’ultimo discorso mai pronunciato, Kennedy avrebbe detto fra l’altro: «Noi americani di questa generazione siamo guardiani di alte mura di libertà. Io vi chiedo di essere degni della vostra potenza. Vi chiedo di superarla con saggezza, così da poter conseguire la biblica visione della pace in terra».
A succedergli fu Lyndon Johnson rieletto poi nel 1964.
Il Vietnam, inizio del conflitto
Il 1964 fu anche l’anno di inizio della guerra in Vietnam che rappresentò uno degli strascichi più drammatici del processo di decolonizzazione, ma anche uno dei momenti di scontro più acuto tra gli Stati Uniti, coinvolti direttamente nel conflitto, e il mondo comunista, allora diviso dallo scisma russo cinese ma unito nel sostegno in armi e aiuti economici alle forze anti imperialiste. Quasimodo in questo caso non interviene sul settimanale milanese ma piace riportare qui la parte conclusiva del suo scritto dal titolo Vietnam nous sommes… che spiega il punto di vista del modicano riguardo a questa questione:
Infatti i popoli di secolare subordinazione incominciano a distinguere i diritti elementari dell’uomo che sono fondati sulla libertà come condizione di vita. Qualsiasi azione, rivolta a frenare il ritmo di indipendenza e di autoconoscenza da parte dei paesi sottosviluppati, è destinata a fallire: la storia è irreversibile, non si può tornare indietro nemmeno se l’alt è intimato da una minaccia nucleare o da un bombardamento quotidiano.
Il Vietnam del Sud all’inizio degli anni fu sfidato dall’opposizione e da un forte movimento di guerriglia appoggiato dal governo comunista del Vietnam del Nord. Gli USA interpretarono la riunificazione di un Vietnam indipendente come un disegno di espansione del comunismo messo in atto da Cina e URSS che minacciava di estendersi in tutto il Sudest asiatico. Morto Kennedy nel 1964 Johnson, col pretesto di un presunto attacco a portaerei USA nel golfo del Tonchino, decise un intervento più diretto e nel 1965 diede avvio ai bombardamenti sul Nord e al potenziamento di armamenti nel Sud dove ormai impazzava la guerriglia.
L’imponente presenza di forze armate americane però non riuscì a consolidare uno stato sudvietnamita privo di solide basi autonome, né a sconfiggere una guerriglia di vaste proporzioni. Questo provocò scompenso in patria e una sempre minore fiducia nel governo degli USA, fu una guerra inutile, dispendiosa sia economicamente che nel conto delle vite dei giovani americani caduti in guerra, i ragazzi non credevano più allo zio Tom , e non vollero più obbedirgli. Il napalm distrusse i territori ed impedì lo sviluppo vietnamita negli anni a venire, ma non sconfisse i ribelli, bensì avvelenò i figli dell’America ormai impazziti in quei luoghi tanto ameni. Gli USA avevano perso la loro prima guerra, il marzo del 1968 il presidente annunciò l’apertura dei negoziati con Hanoi e il suo ritiro dalla vita politica.
Oltre allo scritto riportato in precedenza c’è un articolo della rubrica de Il falso e il vero verde in cui Quasimodo affronta, prima della guerra però, la situazione del Vietnam del Sud. L’articolo è datato novembre 1963 e si intitola appunto Vietnam del Sud:
Ha cominciato un vecchissimo monaco buddista; si è cosparso le vesti di benzina e le ha accese in una piazza, davanti a giornalisti, fotografi, studenti e gente della strada. La fotografia del suo rogo è apparsa sui giornali di tutto il mondo. Era possibile che la civiltà permettesse ancora suicidi? A quel monaco ne seguirono altri e allora si capì che qualcosa di grave avveniva nel Vietnam. Diem continuava a negare l’antico privilegio sacerdotale dei monaci buddisti. Misteriosa stoicità, fanatismo d’origine costringeva il corpo a bruciarsi per protesta. Forse era “invocazione”. Il buddismo è tradizione pura: il culto degli orientali per un monaco si identifica nell’espressione di una storia. Il buddismo posa la sua pietra nelle pieghe aspre di una morale di dolore, ma trova la salvezza nella sostanza universale del sogno religioso, non lontano dalla nostra vita o più attuale di altre filosofie. Il volto chiuso di Budda domina e conduce i fedeli all’ascesi e alla meditazione: è un costume di molti popoli, da secoli, una radice di forza. Il monaco conosce la virtù e per essa vuole morire; e la morte questa volta ha scardinato le strutture di una società macabra nel suo potere assoluto, antistorica e corrotta.
