L'eco della pietra e del sale: la catarsi in versi di Stefania Siani

Pubblicato il 3 ottobre 2026 alle ore 19:13

di Laura Russo

Vi sono libri che richiedono al lettore non una semplice lettura, ma una vera e propria immersione, accettando il rischio di un mutamento interiore. L’eco della pietra e del sale, quarta raccolta poetica di Stefania Siani, edita da Edizioni “Il Saggio”, si colloca in questo solco. A dieci anni dal suo debutto, l’autrice, voce riconosciuta nel panorama della poesia contemporanea nazionale, firma la sua prova più matura, complessa e viscerale.

Se le precedenti sillogi ci avevano abituati a una scrittura condensata, fatta di intuizioni folgoranti e suggestioni pittoriche, in questo nuovo lavoro lo schema lirico evolve. Non siamo di fronte a una raccolta frammentata di testi uniti da affinità tematiche, bensì a un intreccio che richiama una narrazione psicologica, articolata in quattro sezioni, le “stanze dell’anima”, capaci di tracciare un percorso di purificazione e rinascita.

Il punto di partenza è la Stanza I (Le Sbarre della Pietra), una dimensione dominata dal muro, dal blocco emotivo e dalla stasi protettiva. La pietra è il macigno che grava sull’esistenza rimasta “al di qua del varco”, tra memorie d’infanzia e polverosi silenzi. Il baricentro emotivo si sposta però nella Stanza II (Il Sapore del Sale), dove le difese crollano e la parola si fa marea, tempesta. Il sale rappresenta l’amarezza del vissuto, la lacrima che scava la roccia; qui la voce della poetessa intercetta le ferite del mondo in un grido d’accusa di forte impatto civico e sociale. Dalla violenza di genere allo stupro, dai conflitti che violano l’innocenza dei bambini alla figura della “strega” perseguitata, Siani si fa testimone e corpo di un dolore universale.

In questo nucleo si concentra la tensione profonda dell’opera, racchiusa in un’unica pagina di prosa, presenza isolata dal forte valore simbolico, in cui affiora la figura del “mostro” e il gesto estremo di bruciare i fogli bianchi. Eppure, quel fuoco non distrugge, ma purifica. In una moderna catarsi, le fiamme liberano la parola, consentendo alle “fronde brulle” della memoria di restare sospese nell’aria, pronte a ridestarsi.

Superata la tempesta, la Stanza III (L’Eco delle Radici) si trasforma in uno scavo archeologico e affettivo. L’autrice ricuce i brandelli del passato, riconnettendosi alle figure primordiali (il padre, la madre, la nonna) e alla propria terra d’origine, rintracciando nella memoria familiare la forza per sanare le cicatrici. L’itinerario si compie infine con la Stanza IV (Oltre l’Umano Limite), dove lo sguardo si solleva verso una dimensione cosmica e sacra, trovando conforto nella Natura e nell’abbraccio della Madre divina, senza mai eludere i drammi della storia collettiva, come l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Stilisticamente, il libro conferma l’abilità dell’autrice nel calibrare la propria voce a seconda dell’emozione trattata: sa essere spietatamente cruda quando tocca il dolore, ma anche fluida e armoniosa attraverso metafore di ampio respiro, riuscendo a dare colore al dolore sulle ombre del passato.

Stefania Siani consegna una scrittura densa, necessaria e felicemente ambiziosa. Un libro che dimostra come la poesia, quando sa farsi carne, memoria e preghiera, conservi la forza di abbattere i muri e restituirci il respiro profondo della vita.

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