La voce del mare, il canto dell'umanità: una staffetta di sensibilità su Partiture Letterarie

Pubblicato il 7 luglio 2026 alle ore 12:36

di Bruno Marfé

La letteratura, quando è autentica, non si limita a raccontare il mondo: accende dialoghi imprevisti e fa risuonare corde profonde. Lo abbiamo visto di recente su queste pagine, con la pubblicazione del racconto inedito di Gabriella Marfé, Il prezzo del mare[https://www.partitureletterarie.it/racconti-inediti/3261267_il-prezzo-del-mare-di-gabriella-marfe], e subito dopo con l'articolo di riflessione Quando la letteratura prende il largo: il metodo Partiture Letterarie fa centro[https://www.partitureletterarie.it/articoli/3261779_quando-la-letteratura-prende-il-largo-il-metodo-partiture-letterarie-fa-centro].

Proprio sull'onda di questo percorso e di queste suggestioni, il saggista e scrittore Vittorio Russo ha voluto condividere con noi un suo testo prezioso, scritto tempo fa ma straordinariamente vicino, per temi e urgenza emotiva, alle atmosfere del racconto di Gabriella.

Con Canto del fuggiasco, Russo ci regala un affresco in versi potente e doloroso. È il viaggio di un ragazzo di tredici anni, una rotta che attraversa la sferza del deserto, l'orrore dei reticolati e l'abisso di un mare che si fa, drammaticamente, "sepolcro generoso" di fronte all'egoismo umano. Una poesia che vi proponiamo oggi non solo per la sua indiscutibile forza lirica, ma come ideale prosecuzione di un cammino comune in cui la parola scritta si fa custode del diritto alla vita.

 

Canto del fuggiasco

Dedicato a chi crede nel diritto alla vita…

 

Lasciai il mio villaggio tra le sabbie a tredici anni

Solo vestito di un brandello di camicia

Il cuore ingombro di speranza e di fiducia

Io della vita non intendevo ancor tutti gli affanni

Ché a tredici anni non si conoscono gli inganni

 

Solo il pianto di mia madre muta

Nel ricordo che portavo in petto

La nostalgia già forte di ogni affetto

Ma la voglia di partire era assoluta

Ero ignaro di andar fra gente bruta

 

Giorni di sabbia di poca acqua e miglio

Sempre in cammino con tanti sconosciuti

Sotto la sferza del sole ad avanzar cocciuti

Sognando un suolo che m’avrebbe eletto figlio

Questo di tutti i sogni il mio bagaglio

 

E dopo mesi di arsura di febbre e di piaghe

Dormendo con un sasso sotto il collo

Nelle notti solo l’ulular dello sciacallo

Nella carne il morso delle sanguisughe

E nelle orecchie l’urlo delle streghe

 

Giungemmo infine a un campo spinato

Non contai più i giorni e le mie pene

I colpi di frusta di aguzzini con il cuor di iene

Le violenze schifose su un corpo assassinato

Sopportai tutto credendo che sarei rinato

 

E quando per la prima volta vidi il mare

Ne toccai l’acqua azzurra ed era sale

Credetti fosse cosa artificiale

Presto pensai avrei bevuto acque chiare

Quelle che la sete sanno placare

 

Su uno scafo floscio con cento persone

Partimmo sull’onda nera di nascosto

L’occhio sbarrato anche se di percosse pesto

Per giorni al sole e nella disperazione

Ci condannava ormai la maledizione

 

Le folgori del cielo spezzaron la carena

Negli occhi mi si scolpì il terrore

Nelle carni ormai l'orrore di chi muore

E ricordai il pianto muto come cantilena

Di mia madre lontana quasi canto di sirena

 

Ci videro affogar da scafi grigi

Uomini crudi che credemmo giusti

Ma governati da leggi di egoisti

E regole torve di vili ingranaggi

Esteriormente umani ma dentro selvaggi

 

M’accogliesti nel tuo sale abisso pietoso

Di tutte le creature la più onesta

Senza chiedere prezzo per risposta

Mi abbracciasti col tuo flutto premuroso

Io ti son grato mare sepolcro generoso.

 

vr 14 giugno 2018

 

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