Focus di approfondimento a partire da Quando il pensiero trovò respiro tra le parole. Gli amanuensi irlandesi che inventarono lo spazio di Roberto Alicandri del 27 maggio 2026

Pubblicato il 12 luglio 2026 alle ore 22:40

di Chiara Franchitti 

1. Le abbreviature latine

La scriptio continua è stata la norma nell'antichità greca e romana fino all'inizio del Medioevo. La scrittura senza una separazione sistematica delle parole rimase in uso, con forti differenze regionali, durante l’alto Medioevo. Tra i principali supporti scrittori vi era la pergamena, ricavata dalle pelli di animali (pecora, capra o vitello). Di per sé era un materiale di altissima qualità, molto resistente e che consentiva la possibilità di scrittura sia sul dritto che sul verso. Di contro però i costi di un singolo volume risultavano molto elevati, sia per il trattamento e la lavorazione che doveva subire la pelle prima di diventare foglio da scrittura sia perché in definitiva da una pelle si ricavavano normalmente pochissimi fogli, per cui un volume poteva richiedere numerose pelli e perciò si cercava comprensibilmente di limitare gli sprechi. O meglio, accanto alla pratica comune della scriptio continua era diffusissimo un fitto sistema di abbreviaturedelle parole per risparmiare spazio e rendere più spedita la scrittura.

Così come per gli sms degli anni ’90 (anche in questo caso per questioni di “risparmio”) si era soliti scrivere tvb (ti voglio bene), grz (grazie), scs (scusa), x (per) xkè (perchè), msg (messaggio), qlc (qualcuno), qls (qualcosa), nn (non), x (bacio)… allo stesso modo nel Medioevo si scriveva sps (Spiritus), dno (Domino), pat(pater), nom (nomen), p (per), n (non), nih (nihil), nri (nostri), tam(tamen), qd (quod)... Tra l’altro per le abbreviature latine, laddove se ne trovavano all’interno di un testo, venivano segnalate da appositi segni grafici che ne indicavano la presenza.

Ma la faccenda non è così facile e sfiziosa come potrebbe apparire perché le abbreviature latine sono di vario tipo. Ne troviamo numerose nei testi e nelle iscrizioni latine, a cui si aggiungonoabbondanti abbreviature in uso nel latino ecclesiastico e umanistico, con i rispettivi scioglimenti. Esiste una vera e propria materia, la paleografia latina e medievale che include tra l’altro lo studio delle abbreviature, fondamentale per decifrare i manoscritti.Questo vuol dire che prima di poter tradurre un manoscritto latino, bisogna saperlo decifrare. E per poterlo decifrare bisogna, oltre a conoscere il latino per sapere come e dove separare le parole,riconoscere le lettere, i singoli caratteri, nei vari stili di scrittura (ad esempio carolina, beneventana, gotica, corsiva nuova, mercantesca, cancelleresca, onciale, umanistica). Fatto ciò bisogna poi sciogliere le abbreviature, operazione per cui esistono veri e propri dizionari di supporto. E solo a quel punto si può leggere e poi tradurre. Ma il discorso vale anche per i testi in volgare. Non è che se un manoscritto in mercantesca o in umanistica sia scritto in volgare italiano sia facilmente leggibile (prima che comprensibile) per tutti immediatamente.

