Utopie e distopie.

Pubblicato il 2 luglio 2026 alle ore 07:58

di Francesco Schiavone 

All'inizio degli anni 40 Walter Benjamin, nelle Tesi di filosofia della storia, commentava l'Angelus Novus, da lui ribattezzato angelo della storia, dipinto nel 1920 da Paul Klee dicendo: -L'angelo della storia ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta-.  Il dipinto di Klee può essere guardato oggi, come allora, da diverse angolazioni, ognuna delle quali apre una porta su un futuro diverso, all'epoca, alle soglie della Seconda guerra mondiale, per un pensatore di origine ebraica come il filosofo tedesco, il futuro appariva come oscuro e carico di presagi negativi, ma non poteva in ogni caso non fargli pronunciare la celebre frase: - tocca al futuro-. La tempesta che il progresso avrebbe generato venne descritta e immaginata da molti scrittori dell'epoca influenzati dal pensiero di Benjamin e di altri filosofi che discutevano su questo tema ma sempre raccontata tenendo presente quello a cui cinquecento anni prima Tommaso Moro diede il nome di Utopia ovvero al millenario sogno umano di tornare in paradiso o di instaurare il Cielo sulla Terra.  A partire da Moro, le aspettative di felicità dell'uomo sono state sempre legate a un determinato topos (un luogo stabilito, una polis, una grande città, uno Stato sovrano, tutti retti da un re saggio e benevolo). Nel 1602 il calabrese Tommaso Campanella aveva trentaquattro anni e si trovava in prigione da tre, infatti, nel 1599, una congiura antispagnola di cui si era fatto promotore era stata scoperta e per lui aveva avuto inizio un periodo di processi e di torture conclusosi con la condanna al carcere a vita; soltanto una straordinaria capacità di fingersi pazzo per ben ventisette anni gli eviterà di essere giustiziato. Per altro, questo frate, entrato quindicenne fra i domenicani, non era nuovo ai processi: un carattere inquieto, un’esorbitante brama di sapere, un’acuta insofferenza alla disciplina monastica gli avevano già procurato sofferenze e difficoltà; ora, però, la durata della pena non gli lasciava molte speranze.
Ma egli non si dette per vinto, e proprio nel 1602 scrisse la sua opera più nota, La Città del sole, capolavoro della letteratura utopistico e testimonianza eloquente dello spirito e del pensiero di Campanella.
Città del sole è mosso da una incontrollata voglia di rinnovamento, da un desiderio di rinascita che sempre fu presente nel cuore del filosofo calabrese, Campanella avrebbe voluto cambiare il mondo:-Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia- si legge in un suo sonetto - e conceda la propria vita come una grande missione profetica e liberatrice-. Campanella ricorre a un classico artificio e fa riferimento all’esistenza di un piccolo stato felice, situato in un’isola del mare della Sonda. Si tratta di una città costituita da fabbricati saldati fra loro a formare cerchi concentrici; al centro è situata una piazza con un tempio immenso, lì dove gli abitanti tributano il culto al Sole, immagine di un Dio che irradia vita e calore.
La città viene gestita attraverso un sistema comunistico ed egualitario, non esiste la famiglia, ma un’unica grande comunità che si identifica con lo Stato stesso, al quale è demandato il compito dell’educazione dei giovani. Al vertice sta un triumvirato tre personaggi chiamati Potenza, Sapienza e Amore, al di sopra del quale vi è un magistrato supremo, il capo dello Stato, denominato Metafisico, depositario del vero sapere, la cui figura ricorda da vicino l’ideale del fìlosofo-re descritto da Platone nella Repubblica. Tutta la vita della città si svolge in un clima di operosa concordia e di pacifica fraternità.
La religione professata nella città è una sorta di deismo privo di dogmi che prevede alcune pratiche devote: preghiere individuali e collettive, l’espiazione comunitaria affidata ad alcuni volontari che si assoggettano a un’ascesi particolare, la confessione pubblica e anonima dei peccati, la cremazione dei cadaveri.
Alle soglie dell' Novecento invece negli Stati Uniti, Edward Bellamy pubblicò in una nazione giovane come quella statunitense una nuova utopia legata al pensiero di Moro e che ripercorreva la strada di Tommaso Campanella, Looking backward, 2000-1887.

 Quello di Bellamy è un romanzo fantascientifico utopico che venne tradotto in italiano a partire dal 1890 in varie edizioni, anche coi titoli Nell'anno 2000. Racconto americano, L'avvenire!?, Uno sguardo dal 2000, Le versioni distanti.

