La scuola non può avere paura. Tutelare i docenti per difendere il futuro dei giovani.

Pubblicato il 28 ottobre 2026 alle ore 20:54

di Roberto Alicandri 

C’è qualcosa di profondamente inquietante in una società nella quale un insegnante, entrando in classe, deve mettere in conto persino la possibilità di essere aggredito. Non si tratta più soltanto di discutere dell’autorevolezza dei docenti, della crisi educativa o del rapporto tra scuola e famiglia. Si tratta di una questione ancora più elementare: garantire a chi insegna il diritto di lavorare in condizioni di sicurezza e serenità.

Il 25 marzo scorso, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, la professoressa Chiara Mocchi è stata accoltellata da uno studente tredicenne. Il 18 settembre, a Roma, un’altra insegnante, Isabella Marsilio, è stata ferita con un coltello da un alunno della stessa età. Oggi, 28 ottobre, a Torino, il professor Bruno Vadalà è stato violentemente aggredito durante un’interrogazione, riportando la frattura del naso. Tre episodi gravissimi, ai quali si aggiungono le numerose manifestazioni di aggressività, minaccia e violenza che attraversano il mondo scolastico.

Abbiamo già parlato, scritto e discusso delle responsabilità educative degli adulti, delle fragilità adolescenziali, della crisi della famiglia e della progressiva perdita di autorevolezza delle istituzioni. Sono stati organizzati convegni, corsi di formazione, incontri con psicologi, pedagogisti ed esperti. Insomma, è stato analizzato il problema da ogni prospettiva possibile. Eppure, evidentemente, qualcosa continua a non funzionare.

Il pedagogista Paulo Freire ci ha insegnato che l'educazione non può ridursi a un esercizio di potere, ma deve fondarsi sul dialogo e sul riconoscimento reciproco. Tuttavia, il dialogo presuppone condizioni che lo rendano possibile. Non può esserci autentica relazione educativa dove la paura prende il posto della fiducia e la violenza sostituisce la parola. Anche Hannah Arendt, riflettendo sulla crisi dell'educazione, richiamava la responsabilità degli adulti nei confronti delle nuove generazioni e del mondo nel quale vengono introdotte. Una responsabilità che non può essere scaricata interamente sulle spalle degli insegnanti, chiamati troppo spesso a diventare contemporaneamente educatori, psicologi, mediatori familiari e gestori di emergenze sociali.

Probabilmente è proprio qui che le istituzioni devono intervenire, non soltanto attraverso dichiarazioni di solidarietà successive all'ennesima aggressione, ma attraverso una riflessione seria sulle condizioni nelle quali oggi si esercita la professione docente. Occorre trovare una strada che consenta agli insegnanti di gestire le classi, affrontare le situazioni più difficili e svolgere il proprio lavoro senza sentirsi abbandonati.

Non si tratta di invocare una scuola autoritaria, né di trasformare ogni comportamento problematico in una questione disciplinare. Sarebbe una risposta semplicistica a un fenomeno estremamente complesso, ma sarebbe altrettanto sbagliato continuare a chiedere agli insegnanti comprensione, pazienza e capacità di mediazione senza interrogarsi concretamente sugli strumenti di cui dispongono.

Questo articolo non pretende di offrire soluzioni. Sarebbe presuntuoso pensare di risolvere in poche righe una questione che coinvolge famiglie, istituzioni, cultura e società. Vorrebbe piuttosto aprire un varco, favorire un dialogo, condividere un "SOS", sollecitare una riflessione che non si esaurisca nell'indignazione di qualche giorno.

La scuola, senza dubbio, deve continuare ad accogliere, comprendere e accompagnare anche i ragazzi più difficili, ma per farlo ha bisogno di docenti sostenuti, rispettati e tutelati. E forse dovremmo ripartire proprio da questa semplice consapevolezza: non possiamo chiedere agli insegnanti di prendersi cura del futuro se non siamo capaci, come società, di prenderci cura anche di loro.

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Commenti

Federico
10 minuti fa

Sagge parole Roberto! Bellissimo articolo