“I ragazzi dell’olivo”. La voce di Augusto e la nostalgia gentile dei Nomadi

Pubblicato il 20 maggio 2026 alle ore 21:16

di Roberto Alicandri 

Ci sono canzoni che non appartengono soltanto alla musica. Diventano immagini, odori, stagioni della vita. I ragazzi dell’olivo dei Nomadi, con la voce intensa e inconfondibile di Augusto Daolio, per me ha sempre avuto questo effetto.

Ogni volta che la ascolto ritorno, quasi senza accorgermene, a quei pomeriggi di inizio estate trascorsi nell’auto di mio padre. Il finestrino leggermente abbassato, la luce calda del tramonto che entrava lenta nell’abitacolo, l’odore della pizza appena ritirata e quella vecchia musicassetta dei Nomadi che girava nello stereo consumato dal tempo. Alcune canzoni finiscono per diventare parte della nostra biografia emotiva. Questa è una di quelle.

I ragazzi dell’olivo è una canzone che porta dentro una ferita collettiva. Parla della drammatica quotidianità dei giovani palestinesi, costretti a crescere in un contesto di guerra continua, tra violenza, paura e assenza di futuro. Ragazzi che conoscono troppo presto il rumore delle armi, il dolore delle perdite e la fragilità della pace.

L’olivo, nel brano, non è una semplice immagine poetica.

È un simbolo antichissimo, profondamente legato alla terra palestinese ma anche alla tradizione biblica. Nella Bibbia l’olivo rappresenta pace, speranza, alleanza. Dopo il diluvio universale, la colomba torna da Noè portando nel becco un ramoscello d’ulivo, segno che le acque della distruzione si erano finalmente ritirate. È il simbolo della vita che ricomincia dopo la tragedia.

Eppure, nella canzone dei Nomadi, quell’olivo sembra diventare anche il testimone silenzioso di una sofferenza infinita. Albero resistente, antico, quasi eterno, osserva generazioni di ragazzi crescere tra macerie e conflitti.

Da una parte la terra della Bibbia, dall’altra la brutalità della guerra contemporanea. È proprio questo contrasto a rendere il brano così potente.

La voce di Augusto Daolio riesce poi a trasformare tutto in qualcosa di profondamente umano. Non canta soltanto una storia lontana, ma sembra dar voce a chi non riesce più a parlare. C’è malinconia, compassione, ma anche una sorta di carezza musicale verso quei ragazzi privati della serenità che ogni infanzia dovrebbe conoscere.

Forse è anche per questo che "I ragazzi dell’olivo" continua ancora oggi a colpire nel profondo, perché dentro quella musica convivono due memorie diverse: quella personale di chi ascolta e quella tragica di un popolo che da decenni conosce la guerra. In mezzo resta la voce di Daolio capace di rendere eterno persino il silenzio.

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