Jova Summer Party: quando la musica diventa aggregazione

Pubblicato il 23 agosto 2026 alle ore 13:40

di Roberto Alicandri 

Jovanotti non appartiene ai miei gusti musicali. E forse proprio per questo è possibile guardare al Jova Summer Party con una curiosità diversa, senza l’entusiasmo incondizionato del fan ma con lo sguardo di chi, nella musica, continua a cercare soprattutto l’incontro. Ciò che accade in queste tappe estive merita un'attenzione che va ben oltre il nome scritto con i caratteri più grandi sul manifesto.

 

Il Jova Summer Party non è semplicemente un concerto tradizionale preceduto da qualche artista di apertura scelto come riempitivo. È stato pensato come una festa totale che comincia già nel pomeriggio, un ecosistema attraversato da linguaggi musicali differenti in cui il pubblico viene invitato a restare, ascoltare e, soprattutto, rischiare di scoprire qualcosa che non conosceva. È questo l’aspetto culturalmente più interessante dell'intera operazione.

Dentro questa sorta di arca di Noè sonora convivono DJ di fama internazionale, cantautori, elettronica, world music, jazz, tradizioni popolari e realtà emergenti. A Olbia, per esempio, accanto ai grandi successi di Gabry Ponte hanno trovato spazio le sperimentazioni di Dov’è Liana, Il Mago del Gelato, Nana Benz, Chicha Libre, HEVA e BELS, in una giornata costruita intorno alla contaminazione tra pop, suggestioni tropicali e sonorità alternative.

Ma uno degli esempi più significativi di questo corto circuito controllato è quello dei Circus Punk, un duo della Brianza formato da Arianna Muttoni e Antonio Squillante. Con chitarra, voce, batteria e un'attitudine dichiaratamente punk-rock, il duo ha alle spalle oltre duecento concerti e palchi condivisi con Punkreas, Ministri, Tre Allegri Ragazzi Morti e Viagra Boys. Il 12 agosto, anche loro sono saliti sul palco di Montesilvano. È una presenza che racconta molto più di quanto possa sembrare a prima vista. Difficilmente il pubblico oceanico arrivato per Jovanotti avrebbe cercato spontaneamente un giovane duo punk-rock su una piattaforma di streaming. Eppure, per qualche minuto, quel pubblico è diventato anche il loro pubblico.

Nelle altre tappe si ripete lo stesso fenomeno di coesistenza pacifica. A Palermo hanno convissuto Jimmy Sax, Venerus, Ana Carla Maza, i Tarantolati di Tricarico, Santamarea e Sissi; a Roma il cartellone è passato da Benny Benassi e Afrojack fino ai Cor Veleno, Mobrici, Ayom e okgiorgio. Non sembra esserci in nessun momento la necessità di stabilire quale genere abbia diritto di cittadinanza e quale no.

Questa è una piccola lezione che va oltre la figura di Jovanotti e che intercetta una delle grandi derive del nostro tempo. Oggi ascoltare musica è diventato facilissimo, ma incontrare musica diversa dalla nostra è diventato paradossalmente sempre più difficile. Gli algoritmi delle piattaforme digitali imparano ciò che amiamo e continuano a proporcelo, creando bolle autoreferenziali. Il rock ascolta il rock, chi ama l’elettronica rimane nell’elettronica, il pubblico del cantautorato frequenta il proprio mondo. Abbiamo a disposizione quasi tutta la musica mai registrata nella storia dell'umanità, ma rischiamo di abitare stanze sonore sempre più piccole e isolate.

Un evento di questo tipo prova, almeno per un giorno, a spalancare quelle porte. Non importa allora che Jovanotti appartenga o meno alla nostra personale educazione musicale. Gli si può riconoscere un merito oggettivo: aver messo la forza del proprio nome e l’enormità del proprio pubblico a disposizione di un’idea di musica più larga del proprio repertorio personale.

Un ragazzo arrivato per ascoltare una hit radiofonica può tornare a casa ricordandosi del sudore di un duo punk. Qualcun altro può scoprire una brass band, un musicista proveniente da un’altra tradizione culturale o un giovane artista di cui fino al giorno prima ignorava persino l’esistenza. Una vera festa musicale non deve convincerci che tutta la musica sia uguale, perché non lo è. Non deve cancellare i gusti, le differenze e neppure le distanze, ma permettere che quelle differenze si incontrino. La musica unisce non quando costringe tutti ad ascoltare la stessa cosa, ma quando insegna ad ascoltare anche ciò che non avremmo mai scelto da soli. Il senso più autentico di questa esperienza risiede proprio qui: restituire alla musica la sua vocazione di spazio pubblico, dove generazioni e linguaggi possono ritrovarsi insieme senza il bisogno di assomigliarsi.

 

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