In ricordo di Amerigo Iannacone e delle sue riflessioni sul “gran rifiuto” nel III canto dell’Inferno dantesco

Pubblicato il 14 luglio 2026 alle ore 11:49

di Chiara Franchitti 

Nella circostanza del IX anno dalla morte del professore Amerigo Iannacone, riproponiamo un suo articolo che scrisse a settembre del 2015 (750° anniversario della nascita di Dante)mentre a Venafro si stava svolgendo un ciclo di LecturaeDantis sullInferno, da lui promosse (che nel 2021, in sua memoria, sono proseguite col Purgatorio, in occasione del VII centenario della morte del Sommo Poeta). Larticolo dal titolo Pilato e il gran rifiuto ha riscosso un notevole successo, tanto che nel corso del tempo è stato pubblicato in italiano su diverse testate e in esperanto su riviste specialistiche. Già pochi anni dopo la prima uscita larticolo di Iannacone era già diventato ormai un must del settore, un punto di riferimento per quello specifico argomento, tanto che nel 2021 quando Luigi Spetrillonel suo articolo, pubblicato su Freetopix.net, dal titolo La figura di Ponzio Pilato nella letteratura. Il più grave errore giudiziario della storia: la crocefissione di Gesù, parla delleventuale riferimento dantesco a Pilato, scrive testuali parole: «Sul punto si veda larticolo di Amerigo Iannacone Il gran rifiuto fu di Celestino V o di Ponzio Pilato?»Allora bado alle ciance e restituiamo subito la parola ad Amerigo Iannacone, perché è sempre un piacere e un onore tornare a leggere suoi scritti.

Pilato e il gran rifiuto

«Poscia chio vebbi alcun riconosciuto / vidi e conobbi lombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto.» scrive Dante nel terzo canto dellInferno, vv. 58-60.

Ma chi è luomo del «gran rifiuto»? Per sette secoli la maggior parte dei commentatori vi ha ravvisato Celestino V. E cosí per sette secoli è stata commessa uningiustizia se non uninfamia, perché sembra proprio che non si tratti di lui.

Giovanni Pascoli nel libro Sotto il velame. Saggio di uninterpretazione generale del poema sacro, pubblicato a Messina nel 1900, poi ristampato prima nel 1912, e poi nel 1952, sostiene che in realtà luomo del gran rifiuto è Ponzio Pilato.

Autori importanti hanno accolto la tesi che si tratti di Pilato. In particolare, Giovanni Iannucci, illustre dantista abruzzese, su quei due versi, «vidi e conobbi lombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» ha pubblicato cinque libri: Il gran rifiuto (Lumen Vitae, 1959/1961); Lombra di colui (Arcobaleno, 1969); Vidi e conobbi. Osservazioni su la Divina Commedia (Forni, 1970. pag. 230); Pilato lignavo - esegesi evangelico-dantesca (Forni, 1974); La dottrina che sasconde - nuova radicale indagine dantesca (Italica, 1980). I libri, esauriti, sono ormai reperibili in qualche biblioteca o in qualche libreria antiquaria.

A leggere i libri di Iannucci si finisce inevitabilmente per sposare la sua tesi. Provo a fare qualche considerazione.

1) Non è ammissibile una perfidia tale da parte di Dante da avergli fatto collocare allinferno Celestino V solo perché, – come alcuni sostengono – a causa della sua abdicazione, era salito al soglio pontificio Bonifacio VIII, che certo Dante non amava.

2) Dante dice «vidi e conobbi lombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto», non dice «vidi e riconobbi». Cioè: ebbe modo di conoscere. Ma già conosceva Celestino V e avrebbe dovuto scrivere “riconobbi”, come nel verso precedente dice «Poscia chio vebbi alcun riconosciuto».

3) È possibile parlare di “viltade” a proposito della rinuncia di Celestino V? In realtà egli dimostrò grande coraggio, sia opponendosi a una Chiesa secolarizzata, sia trasferendo il papato a Napoli. E anche tornando a fare leremita sul Monte Morrone, e rinunciando quindi a ogni privilegio.