Ercic Fromm nel 1960 lo definì uno dei più notevoli libri mai pubblicati in America. Fu il terzo romanzo più venduto del suo tempo, dopo La capanna dello Zio Tom e Ben-Hur (il quarto libro, includendo la Bibbia). Influenzò un gran numero di intellettuali ed è stato citato in molti dei principali scritti marxisti. Fromm scrisse: - è uno dei pochi libri mai pubblicati che hanno creato quasi subito al suo apparire un movimento politico di massa -. Nei soli Stati Uniti sorsero oltre 162 Bellamy Club per discutere e diffondere le idee del libro. Grazie al suo impegno per la nazionalizzazione della proprietà privata, tale movimento politico divenne noto come Nationalism, da non confondere con il concetto politico di nazionalismo. Il romanzo ispirò inoltre diverse comunità utopiche. Looking backward, 2000-1887 parla di Julian West; sofferente d'insonnia, si fa curare con l'ipnosi e rimane addormentato per 113 anni. Risvegliatosi nella Boston del 2000, trova tutto cambiato: pace, fratellanza, uguaglianza, cooperazione; precursore del welfare state. Allo stesso modo Campanella e Bellamy vengono influenzati dal pensiero utopico perché allo stesso modo vivono in due società in divenire che lasciano spazio all'immaginazione di un futuro fatto di fratellanza, di comunione dei beni, di città e nazioni che vivono nel sole e non nell'ombra del progresso economico e dei totalitarismi novecenteschi. Una volta separate da qualsiasi topos, individualizzate, privatizzate e personalizzate e lasciate nelle mani di singoli esseri umani che le hanno portate con sé, queste utopie sono state negate. L'idea, offerta dai governanti, che il progresso sarebbe stato sempre benevolo, ha generato nelle persone la voglia di tendere al continuo miglioramento della propria esistenza, pur restando impigliati sempre in un sistema che invece faceva migliorare solo lo stato o la società pensata dagli stessi governanti, e ha influenzato gli scrittori, soggetti a quello stato o quella società ad esaltare l'utopia che da essa veniva generata.  Quando poi, col passare dei secoli, questo tipo di utopia non si è realizzata, anzi ha svelato ciò che in realtà il progresso nascondeva, il pensiero utopico ha lasciato spazio a quello distopico, un “nuovo neologismo” legato a quello introdotto secoli prima da Tommaso Moro che immagina l'angelo della storia, di cui parlava Benjamin, fuggire ad ali spiegate verso un passato che diventa sempre più ideale e un futuro immaginato invece come il peggiore che possa esistere, tutto ciò ha generato il concetto filosofico di distopia che come il suo opposto medioevale ha influenzato una serie di scrittori ad immaginare scenari peggiori di quelli vissuti nel presente. Nel corso del ‘900 vengono rappresentati in modo grottesco i tratti più disumani e crudeli di una società immaginaria. Le distopie mostrano un mondo assolutamente antiutopico con intento polemico, per mettere in guardia i lettori contro i pericoli futuri. Le due più famose, probabilmente, sono 1984 di George Orwell e Il Mondo nuovo di Aldous Huxley. Ciò che accomuna queste opere, in ogni caso, è il movente delle loro rappresentazioni: la paura. Le distopie mostrano le paure dell’autore, che si fa portavoce di un sentire più grande, circa il futuro della società. Le due opere citate, pur mostrando due società praticamente opposte, hanno in comune l’elemento di assoluto controllo da parte dello stato. Il clima novecentesco in cui sono state scritte tali opere traspira da ogni pagina. I totalitarismi erano dilaganti negli anni di pubblicazione, l’informazione (come del resto ogni contenuto psicologico, scientifico e filosofico) perdeva la sua verità monolitica per mostrarsi più sfaccettata e per questo, manipolabile il mito della natura umana vista come “buona” rovinava sotto i colpi degli avvenimenti storici. La tecnologia si metteva al servizio dei sistemi di polizia a fini di controllo e le ideologie avevano ancora delle forme acuminate, non scendendo a compromessi con la realtà. La paura di finire incasellati, controllati, ridotti a macchine era l’incubo per eccellenza nei paesi liberali. Si può dire che, in generale, questi autori non avessero torto. Queste due opere sono figlie del loro tempo, la loro funzione critica era legittima ed era condivisa da molti. Si è fatto, soprattutto di 1984 un culto vero e proprio, segno che i timori espressi non erano velleitari (al di là della strumentalizzazione politica liberale di quest’opera). Prima ancora nel 1907 Jack London pubblicò il suo romanzo The Iron Heel (Il tallone di ferro) un romanzo