di Roberto Alicandri
Una delle caratteristiche più evidenti e, forse, più preoccupanti del nostro tempo è la progressiva scomparsa della capacità di dialogare. Non si tratta semplicemente di un impoverimento del linguaggio o delle forme della comunicazione, ma di una trasformazione più profonda, che investe il modo stesso in cui gli individui percepiscono sé stessi e gli altri.
Oggi appare sempre più difficile esprimere un’opinione diversa, un gusto personale o una valutazione critica senza che questa venga interpretata come un’offesa, un attacco o una dichiarazione di ostilità. Il confronto, che dovrebbe essere il fondamento di ogni società democratica e di ogni comunità umana matura, viene frequentemente sostituito dalla contrapposizione, dalla polarizzazione e dalla logica della tifoseria. Questo fenomeno attraversa ormai ogni ambito della vita sociale. Accade nella cultura, dove il dissenso estetico viene vissuto come un’aggressione personale; accade nello sport, dove la passione si trasforma spesso in appartenenza assoluta; accade nella politica, dove il confronto tra idee lascia spazio allo scontro tra identità contrapposte; e accade persino negli ambienti religiosi e comunitari, dove si finisce talvolta per schierarsi con persone, gruppi o sensibilità diverse con la stessa logica con cui si sostiene una squadra.
Già negli anni Sessanta, il sociologo canadese Marshall McLuhan aveva intuito come i mezzi di comunicazione avrebbero profondamente modificato non soltanto il modo di trasmettere informazioni, ma anche il modo di pensare e di relazionarsi. Più recentemente, il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman ha descritto una società caratterizzata dalla fragilità dei legami e dalla crescente difficoltà di costruire relazioni autentiche e durature, in cui anche il confronto con l’altro diventa sempre più problematico.
Il filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas ha fondato gran parte della propria riflessione sull’importanza dell’agire comunicativo, cioè sulla necessità che le società democratiche si fondino sul dialogo razionale e sul riconoscimento reciproco. Quando questa dimensione viene meno, la convivenza civile si impoverisce e la comunicazione si riduce a una semplice affermazione di sé.
Alla radice di questa crisi sembra esserci una crescente identificazione tra la propria persona e le proprie preferenze. Non si accetta più che qualcuno possa avere gusti, idee o convinzioni differenti, perché ogni divergenza viene vissuta come una messa in discussione della propria identità. Come aveva già osservato il sociologo americano Christopher Lasch, la società contemporanea tende a favorire forme di narcisismo culturale che rendono sempre più difficile il confronto autentico con l’altro.
Eppure, la vera maturità culturale e umana non consiste nell’essere circondati da persone che condividono sempre le nostre idee, i nostri gusti o le nostre convinzioni. Consiste, piuttosto, nella capacità di riconoscere la legittimità del dissenso, di accettare il confronto e di comprendere che la pluralità delle opinioni non rappresenta una minaccia, ma una ricchezza.
Una delle più grandi fragilità del nostro tempo è proprio questa: aver smarrito la consapevolezza che il dialogo non nasce dall’uniformità, ma dalla capacità di convivere con la differenza. E quando una società perde la capacità di ascoltare chi la pensa diversamente, rischia di perdere, insieme al dialogo, anche una parte essenziale della propria umanità.
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Commenti
Dovremmo andare tutti a scuola di umiltà oppure provare a lodare l’interlocutore mettendo in luce quanto di condivisibile dice.