L’ articolo oltre a riportare il fatto di cronaca, che è comunque distante e non collegato allo scoppio della guerra dell’anno dopo, focalizza l’opinione del lettore italiano su un mondo a lui lontano, una civiltà in cui morire per un ideale è ancora giusto, su uomini definiti barbari, che forse barbari non sono, su un luogo geografico che nel giro di un anno diventerà l’epicentro di un conflitto che apparterrà al mondo intero per portata e coinvolgimento, soprattutto di ideali, sia politici che religiosi.
L’ Italia del boom
In Italia si viveva un il clima di grande tensione soprattutto dal punto di vista politico, furono questi gli anni di grandi riforme sociali, precedute però da scioperi e situazioni che molte volte arrivarono al limite e altrettante lo superarono, portando spesso alla morte di innocenti. Queste trasformazioni mutarono radicalmente il volto del paese facendo cadere ciò che si era fatto, soprattutto politicamente, negli anni precedenti in una evidente e profonda crisi. Lo scontro diventò aperto nel 1960, determinato e per più versi provocato dal governo presieduto da Fernando Tambroni e sostenuto dai voti determinanti dei neofascisti. La protesta generale del luglio di quell’anno sanciva la definitiva fine del centrismo. I sommovimenti indotti dalla crisi del centrismo si colgono meglio dove si ponga attenzione ai due aspetti essenziali ad esso connessi ovvero la politica degli Stati Uniti d’America nei confronti dell’Italia e l’atteggiamento della Chiesa . In entrambi i casi siamo di fronte ad evoluzioni, non lineari, di gruppi conservatori segnati da forti tensioni interne. Il governo allora varato da Tambroni, sostenuto ancora dal partito MSI, si presenta come prevalentemente amministrativo ma in esso echeggiano fin dalla prima riunione toni poco distesi.
L’ampiezza della protesta popolare contro il governo è enorme, e in essa si intrecciano motivi diversi. La prima manifestazione genovese è del luglio. Caricati dalla polizia gli studenti e gli operai creano delle barricate presso il Teatro Margherita. La sera stessa a Torino un’altra manifestazione viene repressa nel sangue, ma l’apice si raggiunge a Palermo dove la polizia spara sulla folla uccidendo un operaio e ferendone gravemente altri. Il prefetto di Agrigento si difenderà dicendo che le forze dell’ordine avevano agito in seguito ad azione irresponsabile e provocatoria della teppaglia rossa.
Quasimodo, come sempre accede nel suo caso, sta dalla parte colpita, quella dei deboli, ne è testimonianza l’articolo del agosto 1960 intitolato I teddy boys di Barzini :
Luigi Barzini Jr. ha scoperto la verità, dice. I responsabili delle rivolte di Genova, dell’Emilia e della Sicilia erano in prevalenza dei teddy boys, dei giovani volontari del disordine e della violenza. Dimenticava che questi “facinorosi” affrontavano la morte senza aspettarsi nessun vantaggio. Forse Barzini ci vuole suggerire che anche i partigiani erano dei teddy boys che si ribellavano all’ordine e alla disciplina delle brigate nazi-fasciste. Questa interpretazione della storia non è nuova: è già stata usata per i garibaldini e per gli uomini del risorgimento. Ripetiamo, signor Barzini non più giovane?
Quelli che da Tambroni vengono definiti teppaglia rossa e da Barzini teddy boys, per Quasimodo sono veri e propri eroi, eroi giovani, paragonabili ai giovani e agli uomini della Resistenza che hanno segnato una parte di storia della Costituzione italiana.
Quasimodo si schiera con la nuova Resistenza, in primis contro i gruppi e il governo neo-fascisti, il poeta che è nel giornalista Quasimodo, si esprime nell’ articolo del maggio 1960 con parole degne di un componimento patriottico. L’ articolo porta il titolo di Aprile:
La Resistenza è l’immagine perfetta del conflitto tra l’essere e il passato. Il linguaggio del sangue non è soltanto dramma nel senso fisico, ma espressione conclusiva di un processo continuo alla “tecnica” morale dell’uomo. L’Europa è nata dalla Resistenza e l’adulazione delle figure indeterminate di un ordine che la guerra voleva fondare sono rovesciate fin dalle radici. Gli europei conoscono la misura di questa Resistenza; è davvero la sezione aurea della coscienza moderna. Anche se urla, il nemico è oggi un’ombra con una debole legge: la sua voce è più impersonale dei suoi propositi.