Ma tornando alle abbreviature, esse si basano su regole precise, suddivise principalmente in base alla posizione nella parola.Esistono ad esempio abbreviature per troncamento o sospensione: si scrive l’inizio della parola ponendo un segno grafico sopra di esse (ad indicare che in quel punto è presente un’abbreviatura) e se ne omette la parte finale. Esempio: \(Kal.\) per Kalendae, \(Dr.\) per Drachma. Abbreviature per contrazione (inizio e fine parola):si conservano solo le lettere iniziali e finali (o le più importanti), inserendo un segno di abbreviatura. Esempio: \(eps\) per episcopus (vescovo), \(pbr\) per presbyter (prete). Segni generali di abbreviatura: il titulus: una linea orizzontale o ondulata sopra una vocale, indicava la caduta di una \(m\) o di una \(n\). Esempio: \(\) per tam, \(\) per non. La Linea traversata: un taglio su una consonante (es. \(p\) con barra) indicava l'aggiunta di per, par o por. Lettere sovrapposte: una piccola lettera scritta sopra il rigo indicava le lettere mancanti. Esempio: \(m^{o}\) per modo.Abbreviature con significato specifico (fine parola): la desinenza della parola veniva spesso sostituita da simboli specifici a fine rigo. Il segno simile a un \(9\) o una virgola a fine parola stava per -us o -et (Es. \(Omnib9\) per Omnibus). Il segno simile al numero \(7\) (o a un punto e virgola) sostituiva la particella enclitica -que(es. \(atq7\) per atque) o la congiunzione et. Questi sono solo alcuni esempi, pochi e incompleti, per rendere l‘idea della complessità, ma anche del fascino del mondo della scrittura nei manoscritti. Certo, non proprio come cambiare una font all'ultimo secondo con un clic!

 

2. I manoscritti miniati irlandesi

Negli antichi manoscritti medievali, la scriptio continua, gli stili di scrittura e le abbreviature non erano gli unici ostacoli per una lettura fluida. Le diverse scritture infatti si evolvevano per rispondere alle esigenze più varie. Vi proponiamo una storia molto affascinante ambientata prevalentemente in Irlanda.

Nei manoscritti miniati irlandesi (stile iberno-sassone), l'iconografia cristiana si fonde con la complessa eredità celtica. Le figure zoomorfe, i mostri e gli intrecci non sono mere decorazioni, ma rappresentazioni teologiche del creato divino e della lotta tra il bene e il male. Caratteristiche di questi manoscritti sono la costante presenza del repertorio zoomorfo, gli intrecci e i bestiarisimbolici in senso cristiano o cristianizzato.

Le decorazioni fatte di linee curve, ispirate a un'antica tradizione artistica di origine celtica (nota come stile La Tène), riempiono o completano la forma delle iniziali, rendendole meno nette e più fluide. Le estremità delle lettere si trasformano spesso in spirali che sembrano avvolgersi e svolgersi senza fine, dando l'impressione di un movimento continuo. Lo sguardo finisce così per perdersi in un intreccio di forme che invita a osservare più che a leggere, interrompendo il normale scorrere del testo.

Una delle caratteristiche principali dei capolavori insulari come il Book of Kells e i Lindisfarne Gospels è l'uso di motivi zoomorfi e fitomorfi. I corpi allungati e stilizzati di serpenti, cani, uccelli e leoni vengono intrecciati per formare nodi complessi. Nel simbolismo cristiano gli animali assumono significati sacri. Ad esempio, l’agnello può simboleggiare Cristo e il suo sacrificio o la colomba, simbolo di pace e riconciliazione, lo Spirito Santo, ma anche il serpente può rappresentare il male o la tentazione, il pavone può richiamare l’incorruttibilità e la Resurrezione o ancora il pesce (ἰχθύς), acrostico segreto per indicare Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”, il pellicano può diventare simbolo della Passione di Cristo e dell'Eucaristia o il cervo dell'anima che anela a Dio.

A tutti questi aspetti già di per sé particolari e suggestivi si aggiunge un discorso a parte, ma pienamente correlato sull'Altrove celtico: questa enfasi sugli animali infatti deriva direttamente dall'animismo e dal paganesimo celtico, dove il mondo naturale e soprannaturale erano inestricabilmente legati.Inoltre il folklore irlandese è celebre per il Piccolo Popolo (Aos), tra cui fate, folletti, leprechaun e altre entità. Nei manoscritti medievali cristiani, queste figure subiscono una rielaborazione, per cui troviamo angeli, demoni e ibridi. Sebbene non vi siano "elfi" o "gnomi" nel senso moderno e fiabesco, i margini dei manoscritti sono popolati da ibridi uomo-animale (chimere o grottesche). Gli artisti-monaci erano profondamente radicati nella tradizione orale celtica, svolgendo sì da un lato la loro missione di evangelizzazione, ma trovando un modo per garantire allo stesso modo la sopravvivenza del mito. Creature mitologiche come i fomoriani (popolo di semidei) e gli spiriti della natura venivano talvolta rielaborati allegoricamente come tentazioni demoniache o presenze misteriose per ammonire o intrattenere il lettore. Nel Basso Medioevo, questa tendenza a popolare gli spazi bianchi si esprimerà nei cosiddetti marginalia, pieni di umorismo, parodie religiose e creature fantastiche. L'arte celtica continentale e insulare è stata riletta in chiave cristiana. I mostri e le figure zoomorfe celebrano la magnificenza della Creazione di Dio, anche negli aspetti più oscuri e bizzarri della natura. Questo singolarefenomeno di integrazione e accoglienza non è si è verificatoovunque, né in passato né a dire il vero nel tempo presente laddove sono avvenuti incontri tra popoli, culture, lingue, etnie,tradizioni e fedi diverse.

