Oltre la nostalgia, dentro la memoria: il segreto nascosto della Valentyne Suite dei Colosseum

Pubblicato il 4 luglio 2026 alle ore 17:54

La mia più sincera gratitudine a Bruno Marfé e al grandissimo Lino Vairetti, storica voce degli Osanna e autentico padre del rock progressivo italiano, per aver concesso a Partiture Letterarie questo prezioso contributo e queste meravigliose fotografie.

Per una piccola realtà culturale come quella che ho fondato, poter ospitare la testimonianza di un artista che ha attraversato e contribuito a scrivere pagine fondamentali della musica italiana e internazionale, collaborando nel corso della sua carriera con figure del calibro di Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Corrado Rustici, David Jackson dei Van der Graaf Generator, David Cross dei King Crimson, Beppe Vessicchio e molti altri, rappresenta un motivo di grande orgoglio e un onore difficilmente descrivibile. Rappresenta, inoltre, un significativo riconoscimento e una grande attestazione di stima nei confronti di uno spazio culturale libero e indipendente che, con passione e senza alcuna appartenenza o sostegno esterno, prova ogni giorno a promuovere cultura, musica e pensiero critico.

Dopo la straordinaria esperienza vissuta con Massimo Gramellini, Partiture Letterarie ha il privilegio di accogliere un’altra voce autorevole della cultura italiana scrivendo, nel suo piccolo, un’altra importante pagina della propria storia.

Grazie, Lino, per la generosità, la disponibilità e per aver condiviso con noi una parte così importante della storia del rock e della musica del nostro Paese.

Roberto Alicandri

 

di Bruno Marfé 

In un recente articolo su questa rubrica, l'amico Roberto ha toccato una corda scoperta, una di quelle verità che chi ama la musica custodisce gelosamente: il rock non si esaurisce nella nostalgia. Esiste una tensione artistica, una ricerca costante che attraversa le generazioni e che ci spinge, oggi come ieri, a esercitare la virtù della curiosità.

Leggendo le sue parole sulla necessità di andare oltre i soliti nomi sacri — i soliti, seppur immensi, Pink Floyd o Deep Purple — per riscoprire la linfa vitale della musica, la mia mente ha fatto un balzo all'indietro. È scattato un cortocircuito della memoria che mi ha riportato a un ascolto preciso, a un'illuminazione personale legata a una band straordinaria e, forse, mai celebrata abbastanza rispetto al suo reale valore: i Colosseum.

E, nello specifico, a quella meraviglia senza tempo che è la loro Valentyne Suite (1969).

Ricordo ancora lo stupore del primo ascolto. Per l'epoca, quel disco non era semplicemente “musica avanti nei tempi”; era una mappa geografica totalmente nuova. I Colosseum non erano una semplice band, erano una formidabile e raffinatissima macchina musicale. Sotto la spinta della batteria implacabile di Jon Hiseman, riuscivano a far dialogare il blues più viscerale, il jazz più colto e le strutture della musica classica, il tutto elettrificato dalla forza del rock.

La title-track, che occupava l'intera seconda facciata del vinile, ne era il manifesto definitivo. Divisa in tre movimenti — January's Search, February's Valentyne e The Grass Is Always Greener — la suite scorreva libera da qualsiasi schema commerciale, per un totale di quasi diciassette minuti che ancora oggi lasciano interdetti per l'audacia della costruzione.

C'è un momento, in particolare, che da solo vale l'ascolto: nel primo movimento il sax di Dick Heckstall-Smith arriva a confrontarsi con un coro, quasi un dialogo tra carne e liturgia, prima che tutto si ricomponga nel tema iniziale. E poi il finale, quando nel terzo movimento la chitarra di James Litherland comincia una progressione che si avvita su se stessa, spinta da una sezione ritmica — Hiseman alla batteria, Tony Reeves al basso — che pare non voler più fermarsi, fino a un climax quasi parossistico, e infine, dopo una pausa di silenzio, il ritorno improvviso e placato del tema di apertura. Le tastiere di Dave Greenslade, dal vibrafono all'organo Hammond, tenevano insieme ogni cosa con una naturalezza disarmante, creando un tessuto sonoro sorprendente, audace, quasi cinematico.

Eppure, nonostante la sua statura, ho sempre avuto la sensazione che la Valentyne Suite — e l'eredità stessa dei Colosseum — sia rimasta ingiustamente un po' in sordina, nell'ombra laterale della storia del rock.

Una testimonianza inedita: Lino Vairetti sul palco con i Colosseum

Ed è qui che la memoria, quella vera, quella vissuta, mi ha offerto un regalo inatteso. Parlando di questo pezzo con Lino Vairetti — voce storica degli Osanna, tra i padri del progressive italiano — è emerso un ricordo che dà a questo articolo tutto un altro respiro. Mi ha raccontato:

“È molto bello che tu scriva dei Colosseum, che io ho conosciuto personalmente e con cui ho suonato insieme — sullo stesso palco — al Palermo Pop del 1971. Alla voce c'era il grande Chris Farlowe, che era una delle voci più interessanti di quegli anni.”

Un dettaglio che i cultori della materia sanno cogliere: nel 1971 la formazione dei Colosseum non era più quella della Valentyne Suite. James Litherland aveva lasciato il gruppo per fondare i Mogul Thrash, e al suo posto, alla voce, era arrivato Chris Farlowe — cantante di razza, già noto per la sua “Out of Time” prodotta da Mick Jagger — affiancato dal chitarrista Clem Clempson. È con questa formazione che i Colosseum sbarcarono in Sicilia, al Parco della Favorita, per la seconda edizione del Palermo Pop: la loro data era quella di domenica 5 settembre, la prima delle tre giornate del festival, in un cartellone che comprendeva anche Jimmy Smith & Trio, Manfred Mann, Stéphane Grappelly, The Pretty Things — e, per l'Italia, proprio gli Osanna di Vairetti, allora alle loro prime apparizioni nazionali.

A confermare il racconto di Vairetti non è solo la memoria, ma un documento: il manifesto originale del Palermo Pop '71, che riporta nero su bianco la scaletta di quella domenica. Un riscontro raro, che trasforma un ricordo personale in una piccola, preziosa tessera di storia verificabile del rock italiano.

C'è di più. Vairetti conserva ancora, a distanza di oltre cinquant'anni, delle fotografie inedite scattate quel giorno con la sua Nikon, da dietro le quinte — un frammento di storia mai visto prima, custodito privatamente da chi quel palco lo ha condiviso.

È esattamente il punto di tutto questo discorso: la grandezza di certe opere non si misura con il metro del successo di massa, né sbiadisce con il passare dei decenni. La testimonianza di Vairetti non è nostalgia — è la prova che quel fuoco, quella tensione artistica di cui parla Roberto, non è mai stata solo un capitolo chiuso nei libri, ma carne viva, palchi condivisi, foto ancora da mostrare.

I Colosseum ci hanno insegnato che i confini tra i generi non esistono se c'è il talento, la curiosità e il coraggio di osare. E forse, riscoprire oggi la loro Valentyne Suite — e ricordare che un pezzo di quella storia è passato anche dal palco della Favorita, a due passi da un pubblico italiano che stava scrivendo la propria — è il modo migliore per allenare il nostro orecchio a cercare la stessa identica scintilla in chi, lontano dai riflettori, continua a mescolare i generi senza chiedere permesso.

Foto inedite mai pubblicate di Lino Vairetti in esclusiva su Partiture Letterarie 

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