Questo nemico dalla debole legge ha ancora energia, soprattutto perchè Tambroni è ben lungi dal dare le dimissioni, al contrario si difende accusando con forza un inesistente complotto comunista.
Il luglio di quell’ anno Aldo Moro dà ufficialmente notizia di un accordo tra liberali, repubblicani e social democratici. I socialisti dovranno attendere fino al 1963 anno in cui con un governo monocolore presieduto da Aldo Moro entrano a far parte direttamente della storia dell’Italia politica.
Di un progressivo allargamento a sinistra tratta l’articolo del febbraio 1962 che si intitola Apertura della sinistra:
L’assemblea di Napoli segna la fine del “centrismo”, cioè della primitiva struttura politica costruita subito dopo la fine dell’ultima guerra. Se i ministri oggi si ingiuriano, se qualcuno insiste ancora sull’opposizione socialista, il nemico secondo le destre dell’incolumità italiana, altri si orientano verso un’idea di “progresso”, e questa potrebbe essere una garanzia di unità politica italiana. Non si guardano più i socialisti come rappresentanti della confusione. È implicito un atteggiamento critico nei confronti del passato. […] è dimostrato che una ragione sociale non viene soltanto dal popolo. Ma il tempo che drizza le vie della Costituzione appare ancora lontano. Per ora gli scandali e lo stesso atteggiamento degli uomini di governo ricordano le situazioni “in bilico” dove si tenti un’arginatura, qualunque essa sia.
La caduta di Tambroni infatti aprì le porte ad un governo formato con i socialisti in cui la personalità di spicco fu Amilcare Fanfani della DC.
Quasimodo scrive un articolo il aprile del 1962, intitolato Italia americanizzata; da questo pezzo si deduce che Fanfani che era la personalità di spicco della DC proprio per le sue continue apparizioni pubbliche a volte veniva anche fischiato, come si faceva in America; ironicamente il modicano scrive:
L’onorevole Fanfani è stato fischiato da una folla di agricoltori. Non è la prima volta che nella storia della politica italiana una autorità si trovi costretta ad ascoltare la stridula aria dei fischi. Non è solo una protesta come potrebbe sembrare; è l’errore di un falso costume di una confusione del pubblico. Con i fischi si richiamano i giocatori di calcio, i prediletti del pubblico, i Joe di Maggio in America. È proprio un’abitudine americana. Indubbiamente anche l’uomo politico oggi può diventare, se non l’idolo, l’obiettivo di una certa popolarità; ma in Italia, paese di forti tradizioni, la gente preferiva “ascoltare”, fino a non molto tempo fa prima di ricorrere ai fischi. Ora se questa gente ha visto in Fanfani un uomo democratico, l’ha “richiamato” democraticamente secondo le regole americanizzanti al gioco politico, la colpa è della pubblicità che circonda gli uomini di Stato. Le loro apparizioni in mezzo al pubblico dovrebbero essere più controllate. Avrebbero meno popolarità ma più rispetto.
Da questo articolo si capisce che negli anni ’60 comincia a delinearsi la figura di un nuovo politico italiano, molto attento all’immagine e poco alla sostanza
È questo inoltre il periodo delle grandi riforme, fra il 1962 e il 1963 fu approvata la legge sulla censura il cui iter e il cui esito sono molto significativi. La legge infatti abolì la censura solo per il teatro, per il cinema la limitò alle sole offese del buon costume e previde commissioni meno esposte alle pressioni dell’esecutivo.
L’altra importante riforma fu quella scolastica, riguardò, oltre che l’età dell’obbligo, che venne portata a anni istituendo così la scuola media unica ed abolendo le scuole di avviamento professionale, anche tutta una serie di problemi di carattere tecnico, come l’importanza o meno del latino e l’introduzione di nuove materie soprattutto scientifiche.
