di Bruno Marfé
La letteratura, quando è autentica, non si limita a raccontare il mondo: accende dialoghi imprevisti e fa risuonare corde profonde. Lo abbiamo visto di recente su queste pagine, con la pubblicazione del racconto inedito di Gabriella Marfé, Il prezzo del mare[https://www.partitureletterarie.it/racconti-inediti/3261267_il-prezzo-del-mare-di-gabriella-marfe], e subito dopo con l'articolo di riflessione Quando la letteratura prende il largo: il metodo Partiture Letterarie fa centro[https://www.partitureletterarie.it/articoli/3261779_quando-la-letteratura-prende-il-largo-il-metodo-partiture-letterarie-fa-centro].
Proprio sull'onda di questo percorso e di queste suggestioni, il saggista e scrittore Vittorio Russo ha voluto condividere con noi un suo testo prezioso, scritto tempo fa ma straordinariamente vicino, per temi e urgenza emotiva, alle atmosfere del racconto di Gabriella.
Con Canto del fuggiasco, Russo ci regala un affresco in versi potente e doloroso. È il viaggio di un ragazzo di tredici anni, una rotta che attraversa la sferza del deserto, l'orrore dei reticolati e l'abisso di un mare che si fa, drammaticamente, "sepolcro generoso" di fronte all'egoismo umano. Una poesia che vi proponiamo oggi non solo per la sua indiscutibile forza lirica, ma come ideale prosecuzione di un cammino comune in cui la parola scritta si fa custode del diritto alla vita.
Canto del fuggiasco
Dedicato a chi crede nel diritto alla vita…
Lasciai il mio villaggio tra le sabbie a tredici anni
Solo vestito di un brandello di camicia
Il cuore ingombro di speranza e di fiducia
Io della vita non intendevo ancor tutti gli affanni
Ché a tredici anni non si conoscono gli inganni
Solo il pianto di mia madre muta
Nel ricordo che portavo in petto
La nostalgia già forte di ogni affetto
Ma la voglia di partire era assoluta
Ero ignaro di andar fra gente bruta
Giorni di sabbia di poca acqua e miglio
Sempre in cammino con tanti sconosciuti
Sotto la sferza del sole ad avanzar cocciuti
Sognando un suolo che m’avrebbe eletto figlio
Questo di tutti i sogni il mio bagaglio
E dopo mesi di arsura di febbre e di piaghe
Dormendo con un sasso sotto il collo
Nelle notti solo l’ulular dello sciacallo
Nella carne il morso delle sanguisughe
E nelle orecchie l’urlo delle streghe
Giungemmo infine a un campo spinato
Non contai più i giorni e le mie pene
I colpi di frusta di aguzzini con il cuor di iene
Le violenze schifose su un corpo assassinato
Sopportai tutto credendo che sarei rinato
E quando per la prima volta vidi il mare
Ne toccai l’acqua azzurra ed era sale
Credetti fosse cosa artificiale
Presto pensai avrei bevuto acque chiare
Quelle che la sete sanno placare
Su uno scafo floscio con cento persone
Partimmo sull’onda nera di nascosto
L’occhio sbarrato anche se di percosse pesto
Per giorni al sole e nella disperazione
Ci condannava ormai la maledizione
Le folgori del cielo spezzaron la carena
Negli occhi mi si scolpì il terrore
Nelle carni ormai l'orrore di chi muore
E ricordai il pianto muto come cantilena
Di mia madre lontana quasi canto di sirena
Ci videro affogar da scafi grigi
Uomini crudi che credemmo giusti
Ma governati da leggi di egoisti
E regole torve di vili ingranaggi
Esteriormente umani ma dentro selvaggi
M’accogliesti nel tuo sale abisso pietoso
Di tutte le creature la più onesta
Senza chiedere prezzo per risposta
Mi abbracciasti col tuo flutto premuroso
Io ti son grato mare sepolcro generoso.
vr 14 giugno 2018
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