Dall’America a Fausto Leali: il lungo viaggio emotivo di Hurt. E quel “solfingherò” che unì due mondi

Pubblicato il 24 maggio 2026 alle ore 21:12

di Bruno Marfé 

Ci sono canzoni che non si limitano a viaggiare nel tempo, ma attraversano confini geografici e linguistici mutando pelle, fino a diventare qualcosa di completamente nuovo. È il caso di Hurt, classico della musica americana che nell’estate del 1967 trovò in Italia una seconda, clamorosa giovinezza grazie alla voce graffiante e inconfondibile di Fausto Leali e alla sua versione intitolata A chi.

Il potere della musica di rievocare ricordi sopiti è prodigioso. Guardando oggi un video di Dylan Lock, poliedrico musicista e cantante che reinterpreta i grandi classici al pianoforte con un’intensità d’altri tempi, la mente non può che viaggiare all’indietro. Torna a un’estate ormai lontanissima, a quei pomeriggi italiani caldi e infiniti in cui le canzoni alla radio diventavano la colonna sonora di incontri destinati a restare impressi per tutta la vita.

Fu proprio in quell’estate che arrivarono per la prima volta dagli Stati Uniti i cugini americani, figli della sorella di mia madre. Due mondi si incontravano: la loro parlata d’oltreoceano e la nostra quotidianità italiana. Eppure bastò un disco che girava sul piatto per annullare ogni distanza. Quel disco era A chi.

I cugini americani, cresciuti tra sonorità pop e soul, rimasero folgorati dall’interpretazione di Fausto Leali. Nacque così un legame immediato, suggellato da un divertimento puro e contagioso: sentirli cantare a squarciagola l’attacco monumentale del brano. Quel celebre “Aaaaa a chiì sorriderò”, nella loro pronuncia americana, si trasformava immancabilmente in un improbabile e irresistibile “solfingherò!”. Un neologismo affettuoso che ancora oggi, a distanza di decenni, racchiude lo spirito di quell’incontro.

Ma qual è la storia profonda che si nasconde dietro questa melodia capace di unire l’America e l’Italia?

La genesi di un tormentone dell’anima

Prima di diventare l’inno di Fausto Leali, Hurt era già un pezzo importante della musica americana. Scritta da Jimmie Crane e Al Jacobs, fu incisa per la prima volta nel 1954 da Roy Hamilton, che ne diede un’interpretazione intensa, intrisa di venature r&b e gospel.

Qualche anno dopo, nel 1961, arrivò la versione di Timi Yuro, la cui voce drammatica e potentissima portò il brano ai vertici delle classifiche pop. A quel punto Hurt era già diventata una sorta di Everest emotivo per i grandi interpreti americani. Non a caso, più tardi, persino Elvis Presley decise di misurarsi con questo monumento al dolore sentimentale: la sua incisione del 1976, registrata poco più di un anno prima della morte, ha tutta la gravità di un commiato. La voce era consumata, il peso degli anni si sentiva in ogni inflessione, ma proprio per questo la performance risulta lacerante — un testamento involontario che il tempo ha reso ancora più definitivo.

La metamorfosi italiana: A chi

Quando la canzone arrivò in Italia nel 1967, il testo fu affidato a Mogol, che ne mantenne intatto il nucleo emotivo: la solitudine di chi è stato lasciato e non sa più a chi dedicare i propri sorrisi, i propri sogni, la propria vita.

Fu però l’intuizione di Fausto Leali a compiere il miracolo. All’epoca veniva soprannominato il “negro bianco”: una definizione nata nell’Italia degli anni Sessanta per celebrare un timbro vocale profondamente soul, roco e potentissimo, che Leali stesso ha sempre rivendicato come riconoscimento della propria originalità artistica. Oggi il soprannome risuona inevitabilmente diverso, ma la sostanza di quell’ammirazione - la capacità di portare nella canzone italiana un’intensità mutuata dal gospel e dal rhythm and blues americano - resta intatta.

Leali spogliò il brano di parte dei manierismi orchestrali tipici del melodramma americano dell’epoca per iniettarvi una disperazione r&b più ruvida e carnale. L’attacco di A chi è una sciabolata. Quella prima nota tenuta, tesa fino allo spasmo, non è tecnica vocale: è un urlo. Se le versioni di Roy Hamilton e Timi Yuro brillavano per eleganza e controllo formale, quella di Fausto Leali le supera per intensità emotiva. Il cantante bresciano non sta semplicemente eseguendo una cover: sta soffrendo al microfono, trascinando l’ascoltatore dentro il proprio baratro.

Un successo senza tempo

Il pubblico italiano - e non solo - ne rimase stregato: A chidominò le classifiche del 1967, vendendo oltre un milione di copie e consacrando Fausto Leali nell’olimpo della musica italiana.

A volte le grandi canzoni fanno giri immensi, cambiano accento e si vestono di parole nuove. Ma quando l’intensità è autentica riescono a superare perfino l’originale e a imprimersi nella memoria collettiva. E forse è proprio questo che fanno i grandi brani: attraversano oceani, cambiano lingua, si deformano perfino nella pronuncia, ma continuano a riconoscerci. Anche quando diventano, semplicemente, un immortale “solfingherò” cantato a squarciagola sotto il sole di un’estate lontana.

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