Del Concilio Vaticano II
Il miracolo economico aveva reso più visibili le differenze fra le diverse parti del paese ed aveva amplificato tutte le questioni oltre che politiche anche religiose che di lì a poco sarebbero tutte state messe in discussione proprio dall’interno della Chiesa stessa. L’11 ottobre del 1962 il Papa convoca il Concilio che verrà poi riconvocato nel ‘63 e nel ‘65. Attraverso un dibattito serrato l’assemblea conciliare non solo ribadisce il ruolo determinante assegnatole ma, in un susseguirsi di solenni dichiarazioni, segna alcuni punti assai innovativi, sanciti in documenti, decreti costituzioni e motu propri del papa che regolano la vita religiosa del nostro tempo.
Quasimodo non si lascia scappare nemmeno quest’occasione per riflettere sull’attualità e sui problemi del suo tempo in un articolo del novembre 1962 che si intitola appunto Il concilio; il tono è solenne e pacato ma non risparmia critiche al concetto che la società dell’oro ha della religione:
Ad uno ad uno parleranno il sacerdote negro, il cinese, il russo: le loro voci si intrecceranno in un’assidua, inconsueta preghiera. Il fondo oscuro che si deve chiarire è ancora la “pace intima”, un sentimento che diviene sempre più irraggiungibile per gli uomini. […] Alcuni uomini si rivolgono alla chiesa come potrebbero rivolgersi allo psichiatra. E gli psichiatri che fanno a volte? Scoprono le ferite, le curano con momentanee illusioni. […] Papa Giovanni vuole invece andare incontro all’uomo affidandosi al sentimento della prima cristianità. Le riforme delle quali parla intendono creare un ordine inedito di rapporti fra l’uomo e la chiesa su questa base. Rivolgendosi ai capi di governo Papa Giovanni ha detto: «I capi di governo rammentino, renderanno conto a Dio» come se leggessero un testo evangelico.
La critica all’uomo politico, qui accusato di non essere in grado di leggere o di non essere avvezzo a consultare un testo evangelico, è feroce come si era già letto nel celebre discorso del Nobel (1959).
Diverso è invece il punto di vista nei confronti di Papa Giovanni e delle sue idee per le riforme, accolte come il giusto e unico modo di concepire la religione da parte di Quasimodo.
Un confronto con Pasolini
Pier Paolo Pasolini crede di rinnovare il romanzo italiano insinuando nella nostra lingua il dialetto (ma deve aggiungere un glossario ai suoi volumi). Pasolini è un paziente filologo, non uno scrittore: e sappiamo che spetta soltanto all’intelligenza creativa di precisare nuove leggi al linguaggio di una nazione giunto alla maturità. La sua materia, poi, è da cortometraggio di risse pseudo- popolari. I suoi teddy boys, infatti, sono i suoi amici travestiti.
Queste sono parole di Salvatore Quasimodo, scritte nell’ articolo senza titolo del Febbraio 1960. La critica pungente che il modicano muove a Pasolini non è usuale, o si potrebbe dire non consona alla sua collaborazione con «Le Ore», il dissenso per il dialetto e il modo di vedere i giovani da parte dell’autore di Ragazzi di vita è usato dal modicano solo come pretesto, per offese di carattere personale e di costume. Forse è un modo per esprimere ai lettori la diffidenza nei confronti degli omosessuali? Nulla lo lascia credere, né vi sono mai nelle opere di Quasimodo dimostrazioni di un atteggiamento del genere, sicuramente è un colpo basso, e inoltre una risposta alle numerose critiche che Quasimodo aveva ripetutamente ricevuto da parte di Pasolini.
Come si legge in Stroncatura d’ annata di Plinio Perilli :
E non parliamo poi degli aperti o malcelati vituperi intonanti al suo indirizzo e al pubblico ludibrio dalla randagia passione critica (o se vogliamo anche ideologia lirica…) del vitalissimo Pier Paolo Pasolini, oltretutto devoto allievo ideale di Giacomino Debenedetti! Pasolini esordisce nel ‘43 con una cordiale stroncatura della memorabile, in realtà, antologia anceschiana dei Lirici nuovi (e in essa la poesia di Quasimodo, vista come il “comun denominatore dell’antologia”, a suo parere per “debolezza o puro gusto letterario di un critico preparatissimo” ; per poi indirizzarsi nel in un saggio sulla poesia religiosa, contro Quasimodo sfottuto come “terzo ermetico” nel suo “ estenuato scheletrito decadentismo”…
Quasimodo è un poeta, e a nessun poeta fa piacere che la propria poesia non solo non venga apprezzata ma addirittura venga accusata di plagio, come asserisce Pasolini nel che parla di "un Ungaretti stinto in Quasimodo"…
Ma le critiche non terminano qui, nel 1975 infatti in un’intervista rilasciata a «Gente» del novembre, Pasolini interrogato su chi fossero i grandi poeti risponde con un giudizio fortemente negativo su Quasimodo:
In Italia il più grande poeta è Sandro Penna (mentre uno dei peggiori è Salvatore Quasimodo).