C'è poi un altro elemento importante da considerare. La riscoperta delle decorazioni di tradizione celtica e, più tardi, di quelle ispirate agli animali tipiche dell'arte germanica portò nei manoscritti un linguaggio decorativo nato non nei libri, ma nella lavorazione dei metalli, soprattutto nell'oreficeria. Anche se gli artisti delle isole britanniche mettevano ormai il loro talento al servizio della Chiesa e lavoravano sulla pergamena anziché sul metallo, il loro modo di concepire la bellezza era rimasto lo stesso. La pagina bianca diventava per loro ciò che una spada, un gioiello o un calice erano stati per un orafo: una superficie da riempire e trasformare con motivi ornamentali sempre più ricchi e complessi. Per questo tendevano a occupare ogni spazio disponibile, dando vita a pagine fitte di intrecci, spirali e decorazioni che sembrano non lasciare mai un angolo vuoto.

Volendo tentare una sintesi, se non altro dell’aspetto più rilevantedi questo discorso di per sé molto complesso, non va mai dimenticato che quando i monaci amanuensi cristiani arrivarono nelle isole britanniche, si trovarono davanti a una sfida enorme: come trasmettere la Parola di Dio a popolazioni che non conoscevano il latino e che erano cresciute con tradizioni e credenze completamente diverse?

Prima ancora delle parole, parlarono le immagini.

Per far comprendere che quei manoscritti non erano libri qualunque, ma custodivano qualcosa di sacro, gli amanuensi trasformarono ogni codice in un oggetto di meraviglia. Le spettacolari pagine a tappeto che introducono i quattro Vangeli, le iniziali monumentali e riccamente decorate e, soprattutto, il celebre monogramma XP (Chi-Rho) – le prime due lettere greche del nome di Cristo – diventavano autentiche opere d'arte. Chi sfogliava quei manoscritti si trovava davanti a un universo di intrecci, spirali, colori vivissimi e minuscoli dettagli che sembravano non avere fine. Lo sguardo si perdeva in illusioni ottiche e motivi ornamentali costruiti con una precisione straordinaria. Anche senza riuscire a leggere una sola parola, era impossibile non percepire che quel libro apparteneva a una dimensione diversa o amplificata e arricchita rispetto a quella quotidiana. La bellezza della miniatura diventava così il primo linguaggio della fede. Prima ancora di comprendere il testo, chi osservava quelle pagine intuiva di trovarsi davanti a qualcosa di eccezionale: non un semplice manoscritto, ma un oggetto che rendeva visibile la presenza del divino e preparava l'incontro con la Parola di Dio.

È curioso, infine, osservare che molti motivi oggi percepiti come genericamente “celtici”, e riprodotti su tatuaggi e souvenir, sono stati trasmessi e resi celebri anche dai manoscritti cristiani insulari. Del resto tra i simboli più caratteristici che saltano alla mente pensando oggi all’Irlanda senza dubbio ricopre un posto d’onore il trifoglio, spesso sul cappello o tra le mani di un folletto. Ma anche in questo caso il simbolo è di probabile origine cristiana, essendo infatti debitore per la sua fortuna a san Patrizio, patrono d'Irlanda. La leggenda narra che nel V secolo il santo avrebbe usato questa pianta a tre foglie per spiegare il concetto della Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo) ai pagani e il numero tre era già considerato sacro anche nella cultura celtica. Ma questa è un’altra storia!

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