di Roberto Alicandri
Dopo la vittoria di Ennio Flaiano con Tempo di uccidere, il secondo Premio Strega fu assegnato nel 1948 a Vincenzo Cardarelli per Villa Tarantola. Una scelta importante, perché premiava un’opera lontana dalla struttura del romanzo classico e fondata soprattutto sulla memoria, sulla qualità della scrittura e sulla capacità di trasformare una vicenda personale in esperienza universale.
Villa Tarantola, infatti, non racconta una storia lineare, con un intreccio e dei personaggi che si muovono verso una conclusione. Il volume è composto da otto prose autobiografiche nelle quali Cardarelli ripercorre la propria formazione da autodidatta, gli anni della giovinezza, i primi passi nel mondo del giornalismo e della letteratura, gli incontri decisivi e i sentimenti che hanno segnato la sua vita.
Al centro del libro ci sono soprattutto Tarquinia, città natale dello scrittore, e Roma, luogo della maturità e dell’avventura intellettuale. Cardarelli ritorna con la memoria ai paesaggi dell’infanzia, alle strade percorse da ragazzo, alle figure incontrate e alle inquietudini di chi sente presto il bisogno di allontanarsi dal proprio paese. Villa Tarantola, la costruzione misteriosa che affascinava lo scrittore da bambino, diventa così molto più di un luogo reale: rappresenta il richiamo dell’ignoto, della solitudine e di un mondo osservato da lontano, prima ancora di poterlo comprendere pienamente.
Il vero protagonista del libro è quindi il tempo. Cardarelli non si limita a ricordare ciò che è accaduto, ma guarda alla propria giovinezza con gli occhi dell’uomo adulto. Gli episodi del passato riemergono trasformati dalla distanza, quasi avvolti da una luce favolosa. Sono ricordi custoditi per anni e poi restituiti attraverso una prosa controllata, limpida e profondamente poetica. La stessa motivazione del Premio Strega sottolineava il carattere confidenziale dell’opera e il valore degli incontri e delle esperienze giovanili nella formazione dell’uomo.
La forza di Villa Tarantola non risiede dunque nell’azione, ma nello sguardo. Cardarelli riesce a trasformare un paesaggio, una strada o una presenza appena intravista in una riflessione sull’esistenza. La sua autobiografia non diventa mai confessione rumorosa o compiacimento personale. Tutto è filtrato attraverso una lingua misurata, elegante, priva di eccessi.
In questa scrittura si riconosce pienamente la poetica di Cardarelli: un autobiografismo interiore e allusivo, nel quale luoghi, stagioni e paesi diventano immagini dell’anima. Il passato non viene ricostruito con precisione documentaria, ma evocato. Ciò che conta non è soltanto quello che è accaduto, ma la traccia che quell’esperienza ha lasciato nella coscienza.
La vittoria del 1948 testimonia anche il coraggio culturale delle prime edizioni del Premio Strega. Tra i concorrenti figuravano autori e opere di grande rilievo, come Anna Banti con Artemisia, Aldo Palazzeschi con I fratelli Cuccoli e Cesare Pavese con Il compagno. Premiare Cardarelli significava riconoscere il valore di un libro poco incline al facile successo, costruito sulla lentezza, sulla memoria e sulla ricerca stilistica.
Villa Tarantola chiede infatti al lettore attenzione. Non offre colpi di scena né una trama avvincente nel senso più comune del termine. La sua bellezza nasce dalle sfumature, dal ritmo delle frasi, dal continuo passaggio tra il paesaggio esterno e quello interiore. È proprio questa apparente semplicità a rendere il libro difficile da imitare: dietro ogni pagina si avverte un lungo lavoro sulla lingua e un controllo rigoroso dell’emozione.
Il secondo Premio Strega premiò così un’opera nella quale la letteratura non aveva bisogno di effetti spettacolari. Bastavano una villa misteriosa, un paese osservato da lontano, alcuni ricordi di giovinezza e la voce di uno scrittore capace di dare forma al tempo perduto. Con Villa Tarantola, Cardarelli dimostrò che anche una memoria privata può diventare grande letteratura quando riesce a parlare della solitudine, della crescita e del difficile rapporto tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati.
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