Precedentemente nel 1965 sul settimanale «Vie Nuove», rispondendo alla lettera di una lettrice a proposito del film di Antonioni Deserto rosso, sottolinea, tramite un accostamento formale con i dialoghi del film
"quel tanto di goffo imbarazzante e un po’ridicolo, che trova riscontro solo in certi endecasillabi di Quasimodo".
Non c’è dubbio che tra i due poeti non corresse buon sangue, criticandosi entrambi andavano a colpire i punti deboli l’uno dell’altro, infierendo continuamente col coltello nella piaga.
Pasolini attacca Quasimodo, un poeta che non dimentica, soprattutto un uomo del sud, orgoglioso e a volte permaloso, accusandolo di scopiazzare Ungaretti, Quasimodo colpisce Pasolini in relazione alla sua visione della gioventù dell’epoca, della sua protesta pseudo popolare, e unica nota stonata della disputa, in merito ai suoi costumi sessuali.
Mi sembra giusto, però, qui riportare il pensiero di Pasolini, che resta comunque l’autore più discusso del secondo Novecento italiano, e confrontarlo con quello di Quasimodo, affrontando un discorso che si snoda proprio attraverso i colloqui coi lettori, che anche il poeta autore di La mejo gioventù tenne nei primi anni ‘60. Si dovrà comparare poi la versione dell’attualità e dei fatti storici di Pasolini con quella quasimodiana.
Ci concentreremo soprattutto su tre episodi dell’Italia del tempo e noteremo le grandi differenze che ci sono tra le due interpretazioni.
Per primo affronterei il discorso dei giovani, in uno scritto dal titolo I giovani e l’attesa Pasolini dice:
Abbandonata senz’altro la facile pompa di una giovinezza intesa come gagliardia o fresca prepotenza, ci ritroveremo dispersi ed umili, in mezzo alla folla che ci soverchia. Coscienti che prima di essere degni delle nostre speranze, dovremo segretamente patire in intensità tutte le distese esperienze di chi ci ha preceduto, non abbiamo nemmeno timore di ammettere l’impotenza, o, almeno l’acerbità, di questo nostro stato di attesa. Tuttavia quasi spinti da un meccanismo che ci trascende, muoviamo verso il futuro e apriamo le nostre voci, ma chiudendo gli occhi, abbandonandoci come presaghi della vana fatica e della fine. Che valore avrà la nostra parola? Essa è casta, ansiosa, e, forse non scade nemmeno a facile testimonianza della nostra presenza. Non sarà certo questo che ci potrà sostenere nel cammino della poesia, e nemmeno, in quello più dimesso della cultura. Così senza speranze sensibili, incominciamo, quasi rilasciandoci in una distaccata e chiaroveggente ironia, decisi solo nella nostra conscia sofferenza che, d’altronde, non si è ancora così chiarita da recarci ad una più alta e limpida assuefazione.
Come si intuisce lo scritto è vecchio rispetto agli anni ‘60, infatti è del 1942, Pasolini è ancora giovane, si sente al fianco degli altri, confuso, in una situazione di stallo, senza nulla contro cui protestare, l’articolo termina infatti così:
A prescindere dalla recente, commovente, nomina di Ungaretti alla cattedra di letteratura moderna, una serie di esempi si potrebbe compilare, dell’intelligenza del nostro ministro, il suo “Fronte all’arte” è uno dei punti fermi delle ultime constatazioni critiche. Anzi per concludere, vorremmo qui testimoniare tutta la nostra aderenza e simpatia per il suo discorso tenuto a Firenze alla gioventù europea.
