di Chiara Franchitti
Nella circostanza del IX anno dalla morte del professore Amerigo Iannacone, riproponiamo un suo articolo che scrisse a settembre del 2015 (750° anniversario della nascita di Dante)mentre a Venafro si stava svolgendo un ciclo di LecturaeDantis sull’Inferno, da lui promosse (che nel 2021, in sua memoria, sono proseguite col Purgatorio, in occasione del VII centenario della morte del Sommo Poeta). L’articolo dal titolo Pilato e il gran rifiuto ha riscosso un notevole successo, tanto che nel corso del tempo è stato pubblicato in italiano su diverse testate e in esperanto su riviste specialistiche. Già pochi anni dopo la prima uscita l’articolo di Iannacone era già diventato ormai un must del settore, un punto di riferimento per quello specifico argomento, tanto che nel 2021 quando Luigi Spetrillonel suo articolo, pubblicato su Freetopix.net, dal titolo La figura di Ponzio Pilato nella letteratura. Il più grave errore giudiziario della storia: la crocefissione di Gesù, parla dell’eventuale riferimento dantesco a Pilato, scrive testuali parole: «Sul punto si veda l’articolo di Amerigo Iannacone Il ‘gran rifiuto’ fu di Celestino V o di Ponzio Pilato?». Allora bado alle ciance e restituiamo subito la parola ad Amerigo Iannacone, perché è sempre un piacere e un onore tornare a leggere suoi scritti.
Pilato e il gran rifiuto
«Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto.» scrive Dante nel terzo canto dell’Inferno, vv. 58-60.
Ma chi è l’uomo del «gran rifiuto»? Per sette secoli la maggior parte dei commentatori vi ha ravvisato Celestino V. E cosí per sette secoli è stata commessa un’ingiustizia se non un’infamia, perché sembra proprio che non si tratti di lui.
Giovanni Pascoli nel libro Sotto il velame. Saggio di un’interpretazione generale del poema sacro, pubblicato a Messina nel 1900, poi ristampato prima nel 1912, e poi nel 1952, sostiene che in realtà l’uomo del gran rifiuto è Ponzio Pilato.
Autori importanti hanno accolto la tesi che si tratti di Pilato. In particolare, Giovanni Iannucci, illustre dantista abruzzese, su quei due versi, «vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» ha pubblicato cinque libri: Il gran rifiuto (Lumen Vitae, 1959/1961); L’ombra di colui (Arcobaleno, 1969); Vidi e conobbi. Osservazioni su la Divina Commedia (Forni, 1970. pag. 230); Pilato l’ignavo - esegesi evangelico-dantesca (Forni, 1974); La dottrina che s’asconde - nuova radicale indagine dantesca (Italica, 1980). I libri, esauriti, sono ormai reperibili in qualche biblioteca o in qualche libreria antiquaria.
A leggere i libri di Iannucci si finisce inevitabilmente per sposare la sua tesi. Provo a fare qualche considerazione.
1) Non è ammissibile una perfidia tale da parte di Dante da avergli fatto collocare all’inferno Celestino V solo perché, – come alcuni sostengono – a causa della sua abdicazione, era salito al soglio pontificio Bonifacio VIII, che certo Dante non amava.
2) Dante dice «vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto», non dice «vidi e riconobbi». Cioè: ebbe modo di conoscere. Ma già conosceva Celestino V e avrebbe dovuto scrivere “riconobbi”, come nel verso precedente dice «Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto».
3) È possibile parlare di “viltade” a proposito della rinuncia di Celestino V? In realtà egli dimostrò grande coraggio, sia opponendosi a una Chiesa secolarizzata, sia trasferendo il papato a Napoli. E anche tornando a fare l’eremita sul Monte Morrone, e rinunciando quindi a ogni privilegio.
4) Sembra anche che Dante abbia scritto quelle pagine dell’“Inferno” nei primi anni del XIV sec. quando Celestino V era stato già beatificato – con il nome di San Pietro Celestino – e non è credibile che il Poeta, sempre in linea e rispettoso della Chiesa, collocasse all’Inferno un santo.
