di Roberto Alicandri
Il 19 luglio 1992, in via D’Amelio a Palermo, un’autobomba uccise il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Appena cinquantasette giorni prima era stato assassinato Giovanni Falcone nella strage di Capaci. Due attentati che colpirono al cuore lo Stato e cambiarono per sempre la storia della Repubblica italiana. A trentaquattro anni da quella tragedia, il ricordo non può ridursi a una semplice ricorrenza. La memoria autentica non vive soltanto nelle cerimonie ufficiali o nei messaggi pubblicati sui social, ma soprattutto nella conoscenza. Ricordare Paolo Borsellino significa comprendere il suo pensiero, la sua idea di giustizia, il suo profondo senso dello Stato e la convinzione che la lotta alla mafia fosse prima di tutto una battaglia culturale.
Per questo, accanto alle numerose biografie dedicate al magistrato, merita particolare attenzione "Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile", volume pubblicato da Rizzoli e curato dal giornalista Giorgio Bongiovanni, con prefazione del magistrato Antonio Ingroia e una significativa presentazione di Manfredi Borsellino, figlio del giudice. Più che raccontare Paolo Borsellino, questo libro gli restituisce la parola, raccogliendo discorsi, interventi, riflessioni e scritti che permettono al lettore di incontrarne direttamente la voce.
Pagina dopo pagina emerge un uomo consapevole dei rischi che correva, ma mai disposto a rinunciare al proprio dovere. Borsellino non si considerava un eroe. Era un servitore dello Stato convinto che ciascuno dovesse fare fino in fondo la propria parte. Le sue parole colpiscono ancora oggi per lucidità, equilibrio e profondità morale.
Nei suoi interventi la mafia non viene descritta soltanto come un’organizzazione criminale, ma come una mentalità che prospera nell’indifferenza, nel compromesso e nella rassegnazione. Per questo il magistrato insiste continuamente sull’importanza dell’educazione, della scuola, della cultura e della responsabilità personale. La legalità, nel suo pensiero, non è uno slogan né un tema da celebrare una volta all’anno, ma uno stile di vita che si costruisce ogni giorno attraverso le scelte di ciascun cittadino. Il suo insegnamento, a 34 anni dalla sua morte, conserva una straordinaria attualità. In un tempo in cui il rischio della superficialità è sempre presente, rileggere Paolo Borsellino significa riscoprire il valore dell’impegno civile, della coerenza e del coraggio. Le sue riflessioni continuano a parlare soprattutto ai giovani, ricordando che la democrazia e la libertà non sono conquiste definitive, ma beni preziosi da custodire con responsabilità.
Via D’Amelio resta una delle pagine più dolorose della nostra storia. Ma il modo migliore per onorare Paolo Borsellino e gli uomini e le donne della sua scorta non è limitarsi al ricordo. È aprire un suo libro, ascoltare ancora la sua voce e lasciare che il suo esempio continui a educare le coscienze, perché, come amava ripetere lo stesso Borsellino, «Le idee camminano sulle gambe degli uomini». Ed è proprio attraverso la lettura, la cultura e la memoria che quelle idee continuano ancora oggi a camminare.
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