Come si è visto non abbiamo proprio niente contro cui batterci, contro cui rivoltare le nostre armi o la nostra gazzarra. Non chiediamo altro, a noi stessi, che di essere dolorosamente coerenti alla nostra sofferta attesa, e, agli altri, di non umiliarci nei nostri altissimi impegni.
Come detto precedentemente per Quasimodo l’interpretazione dell’universo giovanile è completamente differente. Mentre Pasolini vede i giovani come pronti a combattere pur che ci sia qualcosa da combattere, Quasimodo di cultura dei giovani non parla assolutamente. Si intravede già l’avversione verso la classe politica propria di Pasolini, cosa che in Quasimodo il più delle volte è velata anche se nel suo Il poeta e il politico sottolinea la differenza che contraddistingue una classe politica dalle altre ovvero la sete di potere e di sfruttamento della cultura ai propri fini.
Uno il punto d’accordo, ovvero la poesia, pur scrivendo in modo differente e non apprezzando l’uno la poetica dell’altro, entrambi attribuiscono valore fondamentale per l’umanità alla poesia. Per Pasolini essa è ciò che dà valore alla parola dell’uomo, per Quasimodo come già ripetuto, può addirittura modificare il mondo .
Il secondo punto da analizzare riguarda i fatti avvenuti a Reggio Emilia nel 1960, la protesta operaia sfociata nel sangue. Come abbiamo visto Quasimodo non si espone in una critica aperta contro la polizia, ne fa indirettamente una critica velata.
Ben diverso il pensiero di Pasolini che nell’articolo del agosto del 1960 scritto per il settimanale «Vie Nuove» asseriva:
Quello che colpisce, oltre l’emozione, oltre la pietà sono due fatti. Il primo è la freddezza organizzata e quasi meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la volontà distratta di un divertimento. Questo è già notato da tutti e ora capisco come uno dei morenti abbia potuto pronunciare la frase: “Mi hanno ucciso come sparassero a caccia”.
Pasolini termina l’articolo dicendo:
La polizia italiana, insomma si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito?
Gli italiani per una parte sono ingenui politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano.
Al contrario di Quasimodo, Pasolini si scaglia direttamente, come spesso d’altronde, contro l’istituzione, addirittura cerca il modo di combattere la polizia italiana, definita un esercito straniero che occupa la nazione. Esiste anche in questo caso un punto di incontro. Quasimodo definisce i giovani come gli uomini nuovi che si ergeranno dalle barricate, così Pasolini dà fiducia alle nuove leve di giovani che dimostrano, protestando, di aver capito da che parte sta la ragione.
Se la differenza nel giudicare una qualsiasi istituzione è parsa palese in questo episodio, più sottile parrà nell’affrontare il discorso che riguarda il concilio vaticano e Papa Giovanni XXIII. Quasimodo e Pasolini pensano entrambi che il pontefice sia una personalità straordinaria che ha cambiato, soprattutto negli italiani, il modo di concepire la Chiesa come istituzione, entrambi inoltre esprimono un giudizio positivo sul pensiero e sull’operato del pontefice uomo.
Dimostrazione di ciò è l’articolo del Novembre 1964 sempre su «Vie nuove» in cui Pasolini scrive:
E naturalmente, poiché di tale esperienza del mondo moderno il socialismo è ormai gran parte, esso non poteva presentarsi nella “cultura” di Papa Giovanni se non come un suo elemento, una sua realtà: il che toglieva ogni possibile manicheismo al suo sguardo sul mondo. Tutto questo egli ha esperimentato, naturalmente, senza teorizzarlo, ma semmai rovesciandolo nell’ azione. Il Concilio ecumenico sotto il segno della cultura giovannea, è così un fatto di capitale importanza nella storia della chiesa, esso ha caratteri storicamente irreversibili, su cui non potrà più aver peso la nostalgia controriformistica di nessun cardinale-diciamo con attenuazione giovannea all’ antica.
La differenza nel giudicare Papa Giovanni, seppur sottile, è individuabile, confrontando l’articolo del friulano con quello del modicano citato precedentemente. Quasimodo non fa alcun riferimento politico parlando del pontefice e del suo pensiero, bensì critica i politici che non sanno interpretare testi biblici, Pasolini al contrario vede nella nuova visione della Chiesa come istituzione, idee e strutture avvicinabili a quelle del socialismo, inoltre differenti e innovative rispetto alla vecchia concezione ecumenica.
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