4) Sembra anche che Dante abbia scritto quelle pagine dell“Inferno” nei primi anni del XIV sec. quando Celestino V era stato già beatificato – con il nome di San Pietro Celestino – e non è credibile che il Poeta, sempre in linea e rispettoso della Chiesa, collocasse allInferno un santo.

5) Quello di Celestino V non fu un “rifiuto”, ma caso mai una “rinuncia”. Rifiuto sarebbe stato se non avesse mai accettato lelezione a papa.

6) Gli ignavi sono gli sconosciuti di Dio, sono i miscredenti, sono gli atei e peccatori non battezzati di tutti i tempi. È il posto degli atei che non avendo avuto durante la loro esistenza speranza di vita in Dio, non hanno, per contrappasso, speranza di morte nel vestibolo. Altrimenti gli atei nella Commedia mancherebbero. E non Celestino V potrebbe certo stare tra gli atei.

7) Dante scrive “IL” gran rifiuto, con larticolo determinativo e non “un” gran rifiuto, con larticolo indeterminativo. “Il gran rifiuto” perché unico e irripetibile. Si allude infatti a Pilato, che si rifiutò di giudicare Gesú, rifiuto unico e irripetibile. Una rinuncia al papato si può sempre ripetere. E si è ripetuta infatti con Benedetto XVI.

8) Nella Commedia non si parla mai di Pilato (a parte una citazione a proposito di Filippo il Bello, definito “il Nuovo Pilato”, Canto XX del Purgatorio): è mai possibile che Dante si sia dimenticato di Pilato? Un personaggio ineludibile, tanto che lo si cita anche nel Credo. Mentre nellopera non sono stati dimenticati altri personaggi del processo a Gesú, come, nel canto XXIII degli Ipocriti, i sacerdoti Anna e Caifa.

Ecco, sarebbe ora di rendere giustizia a un grande uomo, un grande santo, come Celestino V, e quindi anche a Dante stesso.

Amerigo Iannacone 

 

Dall’articolo appare chiaro il suo punto di vista sulla questione ma, visto che Dante non lo ha esplicitamente detto,nessuno può essere sicuro al 100% né che si tratti di Ponzio Pilatoche si tratti di san Pietro Celestino. Tanto che, riportiamo un aneddoto, alla fine del suo intervento orale del 2015 nella Biblioteca di Venafro “De Bellis – Pilla – Morra” (omesso poi nellarticolo) il professore Iannacone, con la sua caratteristica ironia e sorriso, concluse dicendo: «Io adesso vi ho esposto questa nuova ipotesi, strada non molto esplorata, ma ognuno di voi è libero di pensare liberamente che Dante si riferisca a Celestino V o a Pilato. Tanto o luno o laltro, sempre di molisani si tratta!».

Amerigo Iannacone (Venafro, 17 maggio 1950 – Venafro, 12 luglio 2017) è stato uno scrittore, poeta, saggista, critico letterario ed esperantista italiano. Nato e cresciuto a Ceppagna, frazione di Venafro, ha affiancato all’attività letteraria quella di docente nelle scuole superiori, distinguendosi per il costante impegno nella promozione della cultura e della lingua italiana.

Nel 1986 fondò il mensile di letteratura e cultura Il Foglio Volante – La Flugfolio, rivista da lui diretta per oltre trent’anni, divenuta un importante punto di riferimento per numerosi autori italiani e stranieri. Collaborò inoltre con diverse testate culturali, pubblicando saggi, recensioni, poesie e interventi di critica letteraria.

Studioso della lingua internazionale Esperanto, contribuì in modo significativo alla sua diffusione attraverso traduzioni, pubblicazioni e iniziative culturali, ottenendo apprezzamenti anche in ambito internazionale.

Nel corso della sua carriera ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui due Premi della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la Critica Letteraria, a testimonianza del valore del suo lavoro di studioso e divulgatore.

Morì tragicamente il 12 luglio 2017, all’età di 67 anni, investito da un’automobile nel centro di Venafro. La sua scomparsa ha privato il panorama culturale italiano di una figura autorevole e appassionata, il cui contributo alla poesia, alla critica e alla diffusione della cultura continua ancora oggi a essere ricordato e valorizzato.

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