fantapolitico. Tra i primi esempi di romanzi antitotalitari del Novecento che affronta il tema delle distopie. Considerato come la prima delle distopie moderne, tratta dell'ascesa di un'oligarchia dittatoriale negli Stati Uniti. In questo romanzo viene presentata nella maniera più esplicita la visione socialista dell'autore, dove lo scontro che si concretizza è tra il sottoproletariato urbano e la borghesia, detentrice dei mezzi di produzione, della morale dominante e della conoscenza. In Italia invece nel 1966 Dino Buzzati scrisse un racconto dal titolo Cronache del 2000, in cui immaginava di essere ibernato e di risvegliarsi nella Milano del terzo millennio. Nella città del futuro, a dominare la scena erano degli apparecchi tecnologici chiamati teletini, che lui descriveva come - un malcostume diffuso da pochi mesi in seguito di certi telefoni-televisori tascabili con i quali è possibile parlare e vedersi entro un raggio di trenta chilometri. Una moda diventata una sorta di frenesia. Le donne passano intere giornate a chiacchierare e a spettegolare con le amiche fornite anch’esse di teletini -. In pratica, 52 anni fa Buzzati ci parlava degli smartphone. Prima ancora di pubblicare quello che viene considerato il suo capolavoro, Il deserto dei tartari, Buzzati aveva già gettato le basi per una distopia legata alla tecnologia che autori americani come Dick e Wallace avrebbero raccontato nelle loro opere più celebri. Ne Il grande ritratto, Buzzati tocca il tema dell’intelligenza artificiale e della macchina che sovrasta l’uomo. Il romanzo parla del tentativo di rendere umano un cervello elettronico, attraverso l’esperimento di uno scienziato che vuole ricreare meccanicamente la sua moglie defunta. Il suo nome, Laura, suggerisce l’idea di una rivisitazione della figura femminile petrarchesca, proiettata in un futuro distopico. Un azzardo, all’epoca, dato che in Italia questo genere si limitava alle collane come Urania, viste con stizza dai critici letterari. Ma Buzzati ha sempre ripudiato le formalità dei salotti, l’intellettualismo dozzinale, e ha continuato a scrivere, nei suoi racconti, di dischi volanti, alieni e astronavi. In un articolo intitolato Apollo 14: soli soletti, del 1971, Buzzati rifletteva sul calo d’interesse per le imprese spaziali russe e americane, non percepiva più il riscontro sull’epopea del singolo come tutti sanno, l’eroismo a suono di trombe ed applausi è cosa facile. Mentre è duro rischiare la vita quando pochi o nessuno ci guardano. L’individuo singolo ormai non conta più, ma solamente il gruppo, l’équipe, il gruppo, l’idea”. Al contrario, la fantascienza di Buzzati si è sempre basata sulla rivalsa del soggetto sull’oggetto, sull’individuo che si annida dietro all’angheria delle macchine. Ne Il deserto dei tartari invece Buzzati metaforizzava l’esistenza dell’uomo moderno, l’attesa del nulla, di un nemico che non bussa mai alla porta, eppure diventa una ragione esistenziale. La scelta di Giovanni Drogo di sottrarsi alla vita, di consegnarsi all’esilio per poi morire in disparte, perdendosi l’arrivo dei tartari, è di un’attualità disarmante. La Fortezza Bastiani, il luogo catatonico dove tutto si ripete infinitamente, non è altro che la vita stessa in tutta la sua irreversibilità. La solitudine dell’individuo mitigata dall’attesa di qualcosa, di una forma indefinita, rappresenta il primo tassello dell’arte di Buzzati, un uomo che voleva semplicemente fuggire dalla sua redazione.

Il tempo ha appurato che le utopie non potranno mai esistere, tanto che questo termine ha assunto nel gergo comune definitivamente il significato di “qualcosa che dovrebbe essere così ma non lo sarà mai”. Per alcune distopie invece, il passare del tempo sta dimostrando l’esatto contrario. Quello che autori di fantascienza del 900 immaginavano come il peggiore dei futuri sta diventando per noi la quotidianità. Philip K. Dick aveva parlato di riscaldamento globale, di un mondo al collasso tanto da costringere gli umani a emigrare su Marte, un mondo nel quale una nuova specie di esseri umani, che miglioravano le loro capacità attraverso una sorta di intelligenza artificiale ante litteram, gestivano il traffico di una droga che permetteva di estraniarsi dalla realtà e di vivere in un universo alternativo soprattutto a coloro i quali erano considerati nocivi per la società, il tutto gestito da un magnate multimilionario con la passione per lo spazio, la scienza e la tecnologia usata come controllo delle masse, Elon Musk, oh no scusate Palmer Eldritch!

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