Tra altari e criminalità. L’antropologia della devozione mafiosa.

Pubblicato il 19 luglio 2026 alle ore 21:50

di Roberto Alicandri 

Giovanni Paolo II, Valle dei Templi, Agrigento 1993

In Italia la religiosità popolare ha sempre rappresentato uno degli elementi più profondi dell’identità culturale. Processioni, feste patronali, immagini sacre e pellegrinaggi fanno parte della vita di intere comunità. Tuttavia, esiste un fenomeno che da decenni interroga antropologi, storici, sociologi e studiosi delle religioni: la presenza di una forte devozione cattolica all’interno delle organizzazioni mafiose.

Il tema è stato affrontato, da prospettive differenti, da studiosi come Ernesto De Martino, Diego Gambetta, Isaia Sales, Enzo Ciconte e Nando Dalla Chiesa, che hanno mostrato come le mafie abbiano spesso utilizzato il linguaggio religioso non come autentica esperienza di fede, ma come strumento di legittimazione sociale, di costruzione dell’identità e di consolidamento del consenso.

Può sembrare un paradosso. Come è possibile che uomini responsabili di omicidi, estorsioni, traffico di droga e violenze partecipino alla Messa, portino il rosario in tasca, facciano battezzare i figli o finanzino le feste patronali? La risposta non può essere cercata nella teologia, ma nell’antropologia culturale.

La mafia non utilizza il cattolicesimo come autentico cammino di conversione, bensì come linguaggio simbolico capace di conferire prestigio, appartenenza e legittimazione sociale. Il riferimento al sacro diventa uno strumento identitario. Il mafioso si presenta come uomo d’onore, difensore della famiglia e delle tradizioni, cercando di costruire un’immagine di rispettabilità davanti alla comunità.

Alcuni studiosi parlano addirittura di una sorta di “religione civile mafiosa”, cioè di un sistema simbolico che prende in prestito immagini, riti e linguaggi del cattolicesimo, svuotandoli però del loro significato evangelico e reinterpretandoli secondo il codice dell’organizzazione criminale.

Emblematiche sono le liturgie di affiliazione documentate nei processi e nelle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Durante il rito, il nuovo affiliato tiene tra le mani un’immagine sacra — spesso di un santo o della Madonna — che viene bruciata mentre pronuncia un giuramento di fedeltà assoluta all’organizzazione, promettendo di tradire solo a costo della propria vita. Il rito richiama volutamente elementi religiosi, ma ne svuota completamente il significato, trasformandoli in strumenti di potere e di controllo.

Anche alcune manifestazioni della religiosità popolare sono state, in passato, oggetto di infiltrazioni mafiose. Celebre è il fenomeno dell’«inchino», quando durante una processione la statua di un santo viene fermata davanti all’abitazione di un boss come gesto di omaggio. Episodi di questo tipo hanno suscitato la ferma condanna della Chiesa e hanno portato molte diocesi ad adottare regolamenti più rigorosi per le processioni.

Da un punto di vista antropologico, questi comportamenti mostrano come il simbolo religioso possa essere piegato a logiche completamente estranee al Vangelo. Il crocifisso, la Madonna, i santi e le preghiere vengono utilizzati per rafforzare il prestigio del clan e consolidare il consenso sociale, non per vivere un’autentica esperienza di fede.

La Chiesa cattolica ha progressivamente preso le distanze da ogni ambiguità. Un momento decisivo fu rappresentato dalle parole del cardinale Salvatore Pappalardo, che già negli anni Ottanta denunciò pubblicamente il rapporto tra mafia e responsabilità istituzionali. Ai funerali del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato nel 1982, pronunciò la celebre frase latina: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur» (“Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”), aggiungendo: «E questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera Palermo!». Quelle parole divennero il simbolo della denuncia di una città lasciata sola davanti alla violenza mafiosa.

Pappalardo intervenne con forza anche dopo gli omicidi di Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, contribuendo a far maturare nella Chiesa siciliana una coscienza sempre più netta dell’incompatibilità tra Vangelo e mafia.

Questa presa di posizione raggiunse il suo culmine con san Giovanni Paolo II, che nella Valle dei Templi di Agrigento, il 9 maggio 1993, pronunciò il celebre appello: «Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!», rivolgendosi direttamente ai mafiosi. Papa Francesco ha poi ribadito con altrettanta chiarezza che la vita mafiosa è incompatibile con il Vangelo e che chi vive di mafia si pone fuori dalla comunione ecclesiale.

Un capitolo fondamentale di questa storia è rappresentato dalla testimonianza di quei sacerdoti che hanno pagato con la vita la fedeltà al Vangelo. Essi costituiscono l’antitesi della cosiddetta “religiosità mafiosa”: non hanno utilizzato la fede per ottenere potere, ma hanno annunciato il Vangelo fino al sacrificio estremo.

Tra questi spicca don Giuseppe (“Peppe”) Diana, parroco di Casal di Principe, assassinato dalla camorra il 19 marzo 1994 mentre si preparava a celebrare la Messa. Già nel Natale del 1991 aveva diffuso, insieme ad altri sacerdoti, il celebre documento “Per amore del mio popolo non tacerò”, nel quale denunciava apertamente il dominio dei clan, affermando che la camorra rappresentava una struttura di peccato incompatibile con il Vangelo. Con la sua morte dimostrò che l’evangelizzazione autentica non può convivere con la logica mafiosa, ma inevitabilmente la mette in discussione.

Accanto a lui vi è il beato don Pino Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. La sua azione pastorale era semplice ma rivoluzionaria: sottrarre bambini e ragazzi alla cultura mafiosa attraverso l’educazione, la scuola, il gioco e l’annuncio del Vangelo. Per Cosa Nostra quella presenza rappresentava una minaccia concreta, perché insegnava la libertà dove la mafia pretendeva obbedienza. Pochi istanti prima di essere assassinato, rivolgendosi al suo killer, pronunciò con serenità le parole: «Me l’aspettavo». La Chiesa lo ha riconosciuto martire in odium fidei, riconoscendo che fu ucciso proprio a causa della sua testimonianza cristiana.

L’antropologia insegna che una religione non può essere compresa soltanto attraverso i suoi simboli esteriori. Occorre distinguere tra appartenenza culturale e adesione autentica ai suoi valori. Indossare un rosario, partecipare a una processione o finanziare una festa religiosa non significa vivere il cristianesimo. La devozione mafiosa rappresenta, in realtà, una drammatica manipolazione del sacro. Utilizza il linguaggio della fede, ma ne tradisce il contenuto più profondo: il rispetto della vita, la giustizia, la misericordia e la dignità della persona.

Forse il vero paradosso non è che la mafia utilizzi simboli religiosi, ma che tenti di appropriarsi di un Vangelo che, nella sua essenza, nega radicalmente ogni forma di dominio, violenza e sopraffazione. L’antropologia ci aiuta a comprendere questo fenomeno nella sua complessità storica e culturale; il cristianesimo, invece, ci ricorda perché esso rappresenti una profonda contraddizione. La croce non può diventare il simbolo del potere criminale, perché è il segno di un Dio che sceglie il servizio, la giustizia e il dono della vita. Ed è proprio questa contraddizione a rendere la cosiddetta “devozione mafiosa” uno dei fenomeni più studiati e inquietanti dell’antropologia religiosa contemporanea.

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