Follia e poesia.

Pubblicato il 14 luglio 2026 alle ore 22:01

di Vera Mocella 

L'Estrazione della pietra della follia di Hieronymus Bosch

 


Solo un mano d'angelo/

intatta di sé e del suo amore per sé

potrebbe offrirmi la concavità del suo palmo

perché vi riversi il mio pianto”.

(Alda Merini- Mano d’angelo)

 

Un tema ricorrente, un leit-motiv letterario è l’indagine e le possibili connessioni tra arte e sregolatezza, genio e follia. Antoin Artaud, attore teatrale, regista, compositore, poeta, è un esempio paradigmatico di quello che può sembrare un cliché letterario, e che pure annovera esempi illustri, basti pensare a Baudelaire o a Rimbeau, per rimanere nell’ambito poetico, o al filosofo Nietzche, per sconfinare in quello filosofico. Nessuno ha teorizzato lo smarrimento della psiche nell’età contemporanea, come Artaud. In quindici anni sulla scena pubblica come attore e poeta, ed in altri quindici da internato, ha scritto e recitato tutto il dicibile sull’esperienza del dolore, sino sradicare le radici stesse del linguaggio. «Antonin Artaud si ripresenta, ogni volta,  con la forza del suo grido e l’ingombro del suo mito – scrive il critico Riccardo Bonacina – ogni qual volta indaghiamo l’apocalisse psicologica del nostro tempo». Così scriveva Artaud, sempre in bilico tra follia e normalità, tra realtà e voglia di alienarsi da essa: «Io non so nulla, o piuttosto so, il che è molto pericoloso a dirsi, che non è il significato che crea le parole, ma le parole che creano il significato». Le molteplici analisi, anche contraddittorie, sul dispiegarsi del suo mito, sulla sua biografia inafferrabile e sulla sua opera, dispersiva e frammentata, sono, quella critica e quella psichiatrica, due analisi che si snodano per cinquanta anni, e che finiscono con l’intrecciarsi tra di loro. «La società tarata ha inventato la psichiatria per difendersi dall’investigazione di certi spiriti liberi e superiori, le cui facoltà divinatorie la inquietano - scriveva - Voi chiamate delirio la coscienza che lavora….Cos’è un alienato autentico? E’ un uomo che ha preferito diventare folle, nel senso in cui lo si intende socialmente, piuttosto che rinunciare ad un’idea superiore dell’onore umano…..Perché un alienato è anche un uomo che la società non ha voluto ascoltare, impedendogli di dire delle verità insopportabili».Maurice Blanchot legge l’opera di Artaud come una riflessione essenziale ed unica sul rapporto tra vita e pensiero, e tra pensiero e poesia nel novecento. «Ha nominato il punto - afferma Blachot - dove pensare è sempre non poter pensare ancora: un’impotenza, una mancanza estrema, un dolore. Perciò Artaud ci dice innanzitutto che l’essere è mancanza d’essere.».Nella corrispondenza che aveva con Jacques Rivière - direttore della “Nouvelle Revue Francaise” - scriverà, per difendere le sue poesie: «Soffro di una dolorosa malattia dello spirito. Il mio pensiero mi abbandona ad ogni livello. Sono alla costante ricerca del mio essere intellettuale. Quando penso che io posso scegliere una forma, anche imperfetta, io la fisso, nel timore di perdere tutto il pensiero. Io sono al di sotto di me stesso, lo so e ne soffro, ma lo accetto nella paura di non morire del tutto…Voi capirete che non si tratta di quel più o meno d’esistenza che si esprime e che chiamiamo l’ispirazione, ma di una assenza totale, di un vero disperdimento». Nel teatro, cercava la vita e se stesso, e quando abbandonò definitivamente l’esperienza teatrale, scriverà “Voglio vivere, non voglio più far finta di vivere”.In quegli anni, avvertì la dolorosa sensazione di essere stato derubato della sua vera identità, del suo essere più intimo e segreto, dall’Artaud sociale e pubblico. L’attore finirà, poi, per essere internato,per circa nove anni, negli ospedali psichiatrici francesi. In quel tempo, matura un uomo diverso, nuovo, che ripudia il personaggio pubblico di un  tempo. Al suo ritorno a Parigi, radunerà intorno sé proseliti e nemici, ammiratori e denigratori accaniti. «Io, Antonin Artaud, io sono mio figlio, mia madre, mio padre e me….No, io non reclamo la libertà, ma il piombo di una coscienza ben piantata per terra, ben incastrata nella sua propria materia». Ciò che caratterizza il nuovo Artaud, è la negazione di qualsiasi origine, non è stato generato da nessuno, si appartiene totalmente, si è completamente ricostruito, insensibile, ormai, al giudizio degli altri, perché non appartiene più alla società, alla vita, alla realtà, egli arriva da un  altro mondo. A differenza dei suoi anni creativi, lo scrittore francese non incarna, non traduce, nel suo corpo o sulla scena, l’inesprimibile sentito ed intuito, ma è il suo stesso corpo ad essere l’Altro,presente in questo mondo. «Nulla che sia dentro o fuori…..bisogna rifarsi un’esistenza libera dal me, ricostruirla sul cadavere svuotato dal vuoto stesso». E altrove dirà, sempre estremamente vulnerabile al giudizio altrui: «Ho per guarirmi dal giudizio degli altri, tutta la distanza che mi separa da me stesso». Del resto, per lo scrittore, il problema dell’identità si pone esclusivamente nei termini dell’incarnazione. «Di questa debolezza, tutta la nostra epoca soffre. Tristan Tzara, André Breton, Pierre Reerdy. Ma in essi,l’anima non è fisiologicamente colpita, non lo è in maniera sostanziale, essa lo è in tutti i punti in cui essa si spinge verso le altre cose, ma non fuori dal pensiero. Perciò essi non soffrono quel che io soffro, non solamente nello spirito, ma nella carne e nell’anima, ogni giorno. Questa non applicazione all’oggetto, che caratterizza tutta la letteratura, è in me una non applicazione alla vita». Secondo il critico Riccardo Bonacina, invece, : «La ricerca di Artaud è ricerca di un’unità, unità tra cultura e vita, tra pensiero ed esperienza, tra spirito e carne, tra terra e cielo”. A questo suo bisogno di unità, a questa sua ricerca di senso, il poeta, nel corso della sua esistenza, darà delle risposte differenti, e tra loro contrastanti. «Noi, non siamo ancora nati. Noi, non siamo ancora al mondo. Non c’è il mondo. Le cose non sono state ancora fatte. La ragion d’essere non è stata ancora trovata».Questo il suo ultimo grido in una disperata ricerca di senso, che riguarda il nostro stesso essere nel mondo, che ci interroga tutti.

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