L’Armonia della Pietà: Da Scarlatti a Sal Da Vinci

Pubblicato il 18 maggio 2026 alle ore 09:24

di Bruno Marfé 

C’è un’operazione culturale che Morgan compie con una certa frequenza, e che sarebbe sbagliato liquidare come esibizionismo intellettuale: prendere un fenomeno popolare e restituirgli la genealogia che il mercato gli ha sottratto. L’ultima occasione è Sal Da Vinci. La tesi è ambiziosa: nelle canzoni di questo cantante napoletano vivrebbe l’eco della Scuola napoletana settecentesca, e in particolare di Domenico Scarlatti. Vale la pena prenderla sul serio… il che significa, inevitabilmente, metterla alla prova.

 

Il filo e la sua tensione

Che Napoli abbia costituito per quasi due secoli il centro propulsore dell’armonia europea è un dato storiografico, non una mitologia. I quattro Conservatori napoletani - la Pietà dei Turchini, i Poveri di Gesù Cristo, Sant’Onofrio, la Pietà - hanno formato generazioni di musicisti che poi hanno ridisegnato il gusto europeo da Londra a Vienna. Domenico Scarlatti, figlio del più celebre Alessandro, è figura di questa tradizione e insieme sua anomalia più feconda: le sue 555 sonate per clavicembalo non si limitano a codificare una sintassi armonica, ma la portano al limite, la torcono, la sorprendono. Le acciaccature dissonanti, le modulazioni improvvise, quella sensazione di un equilibrio sempre sul punto di cedere e sempre ritrovato: sono gesti compositivi che contengono già, in germe, una certa idea di tensione emotiva che la canzone napoletana poi metabolizzerà a modo suo.

Fin qui, il ragionamento regge. Il problema nasce quando si tratta di dimostrarlo su Sal Da Vinci in concreto. Morgan parla di “tracce di quella musica negli accordi” - ma quali accordi, in quale canzone, in quale passaggio? La critica musicale che non scende nella partitura rischia di restare bella metafora. E la bella metafora, da sola, non basta a fondare una genealogia.

 

Melodia contro algoritmo: una guerra vera

C’è però un piano su cui la riflessione di Morgan intercetta qualcosa di reale. La tensione tra una tradizione melodica costruita su un vocabolario armonico ricco - settima di dominante, modulazioni, cromatismi, la voce come strumento di sfumatura e non di potenza - e la semplificazione estrema imposta dalla logica delle piattaforme digitali è una questione culturale concreta, non una nostalgia senile. Gli algoritmi di streaming premiano la ripetizione, la riconoscibilità immediata, il ritornello che aggancia nei primi otto secondi. In questo contesto, un cantante che ancora padroneggia la conduzione melodica di una frase lunga è, oggettivamente, un’anomalia.

Ma attenzione: difendere Sal Da Vinci da questa prospettiva è legittimo e stimolante. Farne il portatore di un’intera civiltà musicale è un salto che richiede prove più solide dell’entusiasmo del difensore.

 

La pietà come categoria: il punto più interessante

Dove l’analisi di Morgan diventa davvero provocatoria - e dove vale la pena fermarsi - è nell’uso della parola pietà. Non nel senso cristiano di commiserazione, ma in quello greco più antico: la capacità di sentire il dolore dell’altro come proprio, di essere attraversati dall’emozione senza che questo costituisca una debolezza. È un’idea che ha una storia lunga, da Aristotele alla catarsi tragica, e che la modernità ha sistematicamente delegittimato in nome dell’efficienza e del controllo emotivo.

Se la musica melodica napoletana - da Scarlatti alle canzoni del primo Novecento, fino ai suoi epigoni contemporanei - ha preservato qualcosa di questa capacità, allora la sua marginalizzazione culturale non è un fatto neutro. È una perdita. E nominare questa perdita è già un atto critico.

Il problema è il passo successivo: dal “la politica ha perso l’armonia” al “dare potere a una persona sensibile è un atto rivoluzionario” il ragionamento si fa metaforico dove avrebbe bisogno di essere argomentativo. La musica può essere una lente, ma non può essere una soluzione. Confondere i due piani è un rischio che nemmeno la più nobile delle intenzioni riesce a scongiurare del tutto.

 

Conclusione ‘provvisoria’

Prendere sul serio Morgan significa non seguirlo ciecamente. La sua intuizione su Sal Da Vinci apre una domanda culturale autentica: cosa sopravvive, nella canzone popolare contemporanea, di una tradizione armonica che è stata tra le più sofisticate della storia musicale europea? La risposta richiede ascolto analitico, non solo ammirazione. Ma il merito di chi pone la domanda resta intatto - e in un panorama critico spesso pigro, già questo non è poco.

 

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