5) Quello di Celestino V non fu un “rifiuto”, ma caso mai una “rinuncia”. Rifiuto sarebbe stato se non avesse mai accettato l’elezione a papa.
6) Gli ignavi sono gli sconosciuti di Dio, sono i miscredenti, sono gli atei e peccatori non battezzati di tutti i tempi. È il posto degli atei che non avendo avuto durante la loro esistenza speranza di vita in Dio, non hanno, per contrappasso, speranza di morte nel vestibolo. Altrimenti gli atei nella Commedia mancherebbero. E non Celestino V potrebbe certo stare tra gli atei.
7) Dante scrive “IL” gran rifiuto, con l’articolo determinativo e non “un” gran rifiuto, con l’articolo indeterminativo. “Il gran rifiuto” perché unico e irripetibile. Si allude infatti a Pilato, che si rifiutò di giudicare Gesú, rifiuto unico e irripetibile. Una rinuncia al papato si può sempre ripetere. E si è ripetuta infatti con Benedetto XVI.
8) Nella Commedia non si parla mai di Pilato (a parte una citazione a proposito di Filippo il Bello, definito “il Nuovo Pilato”, Canto XX del Purgatorio): è mai possibile che Dante si sia dimenticato di Pilato? Un personaggio ineludibile, tanto che lo si cita anche nel Credo. Mentre nell’opera non sono stati dimenticati altri personaggi del processo a Gesú, come, nel canto XXIII degli Ipocriti, i sacerdoti Anna e Caifa.
Ecco, sarebbe ora di rendere giustizia a un grande uomo, un grande santo, come Celestino V, e quindi anche a Dante stesso.
Amerigo Iannacone
Dall’articolo appare chiaro il suo punto di vista sulla questione ma, visto che Dante non lo ha esplicitamente detto,nessuno può essere sicuro al 100% né che si tratti di Ponzio Pilatoné che si tratti di san Pietro Celestino. Tanto che, riportiamo un aneddoto, alla fine del suo intervento orale del 2015 nella Biblioteca di Venafro “De Bellis – Pilla – Morra” (omesso poi nell’articolo) il professore Iannacone, con la sua caratteristica ironia e sorriso, concluse dicendo: «Io adesso vi ho esposto questa nuova ipotesi, strada non molto esplorata, ma ognuno di voi è libero di pensare liberamente che Dante si riferisca a Celestino V o a Pilato. Tanto o l’uno o l’altro, sempre di molisani si tratta!».
Amerigo Iannacone (Venafro, 17 maggio 1950 – Venafro, 12 luglio 2017) è stato uno scrittore, poeta, saggista, critico letterario ed esperantista italiano. Nato e cresciuto a Ceppagna, frazione di Venafro, ha affiancato all’attività letteraria quella di docente nelle scuole superiori, distinguendosi per il costante impegno nella promozione della cultura e della lingua italiana.
Nel 1986 fondò il mensile di letteratura e cultura Il Foglio Volante – La Flugfolio, rivista da lui diretta per oltre trent’anni, divenuta un importante punto di riferimento per numerosi autori italiani e stranieri. Collaborò inoltre con diverse testate culturali, pubblicando saggi, recensioni, poesie e interventi di critica letteraria.
Studioso della lingua internazionale Esperanto, contribuì in modo significativo alla sua diffusione attraverso traduzioni, pubblicazioni e iniziative culturali, ottenendo apprezzamenti anche in ambito internazionale.
Nel corso della sua carriera ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui due Premi della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la Critica Letteraria, a testimonianza del valore del suo lavoro di studioso e divulgatore.
Morì tragicamente il 12 luglio 2017, all’età di 67 anni, investito da un’automobile nel centro di Venafro. La sua scomparsa ha privato il panorama culturale italiano di una figura autorevole e appassionata, il cui contributo alla poesia, alla critica e alla diffusione della cultura continua ancora oggi a essere ricordato e valorizzato.
Aggiungi commento
Commenti