di Bruno Marfé
Sotto la scrittura che vediamo, ce n'è sempre un'altra. Angelo Mai lo sapeva meglio di chiunque: passò la vita a piegarsi sulle pergamene medievali cercando, sotto le lettere visibili, l'ombra di un testo più antico che qualcuno aveva provato a cancellare. Il suo nome, oggi, è tornato nelle cronache per un teatro romano sotto sequestro — e viene da chiedersi se anche gli spazi, come le pergamene, portino scritture sovrapposte che la burocrazia prova a raschiare via.
Il teatro Angelo Mai di Roma, recentemente colpito da un provvedimento di sequestro preventivo per presunte carenze di sicurezza, porta un nome che richiama le radici più profonde della cultura italiana. Spesso, nel frenetico confronto tra burocrazia e gestione degli spazi sociali, si dimentica l'identità dell'uomo che battezza questo laboratorio: Angelo Mai (1782-1854), una delle figure più illustri della filologia ottocentesca, che dedicò la vita a restituire al mondo tesori letterari perduti.
Cardinale e bibliotecario vaticano, Mai è celebre per aver lavorato sui palinsesti. Il termine, oggi entrato nel linguaggio quotidiano per indicare la programmazione radio-televisiva, ha origini molto più antiche — e più letterali. Viene dal greco palin ("di nuovo, ancora una volta") e psēstós (dal verbo psáō, "raschiare, levigare"): significa dunque "raschiato di nuovo". Non è un conio moderno applicato retroattivamente al fenomeno: era già, nell'antichità, il nome della pergamena riutilizzata. La parola porta in sé, da sempre, l'idea di una cancellazione e di un ritorno — esattamente il gesto che Mai avrebbe compiuto in direzione opposta, riportando alla luce ciò che si era tentato di far sparire.
Nel Medioevo, la pergamena era un materiale prezioso e veniva spesso raschiata per cancellare testi classici e scrivervi sopra nuove opere religiose. Mai, con pazienza certosina, agì come un detective della carta: utilizzando reagenti o l'occhio allenato, riusciva a decifrare le ombre e le tracce latenti di quelle scritture sepolte, facendo riemergere opere fondamentali, come il De Republica di Cicerone, strappandole all'oblio dei secoli.
A questo insigne studioso Giacomo Leopardi dedicò nel 1820 la sua celebre canzone Ad Angelo Mai. La scelta della forma metrica della "canzone" non è casuale: si tratta della struttura più solenne della tradizione poetica italiana, utilizzata da Leopardi per elevare il discorso privato a riflessione civile. La canzone, composta da strofe articolate e congedo finale, è il veicolo perfetto per un dialogo tra intellettuale e storia, un modo per parlare a voce alta contro il silenzio. Leopardi scriveva:
Italo ardita su la via del vero
non guasta il tempo, e di virtù la spoglia
dell'antico valor, che il mondo oblia,
tu ritrovi, o Mai; tu queste carte
volgi, e i segreti del saper disveli,
che la morte involò, che il tempo asconde.
[...]
O di secoli oscuri, o di futuro
parlatore, o scopritor d'antichi lumi,
o d'eroi risvegliator; che mai, che pensi?
Questi son tempi, in cui la vita è morta?
o, se pur vive, è di virtù sì scarca,
che ben pare ed è spenta?
Oggi, il richiamo a questo nome assume una risonanza nuova. La vicenda del teatro romano, sospesa tra le maglie della burocrazia e la necessità di uno spazio vitale di espressione, riflette una tensione strutturale che attraversa le metropoli italiane. Da Roma a Napoli, dove l'esperienza dei Beni Comuni ha tentato di tracciare una strada alternativa, si scontra una visione di città che fatica a riconoscere l'ibridazione tra presidio culturale e spazio pubblico.
Se la burocrazia moderna agisce, metaforicamente, come quegli antichi amanuensi che raschiavano via il testo originale per far spazio a un nuovo ordine, la battaglia di chi anima l'Angelo Mai si pone come un atto di difesa della memoria. Proprio come i palinsesti di Mai, gli spazi culturali sono stratificazioni di storie, lotte e relazioni umane che vanno protette.
Mai non restaurava il passato per nostalgia: lo restituiva perché un testo perduto è un pensiero che il presente non può permettersi di perdere. Forse la domanda da porsi, oggi, non è se l'Angelo Mai di Roma rispetti le norme, ma se sappiamo ancora leggere, sotto la superficie di un sequestro amministrativo, la scrittura più antica che vi è custodita.
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